Sabaudia terza parte

di aeroporto2

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“Veloce al mattino/ come un raggio/ Rosso, viola, bianco./ Il caffe’ sul fuoco./ Ho perso il mio orologio./ Domandando in ca­sa./ Capisco ora/ quanto di me è estraneo…
Vide il pittore smontare il cavalletto, levarsi la camicia e le­varsi i pantaloni con un gesto sorprendente che racchiudeva ela­sticita` nei movimenti, giovinezza… In un lampo lo vide avvici­narsi alla piscina e tuffarsi.
– Sara` mia follia, ma credo – diceva il pittore che sedutosi su un gradino della piscina prese a lisciarsi i capelli bianchi, candidi, con un ciuffo lungo che, scomponendo il volto fece acci­gliare il protagonista.
– Sono le mani che misurano, stringono, si muovono. Prego Iddio che mi mantenga le mani forti contro il tempo che assale, giustamente assale, ma soprattutto forti contro noi stessi, contro gli intellettualismi, i salotti. Sono queste che contano! – Indico` le mani teatralmente come chi, volendo giustificarsi dall’assassinio compiuto in scena, se ne volesse liberare.


– Non so come si muovono, so il tumulto e la paura. La paura e il bisogno incredibile che sento al la-vo-ro!
Egli scandi` la parola “lavoro” mentre, con tono petulante suonava il telefono e, come il suono del telefono, egli rispose ironicamente a se stesso la-vo-ro.
– Il bello – disse subito lasciando squillare nel vuoto il tele­fono e indicando con un gesto all’amico di stare fermo – il bello è che ti dicono: “amico questo lo chiami lavoro? Un conto in ban­ca da entrata da imposte nazionali, te ne stai comodamente a casa e svolazzi, anzi ripeti gli svolazzi di pennello mentre altri, certo meno furbi di te, lo fanno solo la domenica. Loro lo chia­mano passatempo come mai?” Cretino! Ecco come mai. Val la pena… Ancora! – Disse riferendosi al telefono che “ancora” riprese a suonare.
Il pittore salì sul primo gradino e lasciò che parte dell’ac­qua scivolasse dal suo corpo. Nell’istante che egli comparve alla vista del protagonista, una folata di vento mosse l’acqua incre­spandola e così il protagonista rimase a guardare il vento muove­re le foglie del corbezzolo e lo specchio d’acqua, cercando di scrutare il fondo della piscina.
“Azzurro, macchia dei tuoi occhi/ Stretti in un cerchio d’acqua/ Immobile nel pozzo nero della pupilla/ Con il vento che fuggendo allinea eserciti di pensieri/ E nel fondo stretti da tonnellate di secondi/ Spacchiamo/ Come ferite inferte alla terra.”
L’erba piegata, falciata da poco, con scatti improvvisi tornava ad alzarsi. Il vento circondava in un abbraccio gelido la schiena del pittore. Il pittore sentiva dentro sè un silenzio che gli fa­ceva sembrare ogni cosa estranea. Aggrappandosi alla scaletta per uscire dall’acqua scivolo` trovandosi d’improvviso sotto la su­perficie con gli occhi aperti. In un baleno non sapendo come e d’improvviso tornò dinanzi l’immagine della moglie e di lui du­rante un bombardamento, prima che persero il figlio. Senti` nel ricordo le sirene e capi` la voce chiara e un poco paurosa della moglie.
“Scendi giu` al rifugio”. Diceva lui.
“No caro, e` inutile vanno a nord”.
Si ricordo` la moglie in cucina sparecchiare.
“Prendi Roberto e portalo al rifugio”. Si ricordò la sua voce.
“Sta dormendo”.
” No è qui in piedi”.
Si ricordò del figlio in piedi vicino al tavolo, con il dito in bocca, si appoggiava impaurito al suo corpo, mentre le sirene de­gli allarmi suonavano in lontananza. Si ricordò la moglie passare tra le tinozze d’alluminio piene di acqua, avvolgere il figlio in una coperta e scendere giu velocemente. Poi si ricordò della mo­glie che era tornata in casa per fargli compagnia, davanti allo stipite della porta mentre ferma gli sorrideva. E si ricordo` di come fecero all’amore sotto il bombardamento, quando si strinsero e risero e sembrava tutto cosi` assurdo… E si ricordo` di come quel bombardamento a lui pareva finto, come quando tranquilli si vede da lontano un fulmine cadere, e si prova quella calma inte­riore, quella piena e sicura tranquillità come se, presi da una vertigine, si avesse, nell’incoscienza, la sicurezza della pro­pria immortalita`. Cosi` si ricordo` che fecero all’amore con gli animi leggerissimi: si sentiva leggero e felice.
“Mi sto rincoglionendo. Ma che razza di oblio sarebbe, mi resta poco da vivere e mi sto perdendo in queste fregnacce, buone per maschietti a caccia della femminilita’. Roba vecchia… ginocchio fatti coraggio dobbiamo arrivare fino alla doccia…” Il pittore, aiutandosi con le mani sulla scaletta si diresse verso la doccia.
Il protagonista vinto da un senso di colpa che da giorni lo co­stringeva a un errare intimo, dentro se` diceva: “pieno, di in­sopportabile furore, fuggo dinanzi… Costringo il mio essere a sparire”. E alzandosi con il viso verso il mare, mentre nell’ul­timo sguardo vide una formica che apprestandosi a passare tra due mattonelle con le zampette cercava un passo, si ricordo`le frasi che liricamente aveva scritto la notte precedente:  “Un arco tra punte infuocate come tizzoni che ardono e spenti nella mitologia solo per un sogno, ne` pace ne` inquietudine, solo distanze pla­netarie come silenzi e al risveglio il cuore trafitto e fuggire oltre il mare, dimenticando chi siamo e perche`, Padre.”
