Sabaudia seconda parte

di aeroporto2

 

 

Il litorale caratteristico con le dune che salivano e scendeva­no, con le ville e i cancelli nel disordine del traffico: in una sensazione di continua perplessità` interiore, associo` il pae­saggio. Le dune, le case che si intravedevano; con il suo pensie­ro intelletuale chiudeva le frasi spezzandole dentro se stesso, cosi` guardava distrattamente il paesaggio senza soffermarsi. Sa­li` sul promontorio passando il paese e d’improvviso dall’alto vide le isole che, illuminate dal sole, parevano vicinissime. Le isole Ponziane vicine l’una con l’altra sembravano posate delicatamen­te sul mare, ora increspato dal vento pomeridiano, con un lucci­chio d’argento che le copriva a seconda del vento che increspava la superficie. “Come un esercito medievale alle manovre con gli stendardi, le sciabole, le lance si dispone nell’infinito cosi` vicino, prima di una battaglia.” Egli medito` queste sensazioni nel bagliore del mare riflesso dal sole e si trovò davanti al cancello della villa.

L’amico era in piedi con il viso rivolto al sole, guardava di­nanzi a sè un quadro da completare. L’amico era un pittore e pos­sedeva una casa in alto, sopra il promontorio, da dove si aveva una magnifica vista. Il protagonista raccolse col rastrello una lucertola che, persa, nuotava affannosamente in piscina, la depo­sito` su un covone di erba; per un po` rimase ferma, a riprender­si.
– Non trovo più` spiegazioni sufficienti, aspettavo una telefona­ta, ed “eccomi!” Sento il tuo urlo, porca miseria dico tra me, un rompiscatole, invece… bevi lentamente non sei un ragazzino, co­me tuo solito… una gradita sorpresa, oltre alla mia artrite (io non so come fate a stare in quella casa) ho da un mese un ginoc­chio… che a sentir dire devo operarmi. – Mentre parlava cercava una posizione dove il ginocchio malato potesse far meno male, guardando il protagonista bere a grandi sorsi con il riflesso della bottiglia che gli illuminava ancora di più` il volto, cer­cava di trovar con il piede la sedia per stendere la gamba. Fatto cio`, senti` ancora una fitta, e tenuta con la mano la coscia ri­torno` nella posizione originale, seduto con il busto eretto. Il volto del protagonista si libero` dal riflesso del vetro, gli oc­chi profondi scuri, la fronte alta e i capelli lisci all’indietro accentuando il cranio spazioso, la bocca che suscitava al pittore sensibilità` e bontà`, il collo robusto e sproporzionato e l’ova­le del viso regolare per il pittore era di nessun interesse. Men­tre pensava questo, ebbe un sussulto: la figlia doveva essere  gia` da un pezzo arrivata. Voltandosi verso il mare, continuo` a parlare.
– Alla mia eta` una anestesia non e` cosa semplice, mia figlia vorrebbe che mi operassi nella clinica dove e` morta mia moglie. Per me istintivamente vado avanti fino all’ultimo salto, quello nella fossa, si intende. Se non fosse che non riesco a passeggia­re più` senza dolore, per il resto va benone.- Il pittore si av­vicino` al quadro e allontanandosi da tutto lo mise, con gli oc­chi come poteva ora immaginarselo, sopra l’erba umida.
– Non riesco più` a dormire se non finisco un quadro; ora l’unica cosa, a parte mia figlia, che mi interessa e` il lavoro, spero di morire almeno dopo aver finito tutti i quadri pensati quest’anno. Li penso e li desidero, e non riesco a starci dietro.
– Hai staccato il telefono? – Domando` il protagonista.
– Doveva venire ieri, oggi che giorno e`? Domenica?
Il protagonista fece un segno affermativo.
– Si è fatta sentire oggi dicendo che veniva nel pomeriggio, co­si` ho staccato il telefono. Si preoccupera` e non mi telefonera` per venire a dirmi che non può` venire per questo o per quello.
– Infatti mi ha telefonato, per dirmi di venire a vedere cosa e` successo. Io questa notte mi sono girato e rigirato tra le pagine, ho scritto come un pazzo, un “notturno” di associazioni con il tema di un delirio tutto personale, e tu sai quanto può` nuocere al lavoro. Medito affari di famiglia.
– Sto con la mente ancora dipingendo, anche se penso che per tutta la vita non ho fatto altro, e mia moglie mi ha rimproverato di dipingere e dipingere, ma mai di baciarla, solo dipingere ba­ci. Siamo un po` tutti cosi`, presi dai nostri fantasmi. Senza che mi fraintendi. Ma fregatene, siamo degli uomini, e in questo lavoro ci vogliono le palle.
– Sono a tal punto preso dalle mie idee, che riesco a essere co­si` poco comunicativo, mi rendo conto che sono un burbero, un uo­mo incapace d’avere francamente…
– Cazzate sei un artista, buono o cattivo che sei, sei quello che devi essere. Fregatene di quello che dicono e vai avanti senza fermarti. Dormire tra le pagine e` il tuo lavoro. E non sottova­lutarti, migliori o peggiori non ce ne sono, quello che conta e` quello che stai facendo ora.
– Ora! Ora rincorro la mia infanzia, una paginetta scortata da mille associazioni, prive di un segno, che mi faccia capire… – E si volto` verso il pittore e disse, guardandolo negli occhi, come chi sta per raccontare un sogno spaventoso, felice per la consapevolezza che sia stato solo un sogno.
