Sabaudia prima parte

di aeroporto2

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Marito e moglie erano, com’era solito per loro nella bella stagione, nella casa al mare. La villa si trovava sul litorale di una piccola cittadina dal nome Sabaudia. L’abitazione su due pia­ni aveva un bel giardino curato dal marito che di professione era scrittore. La moglie era proprietaria di una casa editrice. Ave­vano due figli ormai grandi che vivevano per conto loro. Quella sera tornavano da un ricevimento che si era tenuto in una villa enorme, dove una banda paesana, scherzosamente diretta da un gran direttore d’orchestra aveva intrattenuto gli ospiti. Tutti avevano bevuto, in special modo la protagonista, e ora tra i due c’era del malumore. Il marito arrivato in casa si chiuse nello studio, doveva scrivere una relazione per un congresso di lette­ratura che si sarebbe tenuto a Capri, la settimana a venire.

***

“Esistenza pigra e lenta, gira voltando nubi e apri il tuo man­tello. Scaldami come questo cuore che vicino s’appoggia.”  [In appendice con il numero uno vi è la continuazione e un piccolo ricordo d’anni addietro]
Quella notte dormì male e quando fu giorno, scese per fare colazione.
Seduto beveva il thé e correggeva la relazione per il congresso.  La moglie si voltò verso il marito e guardandolo fisso fece un sorrisino poi si voltò di nuovo e guardò il mare. Il marito, lasciate  le carte sul tavolo disse
–   Per quanto mi possa sentire sicuro che da qualche parte ci sia abbastanza posto per non svuotarsi, lascio cadere il vecchio glorioso, e se hai voglia di svuotarmi, puoi credermi,  puoi farlo solo per il fatto che non hai altro da fare. Vuoi farmi a pezzi per poi comporre una melodia, prendi il succo e vattene silenziosamente. Mi puoi credere, non c’è gioco o trucco, né che voglia disegnare palme o cavalli sulla libera campagna, né oltre lo sguardo che sai dare.
–  Complimenti, sei un vero barometro dell’illusione, prendi il cagnolino e portalo a fare pipì, sono tua moglie e non ho fatto un altro errore, vai pure, ma non sei un buon scrittore, sei un fallito.
–  Si può iniziare daccapo, in un romanzo poliziesco.
–  Non ho voglia di lasciarti i tuoi soldi mi piacciono.
– Vai all’inferno, non ti ho sposata per i tuoi soldi né perché cercavo una madre comprensiva né per un buon pugile d’allenamento. Sapevo che non valevo nulla e che me ne stavo andando, e con te mi sarei comprato almeno una macchina per fermare il tempo.
– Se non vivi non sai da che parte iniziare. Svuotati e caricati, non sento altro che parole, forse vado a fare il bagno. Quando torno vai tu a farti il bagno. Ho troppa pena per vederti ancora oggi, levati dai piedi.
– Tuffati nell’acqua di mare e affoga con la tua rabbia. Amore è una parola che si può scrivere.

***

La moglie e l’amico:
– Sì sei tu, non può che essere altrimenti, solo tu sei capace di rimanere in contemplazione. – Disse la protagonista stringendogli la mano.
– Cosa facevi? Chiese l’amico.
– Solo nei fine settimana leggo. Controllo che nuovi talenti e­scano dal torpore dell’oblio. (la protagonista dirigeva la casa editrice) Non credevo ai fantasmi, invece eccoti. Eccoti come nel mio sogno, sei il salvatore, non credere a quello che dico, ma avevo bisogno di vederti, di sfogarmi con un amico, uno di quelli che, come fantasmi, incontri per strada o nei sogni. Sì perché ti ho sognato, in una cabala, il tuo telefono come un’ancora della salvezza avanzava per venire a frenare tutta la pazzia di un incubo che sta diventando la mia vita. Non vivo più, non rie­sco più a sentire, e con mio marito… Ma adesso parlami di te, di cosa fai… E spogliati. Hai con te un costume? Oggi è una giornata stupenda, una delle ultime credo.