Così ricordò le sensazioni che l’avevano colpito: l’ansieta’ della figlia del pittore che al telefono preoccupata chiedeva che lui andasse dal padre; l’ostinato comportarsi del pittore nel vo­ler centrare il punto di ogni questione, e saltare, quasi fuggi­re, con scatti di vitalita’ improvvisa. Poi il suo modo di inda­gare con lo sguardo, come sono soliti gli uomini del profondo me­diterraneo, in contrasto con la sua figura nordica. Il carattere risoluto e, in contrasto, un abbandono infantile, un donarsi alle sensazioni e agli umori; il gusto possessivo per le cose, l’ac­centrare a se’ ogni questione, persino le circostanze; il razio­nalizzare le circostanze e farle vivere in forma di dialogo; il sostenere con fisicita’ il proprio lavoro. Egli si accorse che il suo indagare per sensazioni lo portava ad approdare in quella co­munione che a volte segna gli uomini senza personalita’… l’imi­tazione. Egli sentiva di desiderare di imitare il suo amico, ma come imitarlo, e in cosa?
“Perche’ nel profondo sciolgo fiumi, mi raggiro come un marinaio alla deriva su una barchetta di carta e, aggrappandomi ai sospi­ri, agli sguardi, alle circostanze, costruisco il principio al mio annullarmi?  A cosa e perche’ la mia intelligenza vuole ap­prodare… arrivare alla foce con tutto il sapore, che a volte è il disgusto di cio’ che sono. L’evasione e il sogno… quante volte devo tradire il mio essere?”
Tra piante di alloro alte e spesse, potate in forma circolare, c’era la doccia. L’entrata appena sufficiente per un uomo era na­scosta da eccessivi rami non potati. Il sapone era sulla schiena del pittore, il quale  girandosi per sciacquarsi incontrò lo sguardo del protagonista.
Il pittore dono’ un bel sorriso gaio al protagonista e quest’ul­timo rimase colpito nel profondo.
C’era, nell’atmosfera, qualcosa d’ignoto, come lo scivolare in sogno e svegliarsi d’improvviso senza memoria del sogno. C’era quell’atmosfera d’attesa, d’inquietudine, che sono soliti vivere gli artisti all’interno dei loro fantasmi. Era come se il pittore e il protagonista potessero materializzare questa atmosfera con­cretamente. Un silenzio di tomba, anche il vento sembrava non es­serci più, così gli uccelli, solitamente sempre a cantare, ora erano in silenzio. Tutto taceva, i due uomini erano l’uno di fronte all’altro, avvolti dai propri stati d’animo costruiti da infinite “perle” di fini sensazioni, che sfumavano e si rincorre­vano, fino a giungere a piccoli brividi, che destarono i due uo­mini. Come si fossero accorti che qualcosa di soprannaturale li stesse osservando, ma non pienamente e con rotondita’, ma con o­stinazione e sfida, lenta e sicura, estranea e paurosa. Un terzo elemento, l’irrazionale nel suo vortice, dove le spirali leggono, con simboli, immagini depositate come sedimento della storia uma­na, li stava convogliando in quelle voci, sensazioni, sospiri, che solitamente rifuggono negli esseri sensibili, nervosi, malati e moribondi. Nulla di didascalico era tra i due, nulla che li fa­cesse distogliere dalla sensazione dell’irrazionale che prende corpo, come qualcosa di magico, di religioso, come qualcosa che riempia e completi un ambiente definito, che stagni nell’atmosfe­ra fino a giungere nel cuore dei medium, come quando, al tempo della pubertà, immobili al buio, si ha la sensazione che qualcosa lì fuori, dietro la stanza, ci stia chiamando, e nello stesso tempo ci ascolti: sensazioni dimenticate, lontane, superstizioni scacciate con mente razionale. Ora i due amici erano folgorati assieme da qualcosa che entrambi sentivano, che vibrava all’in­terno di loro, che, avvolgendoli, li separava, li spaccava e in­sieme sembrava avvertirli: un avvertimento che non aveva un per­che’ interrogativo, ma aveva ancora quello stato primitivo che genera a volte l’intuizione, il geniale distacco dalle cose, la lucidita’ folle che genera energia, assorda e costruisce volon­ta’. In questo stato medianico, nello stato che, inconsciamente, per tutto il pomeriggio avevano cercato, costruendo insieme un ponte continuo di richiami per se stessi, per congiungere in un punto comune, il gabbiano, che era stato tutto il tempo immobile, fermo, spicco’ un balzo sull’acqua e, aiutandosi con le zampe, si alzo’ in volo. Il punto luminoso che il pittore, con maestria, aveva sottolineato nell’uccello mentre volava dentro il fascio di luce del faro, nella favola raccontata al nipote, ora in volo, quasi sul tetto della villa del pittore, stramazzava urtando il comignolo di mattoni e, scivolando a terra davanti alla sedia del pittore, dopo essere rimbalzato sul tetto, lentamente, con una luce azzurra per auto combustione prese fuoco. Quell’animale gof­fo, vecchio, in una luce interna, interna era la suggestione che colse i due amici mentre rimanevano atterriti a guardare, un fuo­co sfavillante e nello stesso tempo debole, poco visibile, ma pur sempre fuoco, che, nella suggestione, appariva certo piu’ inten­so, soprannaturalmente intenso, per analogia vicino al camino e­sterno, il camino dei fuochi estivi, vicino alla sedia del pitto­re dove, a poca distanza, sulla tela da poco dipinta, ombre e lu­ce erano comuni per il sole, per l’ombra, e per la luce che il fuoco generava. Questi semplici fatti, queste sensazioni irripe­tibili, nel raccontarle assurde, non potevano, per pudore, neppu­re essere accettate agli occhi dei due amici, che rimanevano im­mobili senza voler avvicinarsi, senza sentire il bisogno, senza avere quella curiosita’ logica che si dovrebbe provare. Era una dichiarazione, ma a cosa? Ma cosa essi sentivano era stato di­chiarato. Come nello scandagliare il mare, d’un tratto, dal pro­fondo, qualcosa di oscuro, forse a simboleggiare l’inconscio, ti­ri giu’ la lenza con una forza soprannaturale, una forza conti­nua, che in qualche modo segni il tempo, come il costruire un mu­ro nel tempo, di qui o di la’ e in cima a esso, senza enfasi, si rimanga ancora ad ascoltare, ma un segnale, ci fermi, ci prepari con premurosa attenzione a non eccedere. Il gabbiano rimaneva im­mobile, distante, ora, un milione di anni dalle sensazioni prova­te, dal mistero che, avvolgendoli, li aveva scossi e, rimanendo cosi’, nella volonta’ al silenzio, i due amici, dandosi occhiate come volessero l’uno con l’altro riconoscersi, giravano senza da fare in giardino, accennavano a entrare in casa, come se l’altra parte della stessa calamita li respingesse, li allontanasse dal punto del gabbiano. Girarono in cerchi infantili, verso una meta interiore, camminando verso la vetrata del salone, verso la porta esterna della cucina, verso la parte interna del giardino, ma mai dalla parte della terrazza, del camino esterno. Un senso di vuo­to, dentro loro, li teneva occupati a non pensare; il non agire, il fare, era in qualche modo esorcizzato dalla vicinanza fra lo­ro.