– Vedo il mare lontano, portato dal vento, e nuvole d’acqua si alzano, scivolano sopra la superficie mossa, che via via si increspa sempre di piu` come volesse spazzare tutto fino nel profondo degli abissi. Mentre, seduto sopra il “monte”, mitologi­camente raccolgo le immagini. Piegandomi raccolgo solo spiegazio­ni ridicole, come Omero e gli eroi, solo Omero, o solo i suoi e­roi. Mi piego da bambino toccandomi il ginocchio ferito, saltello dal dolore e mi siedo sul muretto di terra umida; posata la mano sull’erba, sento che è umida, come ora, e sento quasi nel ricor­do le mani bagnate, levo l’altra e mi guardo il ginocchio, attor­no la ferita sassolini incarniti, bluastri, e il sangue da un ta­glio più` profondo, che esce copioso. Sono sdraiato sull’erba toccandomi il ginocchio…
– Un po` più` chiaro. Non parlarmi a mo` di romanzo.
– Ho paura di stancare, di stancarmi, tutti sono buoni a scrivere un romanzo fasullo, tutti sanno cosa e`, e dove iniziare. Ma perchè dovrei parlare di mia moglie e dei miei figli e del mio passato e poi tornare a mia moglie. Partire dall’infanzia con una favola che sale come l’acqua in una bottiglia che si riempie, e poi esce, e poi si inzia dalle frasi dai sottintesi, e poi si parla in prima persona e si intreccia il mondo delle immagini, allontano il mio stato d’animo, e poi cosa scrivo? L’inafferrabile, sottile filo che scivola nelle tenebre, il filo bianco, adolescenziale, di un gomitolo di lana. Il ritor­nare e aver paura, coniugare parole e rimanere incastrato nei pensieri, con la paura che si insinua, che ti scivola dentro. E poi che dentro te sghignazza, se la ride, e tu sei consapevole che qualcosa ti sta sopraffando, non hai preso la verita` per un oggetto, per qualcosa, ma per una serie di associazioni che vi­brano e trovano una strada percorribile, dove non solo non ti perdi, ma il sentiero e` facile e la leggerezza, la felicita` en­tra nella tua vita… e dietro alle tue spalle la consapevolezza del tempo, uno e unico, mortale e definitivo. Niente paura mi di­co, e vado avanti nel cammino, nel sentiero tutto psicologico che e` la nostra fantasia. Finisco per coniugare altezze e bassezze, finisco per trovare soluzioni logiche che trovino tutti d’accor­do. Come posso far capire uno stato d’animo, milioni di stati d’animo che s’intrecciano tra loro, che percorrendo insieme la vita, il tempo, entrano proiettati come pallottole in un cielo infinito e l’eternita` e` un tuono, un rombo che divampa all’in­terno di me stesso, un vulcano che s’apre ed esplode. La finzio­ne, le parole ripetute senza una verita`, come vorrebbero far credere a tutti. Il ridicolo è una lotta infinita profonda che ha lacerato milioni di anime, cosi` io sento, mi sento lacerare, mi aggrappo a ramoscelli di idee, che di per se` non coinvolgono nessuno, ma nascono nella semplice casualità, per caso vengono avanti e si presentano e poi mi assillano fino a quando non rie­sco a decifrarli, fino a quando loro stessi si presentano e di­ventano cieli, libri, mari, donne, bambini, e mi accosto come un marinaio per domandare un porto sicuro, per lasciarmi andare, e allora sento che la sicurezza passa nella resa. E la resa a volte e`la mitologia, la verita` che sorge come un satana vischioso, e` l’inferno psicologico che non trova pace e che cerca, come un po­lipo cerca il mare, e al di la` del fondo non intravedo altro che un cerchio, il cerchio del mio essere, che vuole nascere, e na­scendo descrivere, e descrivendo volare solo. Costruisco infinite collane di perle.
Il pittore guardando il protagonista si volto` verso il quadro cercando attraverso le linee gli schizzi tracciati. Aveva preso un pennello pulito, passava e ripassava sulla mano premendo le setole tra le dita.
– Non e` facile fare un braccio o un naso, a volte ci sto settimane, e poi viene da solo, proprio come m’immaginavo, non so mica come si fa o come abbia fatto, ti capisco, e` l’insieme dei tuoi problemi, quella brutta cosa di tua figlia e tua moglie, ma questo prendilo per buono, un buon lavorare, materiale buono, ba­sta sgrossarlo, se devi proprio, dacci dentro. La strada del suc­cesso e` lastricata da cretini, ed e` facile inciampare se il diavolo ci mette lo zampino.
Con il pennello seguiva nel palmo della mano il solco della vita pensando a se stesso, quando ripiegando in uno stile facilmente riconoscibile, aveva abbandonato i “deliri”, i canti di ispirazione pericolose, pensando a come avrebbe preso quella conversazione venti anni prima si guardo` la mano cercando di individuare quale era il punto della linea dove la vita trascorreva, avrebbe preso questa discussione in modo seccante, si sarebbe seccato della “vigliaccheria” dell’interlocutore. Ma ora guardando il protagonista, con l’animo di chi guarda dentro sè, non pote` far altro che approvare, e dir con gli occhi “an­ch’io, ho sofferto come hai sofferto tu. Anch’io sono  stato nel bivio, nel delirio, sì, sì non lasciarti andare, coraggio”. Cosi` pensando, seguendo la linea della vita, l’arco lungo che passava oltre il polso, prese un vecchio lenzuolo con ricami di lino, e, con una margherita spezzata dal taglio delle forbici, si strofinò pulendosi dove c’erano macchie di pittura. Pulì il rosso tra le dita e l’azzurro che, entrando nei pori, si era schiarito in pun­tini; guardando il protagonista domandò:
– Credi in Dio?