– Sì ho in macchina tutto, e ho voglia di fare il bagno. Non ero sicuro, non ricordavo più quale fosse la casa, dalla strada sono  tutte eguali. Allora  sono sceso e ho fatto il lungospiaggia per più di due chilometri, e ora come uno stupido ho lasciato in mac­china… ma ti stavo dicendo… Sono qui da un bel po’, saranno quindici minuti, mi sono seduto dove sono ora. Prima che andiamo avanti in equivoci, voglio dirti che nella telefonata di ieri mi avevi detto che sapevi del mio divorzio e che sapevi… Mi con­fondi con qualcun altro. Mia moglie è morta tre anni fa, in una clinica a Parigi. Ho tre figlie, l’ultima ha cinque anni, la più grande dodici, sono un mezzo scrittore, in quanto ho pubblicato solo saggi e niente romanzi e capolavori, ed eccomi qui, come un fantasma, vestito modestamente. (I due amici non si incontravano da più di venti anni in appendice con il numero due vi è il sogno della protagonista.)
– Dentro c’è troppo rancore!Leggo tra le righe, devo metterti in guardia! Non avercela con me, ma sono fuori di me, non riesco più a capire la realtà, vivo sollevata da terra, ma di questo par­lerò più tardi. Spogliati, mettiti in costume. Non andare fino alla macchina, entra in casa. Dopo lo steccato, c’è il capanno. Dentro una cassettiera con dentro costumi, prenditene uno, sono per gli ospiti.  Corri, ti aspetto per fare una passeggiata.
La protagonista aspettò che l’amico entrasse in casa. Si alzò, riordinò i dattiloscritti che erano lì dapprima che il marito si svegliasse, mettendoli sullo stuoino si avvicinò al tronco e in­dossò le scarpe da bagno e si avvicinò alla riva, vide l’amico uscire dallo steccato con in mano un asciugamano e indosso solo il costume.
– Prenditi anche una maglietta, sei così bianco. Ti scotterai. Quelle sono nel cesto di vimini, attento a non rovesciarmi tutto.
L’amico rientrò velocemente e tornò quasi subito, o almeno così parve alla protagonista, con indosso la maglietta di cotone.
– Andiamo verso quel ristorante, – disse la protagonista mentre l’amico si avvicinava – ci prendiamo qualcosa e parleremo con più calma… soffro molto a causa di tante congetture, non riesco neppure a svagarmi. Mi crederai, sono assalita da mille preoccu­pazioni. In altri tempi ne sarei meno suggestionata, ma ora sono scossa fino al   midollo, minata, tanto che della mia proverbiale sicurezza rimane sono un abbaglio. E se tu, adesso, solo adesso, mi conoscessi, mi troveresti inconcludente e avresti pietà. Sono una forzata, lascio che la mia coscienza prenda il sopravvento  e, come si direbbe in altri tempi o in altre educazioni, satana si è impossessato della mia anima. Rivedo lucidamente solo picco­le frazioni del tempo che trascorro, in gran parte vivo come fos­si separata da quel che sono o meglio non riesco più con chiarez­za, ad affrontare nulla. Il lavoro, il matrimonio, la famiglia, mi sono allontanata da tutto, vivo nei sensi di colpa, cerco di mantenere un contegno, ma cosa fare? Come comportarmi? Si sono spezzati un filo dopo l’altro, tanto per usare un linguaggio fi­gurato. E non sono più una marionetta, nè un ciocco di legno, buono per il fuoco.
– Mio povero pinocchio, non sarai mica caduta nella trappola del­l’autosuggestione! Ti credo capace. Non vorrai giudicarti infeli­ce e chiusa in una gabbia, se pure  dorata, solo per giustificare una fuga? Stai premeditando questo? Fuggi, se devi, ma non di­struggerti, non aspettare che la tua educazione, i tuoi credo, ti assalgano  per ammutinare e affondare il vascello. Non sarai così infantile? Sono sì un maschilista, che non crede a una sola paro­la di quello che dicono le donne,  ma sembra che  esageri nel de­scriverti così afflitta. Tant’è che ti trovo, tanto per essere in un linguaggio figurato, “bona”.
– Ti ringrazio, spero che non mi salterai addosso.