C’era la sensazione che potevano materializzare la distanza tra i loro corpi. Piu’ si avvicinavano fisicamente, piu’ aumentava la consapevolezza dei loro volumi, come se, all’interno di loro stessi, una forza pneumatica si gonfiasse, facendo loro sentire la pressione degli organi vitali, benche’ questo stato d’inquie­tudine avesse un fare, un proprio inizio e un fine consapevole, consapevole negli eventi: il gabbiano stramazzare a terra. I due amici rimasero irretiti, letteralmente presi dalla rete delle proprie sensazioni, dei propri stati d’animo.
Il pittore, vedeva immagini degli anni passati, come in un li­bro illustrato gli comparivano immagini, cosi’ vive da sentirle addosso come l’acqua che inzuppa i vestiti e rimane attaccata al­la pelle. Sentiva e ricordava, ricordava e dinanzi, come in un libro, sfogliava il passato: il figlioletto in campagna, la mo­glie tra la vigna, lui che chiamava e beveva l’acqua fresca, l’intera felicita’ che mai provo’ dopo. E per bisogno di liberar­si dal torpore dell’oblio, proprio dei narratori dinanzi al bara­tro, ai fantasmi che inseguono, inizio’ a parlare al protagoni­sta, racconto’ di quando, insieme alla moglie e al figlio, si trasferì in campagna.
– Durante l’ultima guerra ero riuscito due volte a sfuggire alle retate dei Tedeschi. – Prese a raccontare sedendosi sul limite della casa, toccandosi un poco il ginocchio, mentre il protagoni­sta si sedette davanti, su un ramo, che oscillava, ed era parte d’un albero a cespuglio. – L’ultima retata mi aveva costretto, una volta scampato il pericolo, a nascondermi. Rimanendo sempre in casa, non uscivo piu’ da mesi, non sapendo come passare il tempo ho iniziato a dipingere. Così, ho iniziato la fortunata carriera artistica.- Si acciglio’ un poco e pensoso continuo’ il racconto.
– Mentre mia moglie era in cerca di cibo, io accudivo alla casa, accudivo al figlio di quattro anni che avevamo chiamato Roberto, come mio padre. Lavando in terra facevo un gran risparmio d’acqua- guardo’ la piscina colma e fece un sorrisino tra se’ senza fermarsi di raccontare. – Raccoglievo l’acqua che potevo, pelavo le patate, che un mio amico contadino mi aveva regalato. Io gli regalai il primo quadro che dipinsi, ritraeva mio figlio che dormiva su una seggiolina davanti alla porta di casa. Questo quadro aveva commosso la moglie del contadino, che non avendo bambini costringeva il marito a portare il cibo a mio figlio, e cosi’ quel quadretto regalato per gioco e per disimpegno divenne una dignitosa sussistenza. Alla fine ci invitarono ad andare da loro. Ci trasferimmo non poco lontano da qui, nell’agro pontino, dove la famiglia della contadina aveva un podere. Il podere era in un borgo che aveva il nome di una località della prima guerra mondiale, mi pare che si chiamasse San Donato. Come un po’ tutti da quelle parti si viveva con un occhio per sè e uno per la fami­glia. Quando arrivai, tutti e due gli occhi furono per il cancel­lo del podere, in sogno per molti anni ho avuto la visione di questo cancello. Non che il cancello fosse in qualche modo spe­ciale, era il fatto che quel cancello mi dava l’impressione che oltrepassatolo avrei trovato finalmente quella tranquillita’ che a Roma mi era negata. Era un semplice cancello di ferro, a dire il vero un poco imponente, con delle grosse punte di ferro all’e­stremita’ superiore che parevano delle lance. Molti anni dopo lo dipinsi come lo ricordavo in sogno, e cosi’ purtroppo non lo so­gnai piu’, è uno dei pochi quadri che conservo. Nel quadro è ritratto il cancello, ai piedi  c’e’ tutta la mia famiglia che riposa sdraiata. Mette una certa allegria guardare quel dipinto. L’autorita’ era Gilda, la contadina che, silenziosa, lavorava co­me un mulo in campagna, in casa, non rimaneva mai ferma…. In­stancabile, non ho mai visto nessuno lavorare cosi’, era veramen­te impressionante, ho fatto un quadro prima che ritornassi in citta’ e glielo donai, ritraeva  lei, su una sedia davanti al vi­gneto che dormiva. Rimanemmo lì tre mesi, lavorai per la prima volta in vita mia in campagna… Non ho mai creduto al mio lavo­ro, in modo professionale, ho sempre pensato al mio dipingere co­me a tenere un diario intimo, per lo piu’ segreto. Appuntavo su un taccuino, le impressioni e poi aggiungevo in fase di realizza­zione qualche particolare che mi aveva colpito. Cosi’ d’improvvi­so le foglie della vite e l’uva che si stava maturando, l’immagi­nai come quando andato per potare vi trovai un serpente attorci­gliato al fusto, con un merlo che ancora si dibatteva. E così Gilda l’ho ritratta con uccelli che volano e serpenti che si con­fondono tra le foglie di uva, con colori carichi ma piacevoli. Cosi’ mi da fastidio essere chiamato simbolista, o che quel qua­dro è simbolico, come  sento dire da alcuni critici. Mi ricorda un po’ quando ero giovane nuotare ora in piscina, rimanere in stato di suggestione, con un poco di amarezza che in fondo fa parte del mio carattere melanconico. A cosa credi? A cosa tendi? Mi domando per scuotermi, come ora, che nuotando mi sono ricorda­to di quando tornato a Roma, perche’ troppe truppe tedesche si stavano preparando per fermare l’avanzata alleata, ho perduto in un bombardamento mio figlio.