– Quando provo a rendere una vena aperta, per vedere scorrere e scrivere con un inchiostro tutto aderente alla vita, ogni volta che traccio con sicurezza sul “bianco” della carta o sulla anima come ora, mi viene da pensare, ogni volta che mi sembra che le cose possano coincidere provate dalla mia coscienza e inizio a lavorare, credendo nella indistinguibilita` del lavoro, della ve­rita` accostata, del porto sicuro, che sia sepolto o meglio del porto emerso, tutto finisce in un lampo, esso sfugge, e il prova­re a dirlo diventa un resoconto da tabulato di numeri, virgole, ne` un goccio di sangue traspare, nulla, solo l’idiozia, la pre­sunzione, certezza dell’essere, la strada e` ancora li` a tre passi da me, e il confine e il ponte che ancora cerco, il cerchio del mio piccolo rinascimento, del mio barocco indecifrabile, e` l’eterno sconosciuto, l’accostarsi e il sentirsi perduti. La vo­ragine, il mito dell’uomo senza Dio, senza anima. Ecco la cosa in cui credo, nel personaggio, nei personaggi dei miei romanzi che cercano Dio, lo bramano, per non dirmelo da solo.
Smontato il cavalletto guardava il protagonista e dentro se` si diceva: “c’e` sempre tempo”. Sentiva il disagio delle parole guardando l’amico gesticolare: in quelle parole il pittore sentiva che il protagonista non poteva far altro che cercare di moltiplicare la sua anima torturata dai troppi perche` e da un dolore acuto forte che ancora l’assillava, che pressante tornava dinanzi, e disse:
– La vita e` cosi`, bisogna avere forza, coraggio. Non dobbiamo, proprio noi, farci sopraffare. Ognuno di noi ha un proprio desti­no e noi abbiamo l’obbligo di onorarlo.
Il protagonista, sentendo la parola destino, si rammarico`, troppi erano i rimproveri a se stesso, a se stesso e per la vita che aveva condotto. Si rifugio` con la mano sulla fronte e li­sciandosi i capelli fece un grosso respiro, come per volersi li­berare dall’angoscia che lo riempiva tutto, e ora sobbalzava in­disponendosi, come se tutto sè volesse combattere sulla giustezza di dolori e ricordi. Come se tutto il turbine di immagini fosse solo stato alzato per nascondere una limpidezza mostruosa, una verita` assai piu` sgradita come l’essere stato un altro, o come l’essersi nascosto dietro l’essere scrittore. Come se scrivendo avesse potuto dilatare il tempo e vivere nell’allontanamento di sè, ma questa sensazione, questo scuotimento fino alle fondamen­ta, lo riportò a una sensazione di serenita`. Egli per un istante ebbe un’immagine che gli dava la sensazione di trovare un signi­ficato. Ma subito si spense e nella memoria senti` come tutto questo non fosse avvenuto o fosse successo milioni di anni fa e disse:
– Non credo nel destino e all’onore, so solo che non possiamo piu` permettercelo. Sono discorsi che non si possono fare.
Si curvò e si espose con il viso al sole, si lascio` andare, “voglio finire questa conversazione”, aveva gli occhi chiusi e il collo teso, come volesse allontanarsi per non udire piu` alcuna parola.
Il pittore guardando l’espressione del compagno, e piu` ancora la posa ridicola del corpo curvato in avanti, a bassa voce disse:
– Ho sofferto molto per la morte di mia moglie.
“C’e` qualcosa di meccanico nelle parole” penso` il protagoni­sta udendo il pittore parlare della propria moglie con un tono sottomesso e quasi vergognoso, “di chi si autoaccusa… Perche` mi dice questo? Cosa vorrà farmi intendere?”

 

***

 

Il pittore, rimaneva fermo davanti al quadro, si voltò verso il cancello della villa pensando alla figlia. Poi, mentre stava per domandare cosa avesse detto la figlia nella telefonata, disse:
– Io e mia moglie ci siamo sposati prima della guerra, e il no­stro primo figlio l’abbiamo perso in un bombardamento. Questo fe­ce cambiare molto la nostra vita, tanto che in quel periodo spe­ravamo di morire, troppo era il dolore, e quando lei se ne ando` due anni fa ritrovai dentro me stesso due dolori. La vita la si finisce con amarla troppo.
In quest’ultima frase il protagonista vide un dissidio di paro­le, come due treni che scontrandosi non provocano alcun rumore. In punta alla sdraio, in bilico tra l’ombra e il sole, quelle pa­role sulla morte della moglie e del figlio, l’avevano innervosi­to. Egli pensava: “Sono discorsi penosi e infantili, sì infantili non dolore solo personale, ma universale.” A quest’ultima parola egli si vergogno`, e capi` quanto in lui fosse presunzione, e in essa fuga. Invece di alzarsi e sporgersi oltre la terrazza si se­dette meglio, sorrise all’amico e disse:
– La si ama molto, nonostante tutto e tutta la nostra presunzione non fa altro che voler nascondere un sentimento. Ma e` cosi` dif­ficile che ci vergogniamo come bambini.
Egli non voleva nemmeno dire questo, capiva d’essere stato im­preciso. E tutt’altro era il sentimento che voleva esprimere. Ma capi` che correggendo cio` che avevo detto avrebbe confuso assai di più, e aggiunse.