– Ci stavo pensando… avrai bisogno di pren­derti un po’ di vacanze, separati per un po’ dalla tua immagine di donna giusta e calcolatrice. Fai la mamma, per un po’ occupati di te e dei tuoi figli, compreso tuo marito. Insomma, non voglio essere ironico, ma cerca di essere te stessa e non scommettere sul futuro. Quel che sei ora, lo sei perché così deve essere. Non giudicarmi un fatalista che vuole scansare il progresso e con es­so non prendere parte alle responsabilità; parlo di quelle vere. E da quando è morta mia moglie non faccio più discorsi sentimen­talistici. Ogni mattina devo portare le mie figlie a scuola, an­darle a prendere, pensare al pranzo, alla più grande che diventa una signorina, insomma tutte queste stupidissime cose che mi han­no cambiato. Tanto per dire, occupati di cose semplici, che tutti possono capire, e anch’io. Non parlarmi di cose astratte, non ne posso più di questi discorsi filosofici, quando un uomo di quin­dici anni insinua mia figlia e ha la sfacciataggine di dirmi che è pure il suo fidanzato… Scherzo, ma raccontami un po’ di tuo marito che credo sia la cosa più importante. Prima si conosce il nemico, prima si vince la guerra.
–   Davanti ha responsabilità, dentro il matrimonio, nella vita reagisce in modo  che non lo si possa capire. Si chiude volonta­riamente in se stesso. Alza barriere, in modo che ciò che io fac­cio, o semplicemente un mio desiderio, il più innocente, è portato come un reato da punire. Scusami, non trovo parole perché davanti ho solo situazioni, vita vissuta. Ci sono molti aspetti da dover chiarire. Il suo lavoro, come l’ho conosciuto, come l’ho conosciuto una seconda volta e come, dopo che si sia passata un bel po’ di vita matrimoniale… Tutto deve essere messo in di­scussione; da entrambi naturalmente. Un rapporto conflittuale, ognuno di noi due, volontariamente, non fa nulla per l’altro. Con rancore ci guardiamo in cagnesco, senza un minimo di buon senso. Cercherò di essere più chiara, sono quattro anni che non pubblica più nulla. Non dico che non lavori, lui si impegna, ma ciò che lui vive… Sta impazzendo, Dio mio, credo che sia già diventato pazzo, fa discorsi inconcludenti, salta il discorso da un punto all’altro, non riesce a trattenere nulla nella logica, vive nel suo mondo gonfio separando la più comune delle realtà, tutto in lui è caotico, pieno di assolute verità, ma esiste la verità? Che cos’è la pazzia? E’ ciò che tormenta e anch’io come una fanciulla sto cadendo… nelle sue insicurezze. Guarda come tremo. Mi tre­mano le mani è ridicolo. Ogni notte salgo nel suo studio, so che non devo farlo, ma credo che sia mio dovere da moglie leggere tutto ciò che scrive. Mi spavento, non è più lui; è da tempo che fotocopio tutto. Per rileggere, cercare di capire… Guarda, ho con me questo pezzo che ti voglio leggere: “Siamo come delle mac­chine, svolgiamo, stretti da leve, una logica meccanica, un pro­cesso robotizzante che non è più fantascienza, ma appartiene a noi, come noi apparteniamo alla logica. Ma nè nella logica, nè in noi stessi siamo capaci di riconoscerci. Una linea lunga cent’an­ni… crediamo, percorrendola, in un tuffo nella vita, nell’im­menso bacino, nel ventre di una madre inventata, tanto desidera­ta, vista e mai posseduta. Una linea che non traccia le parole, gli sguardi, i pensieri, ma che rimane come un percorso luminoso, per un istante. Una notte senza stelle, una leggera brezza e i nostri piedi cercano la terra disperatamente. Ma non la trovano. Solo uno sprofondare nel buio, un buio sordo, e troviamo un mondo di sospiri, di vuoti, che si ripetono fino allo splash! Con un sibilo scappiamo coprendoci gli occhi, non credendo tracciamo li­nee, sotto,  sopra di noi, moltiplichiamo la nostra vita per pau­ra. Una paura sottile come un filo che vibra lasciando una nota che riflette e riflette e mai il silenzio. E ora che sei arriva­to, che riposi, che lasci il tuo corpo, che vivi lontano dai tuoi desideri, non hai che un tempo brevissimo per rispondere. Ma a quale domanda? Alla tua domanda? Hai mille inutili volti? Sapendo del loro silenzio, confinati dietro una barriera chimica, di pic­cole esplosioni, di modificazioni. Un mea culpa, mea culpa per l’impossibile comunicare”… Non so se hai notato, un brano scritto come una lettera, quasi come fosse un testamento. A trat­ti lo trovo patetico, non so se sei d’accordo, ma piano scivola come volesse essere recitato, è questo che mi sconvolge. Non in ciò che è scritto, in fondo banale; non mi fraintendere, credo davvero che soffra, ma penso, scusami se mi trovi così fredda