Il protagonista capì quanta intelligenza era nell’ultima fra­se, quanta sapiente vita si potesse nascondere in un uomo che co­noscendo la vita, continuamente la scuoteva egli stesso fino alle fondamenta, e sentì ammirazione, per la prima volta provata ver­so un artista che, non solo sapeva con discrezione nascondersi, ma che sapeva come un esorcista fermare uno stato d’inquietudine. Come ci fosse stata una consapevole narrazione, svogliata. Come egli, pensava il protagonista, avesse volutamente, con una caden­za visiva, compiuto dallo stesso turbine d’inquietudine un tran­sfert consapevole, avesse “scaricato” il mondo inquieto, incon­scio, con tratti di vita reale, distante, ma “scultorea”. “Ecco, è questo il termine, scultorea, una narrazione scultorea, come una scultura, che nasce  da materia. L’anima di un uomo viene mo­dellata, raffinata, con mente razionale… ma quest’ultima sempre a servizio dell’anima.” Il protagonista, vedendo il pittore guar­darsi attorno e poi alzarsi per raccogliere gli asciugamani ba­gnati, che erano ai bordi della doccia, posati su un ramo basso di ulivo, si meraviglio’ del suo pensare sentimentalistico, si meravigliò, di come egli avesse sentito la sua anima e analizzato il suo modo di pensare in modo differente dal proprio essere.
Un senso di ribellione lo scosse tutto, una forte carica di­struttiva l’invase, voleva ribellarsi, sentiva che il “vero” il principio al vero, era in qualche modo raggirato, che una menzo­gna mielosa l’aveva per un poco ammaliato.”Ma cosa c’entra que­sto?  cosa c’entra il figlio perso con ciò che ho provato, con ciò che sicuramente anche lui ha provato, cos’era tutta questa energia, e come posso spiegarmi il fatto del gabbiano?” Mentre egli pensava, isolandosi, il pittore andò verso il retro della villa e tornò, con una pala e una scopa di saggina, andò verso il camino esterno, dove c’era il gabbiano e lo raccolse, aiutan­dosi con la scopa rigida. Passò noncurante davanti al protagoni­sta e sotto un albero di rovere, dove non vi era erba scavò una buca e seppellì l’uccello.
– Provo compassione, per i fenomeni irrequieti, le singole atmo­sfere, quasi come vogliano rimproverarci di qualcosa, questi re­taggi ancestrali pagani, vincoli che separano il mondo, che scon­figgono le linee d’ombra, arrancano in noi stessi e poi esplodono consapevolmente in superstizioni. Un mondo come un’eco, non com­prendiamo invece, che non c’e’ nessun rimbalzo, il ridicolo è da­re dei vincoli alla propria mente, c’e’ molto d’incomprensibile, e cosa dovremmo fare…. ribellarmi per mio figlio? Creare un mondo di nevrotici, dove alzo strutture “venatorie” e cosi’ nella mia riserva di caccia vado costruendo orgogli e volgarita’, sot­tintesi, allusioni. Sono stanco, ho parlato e sentito molto l’e­nigma, il parlare dell’enigma, il vociare da gente alla moda…. – Il pittore finì di parlare, mentre con la vanga copriva di ter­ra ciò che rimaneva del gabbiano, e con colpetti la schiacciò pareggiando il dislivello. Appoggiandosi alla vanga, come chi guardando dinanzi a sè potesse vedere campi coltivati, con soddi­sfazione per il lavoro compiuto, continuo’ a parlare.
– Mi sembra imbecille fermarsi a voler concretizzare, a ripiegare un colore, a spiegare un riflesso. Ciò che serve va preso, ciò che crea va preso, ciò che sono è tutta un’altra faccenda. Sen­timento religioso… mi dirai con i tuoi occhi stralunati, “può darsi”… proiezione inconscia… E’ meglio quest’ultima che mo­rire di menzogna. Ho capito, compreso, vogliamo diminuirci davan­ti all’ignoto, vuoi prendere per mano l’inspiegabile… l’inspie­gabile è il dolore. Ciò che è inspiegabile, umano e divino al­lo stesso tempo, il resto sono storielle per signorine… Una frase chiave mi è rimasta in mente, lo stesso motivo, il dirigere il tuo parlato figurato… senza giudizi; ma sono un artista come lo sei tu, e prima di questo mi vanto d’essere un uomo… Roberto sono un uomo di ottant’anni. E questo è la sola spiegazione… tutto il resto… non ci si sveglia una mattina volendo divenire un artista, si desidera essere un uomo, e dietro a questa parola ci sono molte cose, di nuovo non c’e’ nulla, il segreto non esi­ste, non c’e’ nessun segreto, nessuna anima concreta, capiscimi, non si separa un uomo mai…. dalla sua anima, dico proprio mai.-
Finito di parlare, quasi come rimproverasse qualcuno, o forse se stesso, stette fermo immobile a guardare il vento increspare l’acqua e mentre egli parlava, il protagonista capiva che l’amico cercava di dirgli qualcosa, ma non aveva la forza di parlare, co­me se girando attorno alla questione la volesse eludere. ” Ma perche’ parla in questo modo, cosa vuole intendere?” Stranamente il protagonista, se pur incuriosito dalle parole, su questioni che in fondo a lui interessavano molto, ora sentiva una distra­zione, un non volersi occupare di faccende “religiose”, sentiva presente la consapevolezza del vuoto, e volendo rispondere all’a­mico con una frase propositamente sciocca, inizio’ a suggerirgli quanto di questa epoca appartenesse al pittore, quasi volendo far arrabbiare, o almeno irritare l’amico, centrava le sue domande sul suo egocentrismo e il pittore inizio’ veramente a seccarsi. Tanto che guardando l’amico in faccia gli disse che egli si stava comportando come una donnetta, piu’precisamente disse “come un infante”.