– Proprio come dei bambini.
Sottolineando l’ultima parola e guardando il pittore che si era fermato quasi senza respirare verso il suo volto. Egli capiva di aver formulato una frase stereotipata, in quanto si diceva, “chi e` piu` coraggioso dei bambini? Chi dichiara cosi` apertamente i propri sentimenti, senza vergognarsi?” Questa frase stereotipata, prodotta in una falsita` interiore, desto` il protagonista che volendo scrollarsi di dosso queste affermazioni, ridicole stava per dire: “ora basta parliamo di altro” quando il pittore disse:
– Ci nascondiamo dietro paroloni.
Si volto` verso il quadro e senza pausa continuo`:
– Dietro grandi progetti, quadri enormi, e invece non siamo altro che il desiderio di ritornare bambini: chi e` pronto e chi si sta preparando a divenirlo.
Si era creato un clima di fraitendimenti comuni, un gioco di parole che l’uno, volendolo dichiarare, respingeva intimamente e l’altro, armandosi di un consenso lontano, come la “terra è la madre di tutto” o “le montagne incutono timore”, sottolineava. Ma per un attimo trasversalmente ai due, senza volerlo, quasi in sincronicita`, baleno` un’idea: essi sentirono per un istante che si era creata dentro, nell’immaginario, una vita in un cantuccio e proprio in quel cantuccio viveva l’ideale artistico. Come per tutti questi anni non si era fatto altro che dialogare con se stessi e con quel “cantuccio”. Senza volerlo si era arrivati per un’istante a un’idea che prima ancora di nascere li terrorizzo`. Terrorizzo` il pittore che, voltatosi verso casa, verso l’interno di essa, attraverso una persiana aperta e una finestra scovo`, con lo sguardo, ora incisivo e penetrante, particolari: il tele­fono fuori posto, dei bicchieri sporchi, la tavola in disordine ancora apparecchiata. In quello sguardo concluse che doveva si­stemare sia il telefono sia il resto. E affrettandosi ad alzarsi si trovo` come se sapesse gia` che la figlia fosse lì. La figlia non era ancora arrivata, ma egli ebbe questa sensazione, come d’una certezza e, sentendo una fitta al ginocchio, era stato se­duto senza stendere la gamba, si avvicino` al telefono.
Il protagonista senti` il proprio animo stendersi e ritornare indietro come un elastico, con un senso di fastidio abbinato al fatto che, parlando, si era completamente isolato, e ora davanti a sè passava un transatlantico, ed egli non si era accorto di nulla, ne` del panorama, ne` della nave. Si volto` dietro,  verso l’interno della casa e capi` di voler andare via. Poi invece si sdraio` meglio lasciandosi andare sulla poltrona,  e sentiva il pittore mettere in ordine, dopo poco, egli fu di ritorno.
Aveva del caffe` in un termos e, con un gesto elegante, verso` il contenuto in due tazze capienti, lo porse in silenzio al pro­tagonista, e in un piattino poso` delle zollette di zucchero.
– Per la mia salute sono degli iceberg.- Disse il pittore indi­cando lo zucchero. E bevve un sorso di caffe` amaro.
– Tanti anni fa andai in crociera.
Il pittore guardava la nave e con lo sguardo segnava il punto preciso.
Aveva, come si accorse il protagonista, segnalato due associa­zioni comuni, ed egli voleva legarle assieme in modo intelligen­te.
“Egli” pensava il protagonista, “sente, come io sento, l’impos­sibilita` di comunicare, iceberg-zucchero, salute, iceberg-nave, di trovare una strada comune, e` questo il punto. Devo ascoltare, smettere di pensare”. E sapendo che cio` era impossibile fece un sorrisino muovendo leggermente le labbra, e continuandosi a dire: “Ma cosa dico, e` ridicolo, questo e` impossibile.”
Con una mano stringeva l’altra meccanicamente, come volesse tira­re indietro un sentimento che, confondendolo, lo portava lontano, e quella mano cercava di trattenerlo, come avvisarlo, “dove stai andando?” Diceva a se stesso.
Si guardo` la mano in piccoli particolari: i pori, le unghie, i peli. Alzando lo sguardo, vide l’ampiezza del mare “profondo ro­tondo gonfio”. Egli sentiva il bisogno di riconoscersi, letteral­mente: guardava la mano, cosi` i particolari di se stesso, e poi dinanzi a sè il mare, come immagine distante, che aveva bisogno di associare a qualcosa. Egli si diceva: “perche` confondo me stesso e riconosco me stesso solo in stati d’animo che associo tra loro e, cosi` crudelmente, non trovo pace? Questo è quello che devo fare, smettere di torturarmi.”
– Potrei avere un altro po` di caffe`? – Disse porgendo la tazza.
Il pittore acconsenti` con lo stesso sorriso che il protagoni­sta un istante prima aveva espresso, mentre il protagonista, pre­so dal dialogare interno, si era promesso di non pensare e, reso­si conto dell’impossibilita` di questo, aveva sorriso a se stes­so. Cosa che il pittore aveva invece inteso, come un annuire alle sue dichiarazioni sulla esistenza di una coscienza comune. E, cercando di capire se il protagonista era della stessa idea, il cercare una verita` spogliandosi dei principi, decise di coinvol­gerlo con il senso del gioco, in associazioni che legavano al particolare.