nell’analizzare una scrittura così esistenziale. Mi sembra che sia un personaggio a parlare, lo conosco, non è lui. Questo mi spaventa. Questo pezzo penso faccia parte del testo che sta scri­vendo, o almeno credo, e spero, per il seminario che si dovrà te­nere a Capri sulla letteratura. Una di quelle cose inutili cultu­ralmente, ma dove girano certi interessi. Ebbene, se mi trovi fredda è che credo che se pure salta agli occhi che sembra quasi scritto a me, e per me, non una sola riga di quello che è scritto traspare nei suoi comportamenti. E’ naturale che abbia una vita da scrittore e una da marito, ma accostandomi a lui come moglie trovo solo una barriera, e io che sono anche la sua editrice… non riesco a capire, ma vuole, credo che voglia distruggermi. Idealmente, se non altro. Ma distruggere chi? E’ questo che non capisco, se vuole distruggermi, bene questo è stato già fatto. Non imputo nulla a lui, se non una sua completa  estraneità alla vita. La vita così veloce di fatti, e lui così assorto a imbever­li e farli suoi secondo una sua maniera tutta fantastica, chiusa tra dizionari, capolavori letterari, e frasi scontate che sembra­no coniate per romanzi imponenti e televisivi. Comico, a volte è comico tutto questo. Io sono presa da mille piccoli problemi, sciolgo i nodi, cerco di chiarire solo aspetti naturali di vita pratica, pur, credimi, senza abbandonare l’umanista che è in me. Sono sempre stata scettica su tutto, anche su me stessa. Ed esigo   molto da me, da sempre, come un punto d’onore, e giorno per gior­no ho fatto chiarezza. Quale chiarezza? Ora mi chiedo. Ora che più che mai ho bisogno di tranquillità, tutto quasi… Non sono superstiziosa, ma tutto, congetture casuali… Mi sento ridicola a parlare così… ma proprio sfugge il senso della vita, di quel­lo che devo fare. Anche nelle mie eterne contraddizioni (E grazie a quelle devo il mio successo come editrice!) mi sono imposta un comportamento, imposta capito! E ora non funziona più, nè con me stessa, nè con mio marito, nè con i miei figli. La quotidianità, i piccoli aspetti, come dici tu, li vivo in uno stato perenne di perplessità. Negli ultimi tempi, per sottolineare   quanto sono esaurita, mi lascio andare agli eventi casuali, a quelle piccole cose che ti succedono e tu non ci dai molta importanza. Non frain­tendermi, non in conflitti, ma proprio… ad esempio ti ho tele­fonato con un assoluto bisogno di farlo. Non ti sento da più di vent’anni, tra l’altro faccio una gaffe terribile e ti scambio per un altro, ti ho telefonato con una febbre in corpo e un’agi­tazione e tutto per chiarire che trovandoti in un sogno… Era la cosa più importante che dovessi fare alle due del mattino. Sono  io che sto diventando pazza. Solo esaurimento? Sarà. Ma puntuale come sono sempre stata per le mie cose, vivo di tutto, e non la­scio nulla al caso. Ho trascritto tutto da quando avevo dodici anni, appunto ogni cosa e, mai come ora, letture, frasi infanti­li, vecchi amori mi assalgono nei miei sogni. Un mondo che sono state le mie fondamenta si frantuma e mi viene incontro, senza che io possa fare nulla. Come una stupida mi sono trovata a pian­gere, da sola, solo per aver rotto un piatto, e come una bambina ho cercato di sistemarlo, ho comprato la colla, mi sono chiusa in camera e l’ho aggiustato. Ma che razza di sensi di colpa sono questi. E mi sono attaccata a quel piatto come fosse la fenice che liberandomi dai tormenti… Ogni giorno, non c’è mattina che non mi ricordi del piatto, una fobia. E’qui che mi spavento, tut­to questo da quando? Dai discorsi intellettuali, esistenziali di mio marito. Ti ricordi il film, forse il più bel film di Bergman, “Persona.” Mi sento l’infermiera. Io mi sento l’infermiera. Un transfert di personalità, non faccio la psicologa dell’ultima o­ra, …“In qualsiasi luogo ed in ogni cosa io arrivo all’estremo, per tutta la vita ho oltrepassato ogni limite” questa frase di Dostoevskij, non so quante volte l’ho sentita nel mio sogno, ed era mio marito trasformato in lui che ripeteva, in un sogno con­fuso che ricordo a tratti, e ancora: “Il tuo limite! Sorge il so­le, attenta, il sole scalda le mani, io non ho mani, ma occhi grandi: occhi per guardare nel buio.” Ebbene è solo un sogno! Perdiana, mi sarei fatta una bella risata qualche tempo fa e ora gli do tutta questa importanza. Una importanza eccessiva, come è eccessivo il timore per mio marito, come è eccessivo… Sono pre­sa da un mondo che, se pure appartiene a me, mi sta soffocando, nè io nè la mia vita possono sopportare questo. E allora mi ri­bello, infantile vero?