– Muli e cavalli sdraiati morti, distesi ai bordi della strada, con le interiora putride. Il fetore intenso, che apre a sciami di mosche, vespe, cani, e oltre, alzando gli occhi, era l’unica cosa da fare, vedevi i corvi che posati a stormi sui rami bassi scen­devano planando sui cadaveri. Con in mano una tela e nell’altra un cesto, per piu’ di cinque chilometri ogni genere d’animale, uomini uccisi e lasciati appesi. Alla fine tutto faceva parte della scena. Ti giravi indietro e avevi la sensazione di essere seguito, cammini…  camminavo al centro della strada bianca, e ovunque ogni venti, trenta metri qualcosa di morto. Tutto finito, ma non completamente.  Un panorama onirico. Madido di sudore, lentamente salivo sugli alberi, all’ombra e tornavo sulla stradi­na dopo essere stato certo che nessuno era nei paraggi, altri cinquecento metri e finalmente una fontana, mi sciacquo la faccia e puzza anche quella. La realta’ non è fatta da fantasie, ma la fantasia è qualcosa che ti puo’ salvare dalla follia della pro­pria anima. Che razza di vita èquesta? Ti dici e vai avanti, cammini per uscire da questo schifo, e piu’ vai avanti e piu’ morti, troppi, con i cani che ti vengono incontro con la coda ritta e tu con le pietre li allontani. Tutto qui! Ecco è per questo che sono un artista. Che tu ci creda o meno non me ne fre­ga un cavolo…  Questo mondo non lo conosco, hanno fatto a pezzi ogni cosa, guardati attorno… distruzione e volgarita’…arro­ganza e ignoranza… Non c’e’ nessun paese al mondo, dove l’arte è cosi’ presente, ed è il peggior posto per un artista vero. Vi­vo in uno stato dove l’arte è la volgarita’ del vuoto, dove il comunismo è riuscito a distruggere piu’ che altrove l’arte. Han­no creato il terrore e la menzogna irrazionale. Ora mettersi in fila, e iniziare tutto da capo, quanta schifezza, prima con i fa­scisti… adesso con quel che rimane dell’idiozia comunista, ma­scalzoni, farabbutti… Hanno preso per il culo tutti i lavorato­ri, e schiacciato l’arte. Guarda il cinema in Italia… in mano a burocrati di partito… Questa èstata la mia vita, cinquant’anni percorsi con carogne d’ogni genere, e cani che ti inseguono con la coda dritta… Pazzia… questa è follia… cosa c’e’ di piu’ folle di questa realta’. E mi chiamano simbolista. Questi non so­no degni di pulire il culo. –
Indosso’ una camicia colorata con disegni geometrici, mentre parlava, voltandosi a destra e a sinistra come avesse timore d’essere ascoltato, diminuendo la voce e parlando quasi sotto vo­ce con amarezza stendeva la gamba come stendeva il modo di parla­re. Posò la schiena curvandola, poi una pausa lunga. Guardo’ il cielo voltandosi verso il monte e in quella posizione, con il vi­so in alto riprese a parlare.
– Avevi altre cose dentro te… ammirazione, pensieri freschi co­me immergersi in un torrente…
Girato con i piedi verso la terra, e le spalle rivolte alla ca­sa, guardando verso l’albero d’ulivo, contemplando il silenzio, ora meditava la confusa ilarita’ che, montata con lo stato d’in­quietudine, si era lasciata andare dalla felicità del parlare. La voce, l’intensità del suono, seguiva un moto ascendente e discen­dente; l’ascesa erano le figure retoriche dell’estraneita’, dell’accusa, del sottointeso; la discesa il personale, il proprio io narrante; come egli volesse legare nel suo modo di parlare, l’altro “sè”, l’irrazionale. E ora contemplando il silenzio, sen­tendo il vento frusciare tra i rami, il canto degli uccelli in lontananza e alcune voci sopraggiungere da estranei, il pittore capì che dentro sé s’era frantumato qualcosa, capiva, non solo l’evidenza del modo ridicolo di esporre un proprio dissenso, ma si rendeva pur conto  che il moto di ribellione aveva così crea­to un’immagine pittorica.
Dentro sé nell’ipnosi dell’immaginazione, del suo essere artista, pittore, colmava lo stato d’inquietudine, sentiva come se si stesse lacerando “la tela della sua anima impaziente e ir­responsabile.” (come egli aveva già detto a proposito dell’insof­ferenza che egli sentiva nel mescolare le carte, e in quella oc­casione giudico’infantile l’amico, dicendogli ” Ti comporti come una donnetta, sembri come la mia anima lacerata dall’impazienza e dall’irresponsabilita’).
– Suicidio, ecco di cosa bisognerebbe parlare. Del suicidio che compiamo verso noi, l’umanita’ contorta verso l’interno di se stessa e non reagisce al demonio.
E dentro sè ripete’ a memoria alcuni versi ripassandoseli, e avu­tane certezza dalla memoria li recitò.