– Mia figlia – prese subito con impeto a parlare cercando di scacciare da se` l’angoscia – appartiene a quelle persone energi­che, assai buone, ma terribilmente prive di fantasia. Ella crede, e certamente non completamente a torto, che l’arte  e` solo fin­zione e, come tale, per l’eterna volgarita` che lega il mondo ma­schile al desiderio, costa cara. Piu` costa, piu` l’opera è degna di desiderio. In pratica l’arte come transfert passionale. Credo che lei creda che l’impulso artistico sia lo stesso di quello na­turale a far figli. Scusami, – prese a dire rendendosi conto d’essere stato ridicolo – credo d’essere stanco. Non offenderti per quello che ho detto ora, avevo bisogno di dire una cosa qual­siasi e, come succede, si finisce per dire la piu` stupida.
Il pittore cercava volutamente di sminuirsi, come se avesse capito che, all’interno di se stesso, ogni giorno qualcosa di piu` grande lo stava soggiogando. Come una voce che chiudeva la sua vecchia autorita`, autorita` patriarcale dettata da una vista sulla famiglia piramidale, non per niente conciliante, dove, in ultima analisi, si faceva cio` che egli diceva. Ma ora, piano alla volta, tutti i fili che teneva si assottigliavano ed egli sentiva il desiderio di scivolare gradatamente.
Cosi` la figlia del pittore girava per casa ordinando e, sia nel­lo studio-casa ormai sempre piu` studio, sia nella casa al mare, custodiva le file. “Tutto” era nella necessita` psicologica di vincere la solitudine. Così intorno al pittore amici filiari con premurosa attenzione lo circondavano.
Il pittore dormiva nel buio completo: meticolosamente, come in un rito, abbassava le serrande, nella casa al mare le persiane e le tende, poi la porta e per ultimo si copriva gli occhi con una benda nera. Entrava cosi` in una oscurità consapevole e piena. La benda nera era stata la “protesi” dopo la morte della moglie; si lasciava cullare. Il buio, l’assoluto sprofondare in se stesso, gli avevano fatto dire: “Non riesco piu` a dormire se non finisco un quadro… spero di non morire prima di riuscire a finire tutti i quadri pensati quest’anno.” Era nel silenzio, nel buio che, dal profondo, egli prendeva le file del gomitolo della vita srotolato e, quasi come tirando a se` il filo, poteva vedere dentro se` un passato profondo. Le immagini erano sorrisi, ricordi, intrecci veri e inventati, tutto fino al silenzio. Nel silenzio un moto pieno di energia che, salendo lo “costringeva” al lavoro del giorno dopo. E al mattino schizzava come un grillo, come egli vo­lesse urlare a se stesso, nei primi minuti ancora al buio, seduto con la benda negli occhi “al lavoro”. Si teneva tutto, sentendo la tensione salirgli, sentendo di volersi strappare la benda da­gli occhi, poi con calma pensava alla moglie, si levava lentamen­te la benda e, con dolore nell’anima, preparava le cose per il giorno di lavoro: i panini, i biscotti all’anice, il caffe` chiu­so nel termos, il the’ per la colazione, tutto lentamente. Poi continuava pienamente ancora con il ricordo della moglie nei pre­parativi della pittura. Un critico aveva detto di lui: “nei tempi di inflazione, bisognerebbe vietare ad alcuni pittori di dipinge­re, loro, come una zecca, non fanno altro che mettere in circola­zione opere come assegni dai numeri lunghi, incomprensibili e ir­raggiungibili.” Il pittore dipingeva della morte, egli era at­tratto dalle voci inconfondibili di essa, i suoi quadri, dal co­sto vertiginoso, erano in realtà raggiungibili e comprensibili. Ora mentre guardava il quadro ultimato, seguiva con il collo e con il corpo il tratto del pennello, come un direttore d’orche­stra con il corpo sente la musica. Seguiva nel quadro il cerchio che dei bambini, tenendosi per mano, costruivano, come stessero giocando al “giro giro tondo.” E nello stesso tempo egli pensava come si era immaginato giorni prima il quadro: era al buio nella stanza da letto; sentiva i tram entrare nei capannoni per la notte; sen­tiva un vociare e poi delle urla; vedeva dall’abbaino la luna con un alone chiaro, un cerchio di ghiaccio diafano che, riflettendo­si su un punto della stanza, su una scultura metallica che aveva avuto in regalo, illuminava un piccolo punto del letto vuoto, do­ve una coperta era ai piedi. Egli chiuse l’abbaino e il motore elettrico scattando scorreva sul letto come una coperta ed egli prendendo la benda dal comodino vide la luna spezzarsi, divenire mezza e poi spegnersi completamente. In quel momento, con la ben­da a meta` degli occhi e la luna spegnersi come in una eclissi, sentendosi come precipitare in un abisso, un sentirsi spegnere e calare profondamente sentendo tutto il peso del corpo, quasi come un volersi separare dal proprio stato d’animo immagino` il quadro e lo volle dello stesso colore della luna, degli stessi riflessi della scultura e lo dipinse con il sentimento di smarrimento. E­gli si sentiva smarrito e piano una forte e piena corrente, come una marea, avanzava scavando un cerchio. All’interno di esso egli si immaginava stordito da dei bambini cantare e saltare ed era felice e i bambini cantavano come impazziti e lui felice li a­scoltava tutto preso teneramente. La vita era cio` che voleva dal quadro, regna attraverso l’immortalita’. Cosi` mentre il pittore si ricordava come avesse pensato al quadro che ora aveva dipinto, il protagonista recitava una poesia.