– Devo fare una telefonata, ho lasciato mia figlia, la più grande, con l’incarico di preparare il pranzo. Mia moglie è morta nel silenzio. Tornavamo a casa da una cena, e lei mi disse: “Portami in ospedale”, fece un paio di telefonate e andammo. Così sono venuto a conoscenza che mia moglie stava per morire, dopo un mese, infatti, è morta. Era più di un anno che lei sapeva, che teneva dentro sè questo segreto. In verità ero solo io, le bambine e i genitori a non saper nulla. A  Parigi passavamo lunghe ore a parlare, io e lei mano nella mano, c’era un clima di confidente necessità. Scusami, sediamoci un attimo, sono un po’ stanco di camminare, fermiamoci qui, sul bagnasciuga. Così conti­nuo con il mio racconto, e scusami se a tratti ti sembrerò pate­tico, e, in effetti, lo siamo stati, i primi giorni, le circostanze e la paura ci facevano essere così. Se non sono chiaro, o inizi a stufarti, fermami pure, continuerò  un’altra volta.
– Non preoccuparti, mi farà bene ascoltarti, “azzereremo il contachilometri dell’amicizia”.

                                                                                   ***

[Mentre la moglie era con l’amico in spiaggia, il marito, girava per le stanze con la mente occupata da immagini. Uscì da casa tutto preso da pensieri lirici, si sdraiò al sole e dopo andò a fare una lunga nuotata al largo. Al ritorno rispose al telefono e a causa di questa telefonata prese la macchina per andare da un suo amico che abitava vicino.]
Il protagonista, pensando per immagini e scivolando nel mondo che ora gli compariva a tratti, seguendo una linea semplice di associazioni, per meta’ gradite e per meta’ di confusa ilarita’, si trovo’ seduto, smarrito dal procedere meccanico dei suoi movi­menti, assorto continuamente in se stesso.
Lasciò così la semplice fame, il desiderio di mangiare, in un moto ansioso che lo porto’ nel desiderio di uscire, di andare al più presto al sole, fuori di casa. Così si trovò sdraia­to sul litorale, mentre a tratti seguendo un gabbiano e contempo­raneamente i punti luminosi, a palpebre  abbassate iniziò a cal­marsi. Andò all’ombra sotto il pergolato di canne di bambu’ e con la mente tracciò queste immagini che si riprometteva di riordi­nare:
“Negli occhi/ sento punti come gabbiani/ al sole come un se­stante/ facendo il punto come un marinaio disperso/ nella corren­te aggrappato/ stringo alzando pesi e misure/ d’un anima sono scivolato.”
Guardandosi attorno segui` con lo sguardo i tronchi che sostenevano il pergolato, più` avanti la doccia perdere e l’acqua cadere ritmicamente, poi si alzo` e andò` verso il litorale.
Passato lo steccato della proprietà` e passato il tronco bianco, si distese sul bagnasciuga e lasciando i piedi in acqua inizio` a scavare una buca. Senti` il mare lambirgli le caviglie. Chiuse gli occhi, senti`il desiderio di stringere in pugno la sabbia u­mida, la strinse e avverti` una scossa: il liquido saliva lenta­mente sulle gambe. L’acqua ora entrava nella buca, si lascio` an­dare, si alzo` disordinato, andando a prendere un bagno, privo di quei sensi che riescono a separare le sensazioni.