 “La lenza nelle onde
    Ha appena sfiorato in corsa
    La luna piena.
   
    E’ caduta la rugiada,
    E su ogni spina del prugno
    E’ apparsa una gocciolina”
Ricorderai… avrai presente l’antica poesia giapponese che è lo haiku. – Dopo una breve pausa, riprese a discorrere.
– Benche’ io nutra grande diffidenza per le analogie tra le arti, credo nel fine comune: l’ordine. E’ la purezza che trasforma il caos, in ordine. L’arte è ordine, non infinita e sconfinata de­moniaca anarchia. Eppure, quanto di noi deve essere smussato, piegato; quante volte dobbiamo cadere in ginocchio umiliandoci e combattendo con il nostro piu’ grande nemico: noi stessi. Ordi­ne… così solo “E su ogni spina del prugno/ E’ apparsa una goc­ciolina.” Altro che la mia anima folle, impaziente e irresponsa­bile. La mia irrensponsabilità – prese a parlare in una fase dal tono ascendente – il facile lirismo, le prospettive delle nostre anime, dico anime tra virgolette, dovrei dire delle nostre proie­zioni inconsce, liberano colori, ombre, che si chiamano in real­ta’, rimproveri, paure… Poi in modo infantile come per liberar­ci da noi stessi, cacciamo un monito dal sapore catechistico. Ve­di –  riprese dopo poco con un tono basso discendente – sento il ridicolo, mi rimprovero e non riesco a vivere pienamente. C’e co­si’ tanta confusione in me; quando mi chino verso il particolare, il piccolo…. Rispetto, tutto qui. L’arte è il rispetto e la purezza della natura. Riportare l’ordine e il rispetto, senza l’ipocrisia; se ci sara’ mai un fuoco distruttore dentro noi che benvenga, se si ha buona volonta’ si iniziera’ d’accapo, e tutte le ipocrisie finiranno alla luce del sole.
Il protagonista si voltò verso il mare…”Vorrei bagnarmi i piedi, lasciare che la corrente mi trascini…” E si avvicinò al terrazzo.
– Pensi, che potremmo fare il bagno?
– Certo.
– Possiamo scendere e andare sugli scogli?
– Si certo, si puo’ fare.
– Mi puoi accompagnare, credi che la tua gamba non ti dia fastidio?
– Ci possiamo provare.
– Non ci sono problemi?
– Sono contento, veramente. Mi fa piacere accompagnarti.
– Allora possiamo andare?
– Andiamo.
– Bene.
Il protagonista si diresse verso il cancello.
– Devi chiudere casa?
– No.
Il pittore, prese un bastone e si avvicinò all’amico.
– Possiamo andare.
“La sterilita’, il finto allontanarsi, il cercare la calma nella fisicita’ degli elementi”. Tra sè diceva il protagonista. Il pit­tore dal canto suo, era preoccupato di non cadere, con difficol­ta’ scendeva per la stradina bianca già pensando al sentiero im­pervio che da lì a poco avrebbe incontrato. In alto volava un gabbiano e un merlo saltando sulla stradina polverosa, cercava con i suoi occhi dal riflesso rosso un poco di cibo. Una folata di vento mosse un cespuglio di salvia, e il pittore riconosciuta­la vi si avvicinò, voleva dir qualcosa all’amico, ma era dietro e avrebbe dovuto superare or ora una buca. Sporse il bastone oltre il declivio e il merlo si alzo’ in volo fischiando, e rasente al terreno spari’ oltre un cespuglio di ginepro. Il protagonista si fermò e girandosi aspettò il pittore che vedendosi osservato alzò il busto in una posizione più eretta. “Continuerei, avrei voglia di continuare” pensava il pittore, si era abituato a pen­sare e immaginarsi vecchi dialoghi. Ricordava la moglie e il loro discorso, di come ella lo rimproverava… “continuerei, altrochè se continuerei, ne farei il mio principio. Certo, non hai fatto altro, cosa credi che io abbia fatto? Ho steso i panni e sono an­data da Domenica.” Domenica, era la donna delle pulizie, abitava al piano di sotto. Si ricordo’ di un’altra discussione, erano in chiesa, e prima della messa lui le ricordava: “Hai comprato gli spinaci? Hai comprato gli aranci? Hai comprato del pesce?” E si ricordava la moglie guardarlo con aria annoiata, rispondergli sempre di sì, e poi lui di colpo con una frase che la fece sorri­dere le disse: ” Insomma hai comprato tutto, sono contento.” E lei gli rispose: “ma guarda che sei proprio curioso!”
– E’ questo il sentiero per scendere vero? – Domandò il protago­nista fermandosi.
Il pittore gli fece un segno affermativo. Il protagonista prese a parlare.