Angela dal paesaggio bruno ha pianto sorrisi. Carne, vena di seta, quale mistero celi sotto le tue ali di cera? Alta, dalle spalle ampie hai capelli di roccia e la tua cintura mi ricorda un magro e tremante ruscello, piccola di diamante, perche` non dai alito ai tuoi seni, cosi` madre e donna?
La recito` piano ricordandosi di quando adolescente incontro`, senza conoscere, una ragazza dagli occhi azzurri, i capelli lisci e neri, e preso dal mistero  e dal desiderio di averla, senti` dentro se` il bisogno di scrivere. Aveva sentito chiamarla e vol­tandosi la vide; per un attimo si guardarono fissi negli occhi, non si lasciarono, poi lo stesso giorno casualmente si rividero e lei lo riconobbe  e gli fece un mezzo sorriso, almeno era quello che lui credette, poi il protagonista la vide andare via, mentre in bicicletta un vecchio sembrava che la seguisse. In quell’i­stante nel momento in cui quell’uomo estraneo la guardò egli la senti` sua. E ora il protagonista guardava il pittore muoversi, accennare movimenti chiaramente dettati da un’idea interiore e, guardando il quadro, il cerchio scavato e i bambini, egli si im­magino` la scena di quando incontro` la ragazza dai capelli scuri e dagli occhi celesti, e quel vecchio ondeggiante non poteva ora che essere il pittore, il vecchio in bicicletta che, passando e rallentando, non faceva che guardare. Il protagonista cosi` ad alta voce, come preso da un monologo interiore, voleva esorcizza­re quel momento passato, quasi come se ora si trovasse di nuovo in quella circostanza. Appena fini` di recitare, esclamando le ultime parole “non dài alito ai tuoi seni, cosi` madre e donna” egli penso`: “cosa? Il ridicolo? Perche` recito questi versi ad alta voce? E cosa c’entra questo moto di orgoglio infantile?” E­gli sentiva recitando d’essere veramente ragazzo, in quel momento si era spenta ogni cosa: il mare di fronte e la nave che ormai era sparita, la lucertola che per lungo tempo gli era rimasta im­pressa, nuotando affannosamente in piscina, il sole caldo che lo faceva sudare, la paura, la moglie, l’amico pittore che dipinge­va… Il quadro che ora guardava con nuovo interesse gli sembrava che avesse qualcosa a che fare con se stesso. Inconsapevolmente una parte di sé s’era messa in comunione con l’opera del pittore, l’enorme vitalità che il quadro, come opera d’arte, creava, gli aveva suscitato il movimento interno. “L’immortatalita` si ripro­duce da se stessa, il moto interiore che crea nasce da uno stimo­lo profondo”, egli pensava. Il protagonista era entrato nello stato in cui parte della coscienza lo portava in cio` che era dentro se` e, dentro le immagini che affioravano, coinvolgendolo emotivamente, ne succedevano delle altre che cercavano di chiari­re e divulgare alla propria ragione il sentimento che produceva­no. In uno stato di oblio quasi cosciente, e in quello stato, una parte di sé si rimproverava, affiorava un giudizio che lo spinge­va alla ragione. Egli si accorgeva del vuoto, del senso del vuoto che le immagini, i sentimenti costruivano, come se la sua personalità` sentisse d’essere imprigionata; egli cosi` sentiva, o me­glio vedeva sentendo:  “Arco di un lume/ Tra sponde l’infuocato/ Vagante colore ripetersi/ Nel guado/ Infanzia all’erta/ Girato verso l’est nel giorno compiuto/ Ora conforto nella distanza/ Al riparo un acqua che scivola./ Sara` di un tempo/ Remoto e obli­quo.”
E ancora: “Sentita nei canti/ Il ciliegio sul monte assalito/ Merli/ Solo muro di legna/ Mentre frecce come un tempo/ Sentivo d’accapo.”
Egli coglieva ora un insieme di elementi, e correggendo volle questo momento da “diario di mezzanotte” sottolineando e co­struendo a forza quasi in antitesi al “vortice”  che lo stava di­vorando. “Solo una pietra/ Aspettiamo/ Aspetto/ La torre deside­rata/ Dalle volte e compare/ D’improvviso tra gli ulivi/ Rinfran­cato cado nel sole bianco e nero/ Aspettarsi luce/ Sorrido d’ac­capo/ L’erba a prestito.”
Benché il pittore e il protagonista fossero vicini, il protago­nista assorto nei pensieri non aveva risposto a una domanda del pittore, e quest’ultimo, non avendone avuto risposta, si era anch’egli isolato a pensare. D’un tratto, dinanzi a loro, un gab­biano volando pesantemente, (era un gabbiano anziano dal piumag­gio quasi tutto grigio) si andò` a posare sulla superficie della piscina.
Cosi` tutti e due, avvicinandosi alla piscina, rimasero a guar­dare il gabbiano che spaventato nuotava. Aveva il becco scheggia­to e si poteva osservare, mentre con le zampe si muoveva, che gli mancava una parte del piede palmato. “Poverino” pensava il pitto­re vedendo la zampa mutilata.