Si tuffo` e aprendo gli occhi, tutto si appiatti` ondeggiando lu­minosamente, senti` il battito di conchiglie e il canto delle ci­cale fortissimo spegnersi e rimanendo con le palpebre aperte uscì fuori, in superficie, come in un tunnel immaginario in un sipario d’acqua e di aria. Gli occhi aperti si appannarono e tutto rimase in un solo colore. Nulla nella definizione, solo curiosità’ ver­de, quasi ironica e scherzosa, poi il sentimento divenne meravi­glia e di nuovo si accorse delle cicale fortissime e chiudendo gli occhi sprofondo` nell’imbarazzo. Il verde azzurro cambiò in verde veloce e vicinissime  sentì le cicale sopraggiungere e net­tamente a suggerirgli il colore. Nell’invenzione della suggestio­ne, solo una delicata ed efficace spensieratezza. E in questa spensieratezza si lascio` andare con il viso al sole, ondeggiando verso la superficie e lentamente il corpo sali` nell’immobilità` tutta rilassata, con un “esercizio” provato centinaia di volte in “un morto a galla” dove ora la nuca, immergendosi nella meta’ ri­flessa della sua fantasia, si vedeva solitario. In quella sensa­zione che tutto possa dilatarsi, il suono, il respiro e i musco­li, con il caldo su meta` del corpo, e il mare nel suo rumore di eterno dondolio nel fondo costruito da piccole venature di sab­bia, e nell’altra meta` nell’assurdo cicalare persistente, la­scio` dentro di se` queste immagini che prometteva di collegare alle prime:
 Metamorfosi al sospiro/ d’un bianco come cosa/ trasportato pen­sante/ solo chiudendo occhi ora./ Rincorrere/ scie di rane/ con le mani dentro il cicalare/ d’una freschezza/ nè più nè ora./ Sprofondo/ un tiepido camino/ nel mare/ col fuoco./ Rinascere.
Intimamente preso, rovesciandosi, in un attimo il pregiudizio del freddo svani`; sentendo il sale in viso sciogliersi e dolce nella bocca, si spinse verso il largo. Una “rana”, con il viso sospinto verso il fondo, a occhi chiusi mentre il fiato tiepido rimaneva e alzandosi si trovo’ con lo sguardo verso il litorale. Le distanze, la gente affollare, lontano due ombrelloni chiusi come obelischi, due alberi con le vele sventolare, un cane ab­baiare e un cane fuggire sconsolatamente guardandosi indietro, i muri bianchi della casa, il tetto del capanno, e il pergolato, la staccionata, e un uomo camminare lungo il bagnasciuga: seguendolo si trovo` d’un tratto con lo sguardo a pochi metri in acqua, di­straendolo una medusa scivolava lentamente e dietro argentei pic­coli pesci. Una macchia lattiginosa con la cintura viola allonta­narsi e allontanandosi l’uomo di spalle ormai si confondeva di­stante col promontorio, che alzandosi rapidamente aveva sul fian­co una bassa vegetazione. La vetta con un profilo “umano” per im­maginazione e suggestione, diminuiva le distanze confondendo. Ma con la separazione tutto riappariva senza deformazioni e solo un tratto lineare bruno, un arco di sabbia, una torre circolare pie­na e rocce e poi il verde salire fino ad un “naso” brullo, ma nell’insieme verde, come il cielo nell’insieme celeste, e il mare nell’insieme blu. Scostando questi pensieri, “banali e infan­tili”come egli pensava, si diresse verso la casa, nuotando senza affaticarsi. Ora nel dubbio del presente, nuotando con la confu­sione dell’avvicinarsi a casa e nella confusione del dover scri­vere un “resoconto”, un romanzo su cio’ che era il mondo intimo con la moglie, si confondeva e sentiva il bisogno di “evasione”. Come era evaso uscendo al sole, e guardando i gabbiani e i punti all’interno delle sue palpebre e correndo con la mente nel ricor­do, di molti anni addietro, in un’isola piccola fenicia a Mozia quando, camminando come un cercatore di funghi, raccolse un peso fenicio: un cerchio bianco con al centro un buco, e avendo poi nella ne­cropoli scoperchiato dei vasi, scostando tra le dita scaglie di ossa umane, inizio` a rilassarsi e scrisse con la mente per imma­gini cercando un qualcosa che lo rendesse tranquillo…
“Camminando in cerchio/ costeggiando il litorale pietroso/ di quest’isola dimenticata./ Ho pregato Dio./ E accovacciatomi come una donna gravida/ ho raccolto una misura del tempo/ mi sono chi­nato e ho pianto./ Nel palmo della mano l’emozione di tempi pas­sati./ Un peso una misura un cerchio./ E alzando il tappo di un piccolo sarcofago/ chiudendo gli occhi ho infilato la mano nella mia anima./ Ho rovistato e alzando al sole piccole brune scaglie d’uomo/ come il tracciare una linea in terra/ sono caduto.”