– Nei romanzi ci aspettiamo sempre che il protagonista esca dalle pagine e si insinui nelle pieghe della disperazione. Ci aggrap­piamo con lo storico rimprovero verso il mondo. Fingiamo e gio­chiamo. Il resto… le volte che chiudiamo il libro e spegniamo la luce per dormire, rimboccandoci fino all’orlo, egli… l’amico, il sensibile guardiano dei nostri fantasmi, delle nostre angosce esce come Peter Pan, a caccia della sua ombra. Ti ricorderai Pe­ter Pan?… Fotografo una amica…. lei non vuole, timidamente sorride un po’ perplessa…si arrabbia, si svincola e dice… “no, dai ti prego, vengo malissimo”. Cerco di rassicurarla con frasi ovvie, tanto per levarle l’imbarazzo. Lei in tutta l’ovvietà’ della situazione, io con la macchina fotografica, lei aggrap­pata disperatamente a un sorriso circostanziale, io smarrisco la mia aria da intellettuale e dico… “Fotografare una donna, è co­me imprigionarla per sempre, costringerla ad accettare la sua va­nesia attenzione… i tuoi seni, i tratti appetitosi, i fianchi la bocca… tutto si appiattisce, ciò che vorrei che comparisse è il riconoscimento, l’attimo dove la tua anima ne rimane impri­gionata. Le anime si curvano verso noi stessi nel linguaggio del terrore. Fermati e sii prudente. Questo e’ il messaggio dell’uomo moderno. Fermarsi davanti a un obbiettivo come questo… o ren­dersi conto di non potersi riconoscere. Il nostro corpo non con­tiene niente di quello che siamo.” Clik, faccio la fotografia e continuo…”Naturalmente nessun fotografo e’ mai riuscito a foto­grafare l’anima, e meno che mai nessun fotografo e’ riuscito a fotografare uomini, c’e’ solo un vanesio tentativo, l’introvabile e’ racchiuso nell’arte. L’arte e’ l’unica fotografia di noi stes­si. Noi tutti dovremmo saper fotografare cio’ che siamo. Uomini, uomini, uomini.” Questo mio tentativo maldestro di conquistare un corpo, e con il corpo la speranza di rubare qualche particella sconosciuta d’anima, è servito solo ad allontanare la mia co­scienza il mio io dai meccanismi che costruiscono tutta la mo­struosita’ dell’accettarsi. La mia infanzia e’ in agguato, pronta a cancellare tutto con una fotografia, una foto di una donna av­venente, alquanto vuota e pronta a donarsi per una passeggiata e qualche complimento barocco, e in questa immagine la noia sconfi­nata, il quadretto che esplode da li’ a poco in aggressioni, for­se sconosciute, capovolgimenti, senza la fantasia, il desiderio, la passione. Nel mio abbandonarmi, nello scacciare la presenza del nostro cervello, c’e’ anche il desiderio infantile di perder­si tra le braccia di una donna. Piacevolmente rotonda, appetito­sa, sconfinata nei suoi umori. Il prototipo di prostituta, la dea puttana dell’amore.
– Non ho piu’ l’eta’ per questi scongiuri. – Disse il pittore en­trando nel sentiero.
– Il fatto – continuo’ con lo stesso tono il protagonista – il fatto e’rimanere abbagliato, trascinato dagli effluvi, che  come una canzone ammaliatrice ci trascina ipnotizzati, fino a perdere i sensi. Sì i sensi. Non più… – Egli non ricordava piu’ cosa volesse dire, a mente girava e girava, i vecchi trucchi salivano e le trasparenze, i riflessi, le goccioline dell’ansieta’ si raf­freddavano assieme a quelle del sudore. La discesa nel sentiero era continuamente sbarrata da rami, tronchi, pietre appuntite: si preoccupo’ del pittore.  E tali erano gli sbarramenti interiori, pronti a essere superati, ma rimaneva in lui la preoccupazione; tanto rimaneva in aria un’immagine inquietante, tanta era la pena che egli riusciva a coalizzare contro se stesso. Si aprivano vec­chie piaghe, ora sanguinavano ferite inferte dal caso, ora compa­rivano rami a sbarrargli la strada. Piu’ si separava da cio’ che era, piu’ il vincolo assurdo della superstizione lo inseguiva. Il totem, il ricordo dell’adorazione per qualcosa di straordinario, di grande, di mitologico compariva con le vesti di una bella don­na. Egli sentiva che dentro se stesso si era modellato un’altra spiegazione, egli si era spiegato a modo suo la Cristianita’, un miscuglio di Ave Maria, con un senso profondo un qualcosa che non capiva, quel qualcosa era la suggestione che provava ora di fron­te al vuoto, e nel riconoscimento di esso. Voleva scagliare con­tro i propri demoni, idee. Idee che avrebbero sostituito le sen­sazioni. Egli turbato girava e girava alla ricerca di tanto e di poco, misurava e distruggeva con eleganza il proprio accanimento, cercava cosi’ una misura, un senso in essa. Quasi una fanatica fede che in gergo volgare significava: contraddirsi. C’era un proposito, votato al desiderio, quest’ultimo era animato da chi? Questa domanda rigirata “ai demoni” era ridotta in affermazioni, in sottintesi, in occhiate, e in sospiri di contraddizioni, lan­ciati contro se stesso, ma in special modo contro tutti e tutto. L’insofferenza regnava nelle azioni private. Era cio’ che voleva anticipare al pittore, ma non riusciva a dirlo. Non riusciva a riconoscersi in un vocabolo, in qualcosa che aveva fin dall’ini­zio mutato in sequenze, che poco avevano a che fare “solo” con la sua volonta’. Il demone, i rami, le pietre appuntite, erano solo le introduzioni alla pena che doveva sconfiggere, prima di arriv­are a potersi tuffare nel mare. A sprofondare in qualcosa che a­veva a che fare con l’eterno….. Egli si ricordò di cosa avesse scritto a proposito dell’infinito la sera prima e ora cercava di rammentare se tutto era solo un sogno, se ciò che pensava era solo la continuazione di “un qualcosa di più grande” e a mente riprese: “L’infinito e la sua illusione, marcia di terra e di fango nel bianco spiazzo oltre il tuo sorriso, coriandoli tra la tua bocca. Un granellino sopra un macigno e il tuo collo come un cigno voltarsi nella morte. Se il buio avesse la tua bocca e i sassi calpestassero il tuo ventre, troverei un aeroporto ad a­spettarti. Hai tagliato l’ombelico e ora scivoli volteggiando nel buio, una fenice.