L’impressione che provava il protagonista era di stupore e in­sieme di meraviglia, infatti ora vicino alla piscina egli poté` vedere, oltre al vecchio gabbiano, anche la lucertola nuotare. Il protagonista, fissando la lucertola cercava di ricordarsi, ma e­gli la riconobbe diversa, da quella che aveva salvato raccoglien­dola con il rastrello, in quanto quest’ultima aveva la coda spez­zata a differenza di quella da lui liberata. Il gabbiano guardava ora immobile i due uomini e, girando verso il lato dove la lucer­tola cercava di salvarsi e, spossata, rimaneva con una zampina tra le incrostazioni di una mattonella, si avvicino` facendo un movimento comico con l’ala: come un remo la spingeva per bilan­ciare l’effetto della zampa mutilata. Il gabbiano era vicino alla lucertola quando il pittore, con voce allarmata disse: “non vorrà` mangiarla?” La lucertola, consapevole del rischio che correva e quasi come avesse sentito le parole del pittore come avverti­mento, inizio` a dibattersi, alzandosi più` che poteva verso la sponda della piscina, altissima per lei. Il gabbiano vicino al rettile si fermò e fissò per un istante i due uomini come volesse misurare la distanza tra i due e voltandosi verso la lucertola la prese e la mangio` in due movimenti goffi e la deglutì. I due a­mici rimasero esterrefatti: il protagonista sentì un profondo di­spiacere e disapprovo` pateticamente l’operato dell’uccello. Cer­cando di sdrammatizzare ad alta voce apostrofo`:
– Che figlio di puttana!
– Gabbiano che non sei altro. – Disse scherzosamente il pittore quasi come volesse essere un rimprovero all’uccello che ora spa­ventato dai due uomini, che si erano avvicinati alla sponda della piscina cercava un rifugio. La piscina segnava il confine della proprietà insieme a un albero di corbezzolo che pendeva quasi co­me volersi specchiare sulla superficie dell’acqua. Il ramo estre­mo, che in inverno entrava in acqua con le raffiche, ora era il rifugio dell’uccello che, spaventato dagli uomini rimaneva immo­bile all’ombra mentre il pittore scherzando disse:
– Ho ucciso più` lucertole di lui.
Intanto il gabbiano, distratto da una fogliolina che gli ruota­va proprio davanti l’occhio destro, piegando un poco il collo, se la passo` sopra il becco, poi lo apri` e, con delicatezza, la fe­ce scivolare come usano fare quando si puliscono il piumaggio. Il ramo inizio` a muoversi preso da dei leggeri movimenti, poi sem­pre piu` intensi fino a divenire un vero su e giu`. Ora ai due uomini lo spettacolo del gabbiano mangiatore di lucertole che si ostinava a tirare una fogliolina sembro` comico. Si misero a ri­dere di quel buffo gabbiano, e l’attimo di sconcertante realta`, che aveva amareggiato il protagonista, ora si rilevava, alla luce di quel movimento del ramo di corbezzolo, un insieme di assurdità che allontanando il ricordo della povera lucertolina, ansimante e consapevole, faceva agli occhi dei due uomini apparire il tutto quasi come se fosse stato immaginato in un sogno bizzarro.
Il vecchio gabbiano si ostinava nel tirare la foglia verde e, dimenticandosi dei due uomini, o conoscendoli istintivamente, gi­ro` il becco tra le piume sotto l’ala e rimase immobile come se volesse dormire nella piscina d’acqua dolce all’ombra del corbez­zolo.

 
Il gabbiano rimase immobile per piu` di due ore con un fianco adagiato al ramo, fino a quando telefono` la figlia del pittore e avvertì che non sarebbe venuta, e questo mentre il pittore rac­contava al protagonista di come aveva iniziato a dipingere:
– Una situazione buffa come quella del gabbiano.- Diceva.
– E ora – aggiunse abbassando il telefono. – Dopo tutto l’invero­simile… Assai probabile e mi aveva assicurato che sarebbe venu­ta, invece ha il bambino ammalato, o almeno e` quello che mi ha raccontato…
Cosi` d’un tratto mentre stava pensando ad alta voce, inizio` a telefonare, fece tre telefonate brevissime spostando appuntamenti o annullandoli. Poi telefono` al nipote e stette al telefono a raccontare una favola dove c’era il gabbiano e la lucertola nuo­tatrice…
E mentre il pittore raccontava, con il piccolo telefono portatile si muoveva all’interno della casa, scivolando di volta in volta verso il tavolo apribile e verso la vetrata che dava nel giardino interno e poi ritornava verso la porta a vetri da dove si vedeva parte della montagna salire rapidamente con i costoni di roccia piu` chiara. Passeggiando raccontava cosi` la favola.
– … Diedero il permesso di volare, tutti si aspettavano da lui che, guardando in basso dove la scogliera delimitava il mare, egli inesperto si lasciasse andare planando. Ma il mare, per tutti quei giorni che era stato nel nido, gli era venuto a noia. I fratellini già volavano e si esercitavano, lui rimaneva in di­sparte, quasi pensieroso e quasi come volesse imparare a volare.
Mentre raccontava metteva in ordine alcuni bicchieri puliti che rovesciati sopra una pezza, erano ormai asciutti e chinandosi li ripose in un armadio basso vicino all’entrata della cucina.