Ricordandosi di avere scritto molti anni addietro queste immagini e pensando di volerle collegare sentimentalmente alle ultime, si accorse d’essere arrivato, i piedi toccarono la sabbia.
A riva si sdraiò, e vide il lontananza due giovani rincorrersi e baciarsi in acqua; guardando quell’attimo di felicita` dei due ragazzi, a differenza di lui, che si sentiva sempre angustiato dai continui problemi intellettuali, da un equilibrio letterario che non riusciva a ottenere, ora dentro sè un moto gli diceva che tutto questo era follia, che parte di sè non desiderava continua­re in quel modo, che necessitava un cambiamento: “…la certezza della felicita’, una vera dignitosa felicita` familiare, il supe­ramento…”
Squillo` il telefono, egli senti` un trillo lontano, e facendo scricchiolare la sabbia sotto i piedi si avvicino’ all’entrata. All’interno, nel giardino e poi nel giardino interno il telefono non suonava più’, alzo’ lo sguardo verso la finestra aperta delle scale e un fiore cadde quasi galleggiando sul suo viso. Raccolse il fiore di buganvillea, che sfiorandolo gli procurò un leggero solletico e si sdraio` con la schiena sul tronco del salice, a­spettando li`, il telefono che squillasse di nuovo.
“Eterno il silenzio/ nel vuoto della strada/ in curve e ritrovi, in anfratti/ come cespuglio al vento che sale nelle dune/ calpe­sta e sale./ E salendo si ferma/ io eterno sconosciuto/ pietà` di un ritrovo di uomo./ Mai questa parola nel vuoto/ con il tuo sor­riso che scomunica/ irride, parla/ e io conosco il tuo disegno/ piccole nuvole in un cartone disegnate./ Calmandomi sento il so­spiro/ voltandomi vedo te nella follia, salice/ mi alzo/ sento i vermi che ti divorano/ troppa acqua penso./ E giorno come goccia/ misura e desiderio di comunicare/ d’altronde, Dio.”
Il telefono dopo poco riprese a trillare ed egli si incammino` per rispondere e mentre il telefono ripeteva il suono come una cantilena, egli dentro era preso dal moto lirico che seguiva i suoi pensieri.
 “Sconfitto il drago nel blu./ Ondeggiante come salice al vento/ in questa preghiera: / basterebbe comunicare/ volere pregare/dire e non mentire/ per avere in mano preso come ricordo/ d’un tiepido volo di buganvillea…
  Come un cristallo, rifletto il fiore che infranto/ tra le mani polvere.”
La voce era conosciuta e il pronto che senti` ansioso lo inner­vosì e mentre egli pensava ancora per immagini sentiva una donna chiedere qualcosa, ma distratto non riusciva a capire di cosa si trattasse. Sul tavolo, davanti alla vetrata che dava sul mare, lascio` il fiore di buganvillea sgualcito.