E veloce, non piu’ di traverso, compari scrutando l’orizzonte, tagliando il sole, placenta dell’illusione. Una sciabola per coltello, le ciglia sipari di infinite bugie. Eppure i tuoi seni li  ho ancora stretti, lanciati oltre liriche frasi. La menzogna costa cara.” Ed egli nell’ultima frase, capì che c’era qualcosa di più grande, di travolgente, che avrebbe, se la si fosse la­sciata fare, distrutto ogni cosa. L’interrogativo ora compariva come una amabile dama che racchiudeva ingenuita’ ed erotismo, ora come una sarcastica vecchia dal volto infantile, ora come un muro che sbaragliando la strada fermava la corsa fino a precipitarvisi contro. L’interrogativo, che tratteneva in pugno la volonta’ si trasformava in imperativo, e inutili erano le resistenze che egli chiamava, come fedeli pretoriani, a difendere le mura del suo io preso in assedio. L’imperativo era trovarsi tra le lenzuola, so­gnate, desiderate, ben pulite, era questa la sua fantasia, “una” capiente e silenziosa, “una” curiosa, rispettosa idea dell’imma­gine femminile, “una” senza volto che avesse per coincidenza trattenuto tutto il suo corpo, per non finire fagocitato in quel­lo che egli non riusciva piu’ a trattenere. Le mille voci, i mil­le volti, i cento personaggi imperativi, che trattenevano, come in un malato, la sua personalita’ e inesorabili erano pronti a distruggere tutto cio’ che era egli stesso. Una infinita lotta, una dannazione che egli figurava, ma non aveva il coraggio di darle un volto, un nome, non aveva il coraggio, o meglio non riu­sciva a parlarne. A due passi dietro c’era il pittore, egli vole­va con tutto se stesso afferrare il “demonio” e distruggerlo as­sieme all’amico. Avrebbe fatto a meno d’essere quello che era. Sentiva come un ronzio, la voce del pittore: “Non ho piu’ l’eta’ per questi scongiuri.” E invece avrebbe voluto varcare assieme, avrebbe voluto, e a mente ripeté pensando al pittore… “Guido, vorrei che tu e Lapo ed io/ Fossimo presi per incantamento,/ E messi ad un vascel, ch’ ad ogni vento…” Tuffarsi assieme all’a­mico e liberarsi dal volto ossessivo, dall’imperativo che egli non riusciva a fermare.
– Guido, (era il nome del pittore) farai anche tu il bagno?
– Credo di sì, mi piacerebbe.
– Da quanto non fai il bagno al mare?
– Tre anni, da prima che morisse mia moglie.
Le parole lanciate contro il mondo interiore. La speranza della comprensione attraverso l’esercizio, lo sforzarsi a divincolarsi, lo spezzare la continua sequenza di inafferabilita’, questo e tutto cio’ che vibrava attraverso il mondo irrequieto del proprio io indipendente, voleva fermare. Per un attimo egli, dinanzi al sentiero che costeggiava delle vecchie mura di recinzione, avreb­be accennato il suo stato psicologico all’amico, ma un malessere lo colse.
Erano seduti all’interno della “batteria”, una fortificazione ottocentesca, il pittore era vicino al protagonista che sdraiato parlava in stato di incoscienza, il protagonista con il viso al cielo, succhiava il polso quasi si mordeva nella totale inco­scienza.
Dal canto suo il pittore vedeva il volto dell’amico, il tremito delle sopracciglia, e gli altri particolari come l’erba fresca e alta, il cielo azzurro terribilmente silenzioso, il frusciare dei rami contro le mura, la garitta in pietra, le stanze murate che un tempo erano state della polveriera, il mare che a picco ri­fletteva il silenzio muto, che egli nel cielo aveva sentimental­mente colto come  specchio, lo rendevano sensibile. E ascoltando le frasi deliranti gli accarezzava la fronte, gli sistemava i ca­pelli, e di tanto in tanto sussurrava anch’egli qualche frase, e aveva la sensazione d’avere dinanzi a sè un figlio.
Il protagonista in delirio continuava il dialogo immaginario:
– “Di ce n’e’ ancora?
– “Tre dita.
– “Sospira fratello, il regno è piccolo.
– “Per quello che mi interessa.
– “Vai e comprati un somaro.
– “Su e giu’….mi spacco la schiena.
– “Taglia dell’altro pane, e siediti.
– “Provi a schiattare, sento caldo e freddo allo stesso modo.
– “E’ malaria.
– “Puo’ darsi che si….Che no…. Forse… Moriremo tutti.
– “Con una cannonata fermeranno i turchi, con noi bastano gli ufficiali.
– “Fa freddo, ho tanto freddo, mi si stanno gelando i piedi.
– Hai freddo? Domando’ il pittore sperando in una risposta.
– “Facevo sempre all’amore, dappertutto. Come era bello fare all’amore!
Benche’ ascoltasse con rassegnazione il linguaggio incomprensibi­le dell’amico, e dentro se stesso continuava se pur in misura mi­nore la rappresentazione, stese il respiro e si lascio’ andare curvando il capo e scendendo anch’egli a terra. Il viso rivolto al cielo, l’oscuramento di cio’ che aveva attorno gli permisero di non piu’ ascoltare l’amico. Le mura, il recinto di pietra, le casematte, tutto spari, e in quella posizione, non sorreggendo piu’ il protagonista, vide scivolare dal proprio ventre l’amico e adagiarsi con la testa al suolo.
– L’erba, tremito d’alba… quante volte ho strofinato la faccia, se si potesse…. sai credo che dovrei parlare a Irene… (Irene era la moglie del protagonista) Quanta energia sprecata, quanta solitudine, quanta amarezza. Tutte le accuse che silenziosamente ci siamo…. In tutti questi anni….
– E’ passato?
– Si.
– Vuoi tornare a casa?
– Non saprei… Avevo l’impressione d’essere un pittore, sembrava che avessi iniziato a dipingere tutte le mura di questa fortezza, e mentre dipingevo, sentivo parlare dei soldati, non riuscivo a capire cosa dicessero, ma io dipingevo con un grosso pennello, era bellissimo, il secchio con la vernice, le mani sporche e fresche, il pennello così delicato, morbido… E dalle fessure vedevo uscire i musetti incuriositi delle lucertoline, le loro codine si sporcavano di bianco, le zampettine scivolavano….Oh diamine…

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