– “Dai” dicevano i fratellini bianchi dal becco giallo e deside­rosi di tuffarsi nel blu del mare, “dai vieni con noi, andiamo a pesca di alici” dicevano per convincerlo, ma il gabbiano rimaneva titubante al volare. Quando il papà gabbiano tornava la sera dal lavoro, ogni giorno andava sempre piu` lontano a pescare, un po` distratto, un po` pensieroso per la pesca da trovarsi sempre in posti ormai sconosciuti…
Il protagonista al sole sentiva l’amico parlare al telefono; egli lo percepiva in modo confuso per i suoi continui spostamen­ti, cosi` isolandosi, ma nello stesso tempo lasciando fantastica­re nel racconto, si lascio` trasportare dal suo mondo interno fatto di associazioni d’immagini, cercando di dare un ritmo, una cadenza visiva dove si evocavano queste sensazioni: “Linee d’as­sociazione/ Al riparo di remoti dolori/ Tutto il giorno/ Occasio­ne e perdita/ Accorgersi e sparire./ Dietro le nuvole consensi/ Arcobaleno vacuo ripetersi” Guardo` il pittore che gli compari` dinanzi con il telefono portatile e vicino raccontava:
– Il figlioletto sempre era accovacciato in un angolo del nido. E il padre ancora umido e infreddolito gli domandava: “Hai imparato a volare quest’oggi?” “No babbo, sono rimasto tutto il giorno qui, ho fame.” E il papà gabbiano, senza dire nulla, gli diede due piccoli cefali raccolti… non sapeva proprio dove li avesse presi. “Promettimi d’imparare”. Disse mentre il figlio mangiava velocemente i pesciolini con gli occhietti neri e furbi. “Certo papa`, domani imparo” rispose il piccolo gabbiano. L’indomani mattina, prima che il sole sorgesse, il papa` gabbiano spicco` un salto nel buio e, come un puntino bianco nell’oscurità, sparì. Il figlio guardava la madre pulire il nido e, mentre essa si spingeva con il becco attorno all’orlo del nido, lui, il piccolo gabbiano si ricordo` della promessa fatta al padre: si alzò sulle zampe e si mise sull’orlo a osser­vare. Era ancora tutto buio, ma già si iniziava a vedere qualco­sa; poi ormai conosceva a memoria il paesaggio attorno e bastava un non nulla a che potesse riconoscere ogni cosa. Si sporse e vi­de il cumulo di macerie sotto di lui, la vecchia torre con le piante selvatiche attorno agli orli spogli delle pietre, piu` in la` la luce del faro che a tratti scivolava attorno al monte e sembrava che spazzasse tutta la cresta del promontorio illuminan­do il verde dei cespugli, il bianco delle rocce granitiche e il nero di quelle vulcaniche, fino a sparire oltre il mare. Tra sè pensava: “I miei fratelli volano gia`, e tutti volano sopra il mare, ma io volero` dalla parte del monte. Il fascio di luce bianca del faro passò di nuovo e, illuminando il verde dei cespu­gli, il bianco delle rocce granitiche e il nero di quelle vulca­niche, tracciava la solita traiettoria, ma questa volta, all’al­tezza delle rocce vulcaniche, un puntino bianco sembrava galleg­giare nel vuoto: era il gabbiano che finalmente volava battendo le ali maldestramente. “Meno male” disse mamma gabbiano con un sospiro liberatorio, continuando a pulire. “Sara` un gran lavora­tore, succede cosi`.” Intanto il piccolo gabbiano, che la madre pensava “gran lavoratore,” era rimasto quasi allo stesso punto, volava in su e in giù, girava attorno come disegnasse un cerchio e poi compiva una piroetta appena la luce del faro, inondandolo, lo accecava. Quando il sole inizio` a sorgere il gabbiano ancora compiva piroette, salti e capriole. Era sempre lì allo stesso punto quando si accorse che ormai era giorno. Si poteva vedere il mare con una leggera nebbiolina, le isole distanti, dove a stormi si dirigevano tutti i gabbiani che, alzatisi dalla superficie del mare, inseguivano il loro istinto pescatore. Sembrava invece che al nostro gabbiano interessasse piu` la cima del promontorio che la distesa di caccia. Infatti, alzando la testa verso l’alto, si diresse verso la cima. E vola, vola, batti le ali, in un istante si trovo` in cima. Sulla cima del promontorio c’era un’antenna del telefono, e in cima a essa una luce rossa che indicava “peri­colo”. Il gabbiano si meraviglio` e rimase dispiaciuto quando si accorse che attorno al promontorio non c’era altro che mare. Il mare era tutto attorno, fatta eccezione per una lingua di sabbia, dove anche dentro quella, c’era dell’acqua. Erano laghi salmastri dove stormi di cormorani, con il loro piumaggio nero si alzavano in volo.
– Credo che si sia addormentato. – Disse la figlia del pittore al telefono. Appena pronuncio` la parola “addormentato”, il figlio­letto alzando il capo e guardando i capelli scuri della madre on­deggiare e i suoi occhi che guardavano nel vuoto disse:
– No mamma, non dormo.
Il nonno senti` la voce del nipote e stette in ascolto per sentire se aggiungesse altro mentre la figlia parlava scusandosi di non essere venuta.
Il pittore non badando alle parole seccatamente disse:
– Domanda a tuo figlio se vuole che continui.
Il figlio intanto, con gli occhi aperti, con il viso verso il volto della mamma, giocava con i bottoni girandoli dall’asola della camicia della madre che ora fermando la manina domandava:
– Il nonno ti ha chiesto se vuoi sentire la favola?
Il bambino assorto nei suoi pensieri, quasi non ascoltando vol­tato verso la cassettiera, indicando un cassetto disse:
– Ora sono grande arrivo sino a li’.
– Mi ascolti? Il nonno ti ha chiesto se vuoi sentire la favola?
Il pittore, dopo una breve pausa che indicava qualcosa ma che e­gli non capiva, sentì di nuovo la figlia.
– Scusami papa`, si e` alzato… Dove vai scalzo?… Ti devo la­sciare è scappato via.

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