La voce al telefono diceva:
– Scusami, Roberto sono preoccupata per papa`, non risponde. Ho avuto da fare… Fammi la cortesia… Quando hai tempo di andare su…
Lasciando il telefono si diresse verso lo scaffale e guardo` un album di fotografie che ritraevano il suo matrimonio. “Menzogna, sì menzogna, fallimento” si ripeteva dentro, mentre sfogliando le fotografie riconobbe una persona anziana a lui cara. “Finire, mi sento sporco e tremo, tremo senza sentire, senza raggiungere in pugno nulla, dove sei tempio? Dove sei mio Dio?” La mente percor­reva le tappe del suo matrimonio e ricordandosi dell’attesa, men­tre aspettava la compagna giungere con il solito ritardo delle spose, si era isolato e girovagava per la cattedrale. Una foto­grafia in bianco e nero riprendeva l’entrata vuota, senza nessu­no, come fosse una fotografia di puro documento architettonico; egli colto dal tumulto lirico, mentre guardava immedesimandosi nella fotografia, pensava:
“Anima nuda e bianca che come strascico da sposa ti insinui, lambisci angoli, ti stringi attorno a sedie, assali tappeti e ca­di come acqua sugli scalini. Davanti alla cattedrale.
  Di pietra bianca, che nasconde attorno agli orli spogli e lisci come una macina consumata e spenta, fili di paglia, piume e sas­solini piccoli e appuntiti. Cosi` con gli occhi persi, struscian­do la mano attorno all’albero, stringo e scivolo nel pieno del dimenticare. Al centro un urlo: chi sono?
  E le pareti, le colonne, le volte, l’acqua santiera, l’uso mio dimenticato dentro al confessionale liscio e scavato come cucchiaio nella marmitta della memoria, e dall’altare un bianco spoglio tappeto, un libro aperto, fogli sparsi caduti col vento, e intanto il mio grido al centro: chi sono?
  Nel chiostro passeggiando, pensando a S. Tommaso, urtando tra­licci, calce, polvere e stuoie come vesti, l’ombra netta e il so­le liscio e caldo davanti all’albero, nel chiostro, li` dopo la porticina a destra, con la scritta e la freccia, che dice: chi sono?
  E punti sparsi sui banchi di vecchiette, eterne immortali figu­re. Una sola, tutte. Ave Maria piena di grazia. Chi sono?
  Cosi`anima nuda e bianca, vestita da satana e tessuta da belze­bu` e per damigelle diavoli felici e sorridenti e io, nel volto della follia, rivedo le parole nel vuoto del dimenticare, mi in­ginocchio cado in terra e stringo in pugno nulla.
  Rabbrividisco nella eco.
  Come una lancia nel petto
  parole:
  non resisto al male.”
Con quest’ultime parole di Matteo, “non resisterai al male” egli provo` un poco di conforto dal tumultuoso pensare. Ora, pensando al suo modo di intendere la forza dell’arte, si ricordo` dei versi che scrisse da ragazzo, ai primordi della sua coscienza-artista, e li ripete`, tanto per tornare in un passato ancora più` lontano dall’evento della celebrazione del suo matrimonio, quanto per riordinare la sua coscienza confusa: “carico d’immagi­ni/ vagheggio nel nulla/ aspettando dall’infinito/ un segno.”
“E’ li la semplicità` di tutto -vagheggio nel nulla- tutta la mia vita, tutta la mia esistenza.” Pensava dando credito alla poesia scritta molti anni prima, come se nel momento in cui egli scrisse si fosse fermato tutto il tempo interiore, “senza conti­nuita` di tempo la mia anima vive, aspetto, aspetto…”
Sfregandosi i capelli, sotto  i getti di acqua fredda che pun­gevano come spilli, penetrando tra i capelli violentemente, si ritrovo` nella sensazione di benessere, propria di quando il cor­po, generato dal sangue, riprende d’un tratto tutte le funzioni. Si vesti` in fretta ancora con l’eccitazione della doccia fredda calpestando gli asciugamani ora abbandonati sul pavimento. Guar­dando le pareti schizzate d’acqua, di corsa scese da basso andan­do fuori in giardino.
Sedendosi in macchina si accorse che i vetri erano sporchi, sce­se per pulire il parabrezza e pulendo sentì un moto uniforme sa­lirgli fino al petto, come se ci fosse “la morte” a soffocarlo, e sentendo soffocarsi in una dualità` schizofrenica, sentendo den­tro sè la follia impossessarlo, continuava a pulire e pulire il vetro fino a quando una voce dentro non diceva: “Parcheggiando la macchina/ con i vetri sporchi/ d’un sorriso specchiandomi/ in questa mano che stringe/ e nel cielo che sento/ liberandomi/ mor­te.

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