Sabaudia quarta parte

di aeroporto2

[L’amico della protagonista racconta i suoi sensi di colpa nei confronti della moglie morta di leucemia la morte è un tema ricorrente in questo romanzo ma va vista per quello che è: la fine di una vita, sono quelli che rimangono che complicano le cose al riguardo.]
Il saggista, l’amico della protagonista, seduto sulla sabbia i­niziò così a narrare l’ultimo periodo passato in compagnia della moglie, dopo essere venuto a conoscenza della malattia.
La protagonista anch’ella si sedette, aveva le gambe in acqua e rivolto il viso al sole stette in ascolto.
– Ci trasferimmo in periferia, o meglio l’ospedale e il residence era fuori Parigi. Passavo poche ore solo. Mangiavamo insieme, la cucina era ottima, tutto il servizio era ottimo. Ti potrà sembra­re strano visti i presupposti, ma l’ambiente non era opprimente. Molto è da considerarsi riguardo all’ambiente, discrezione ed e­nergia furono i presupposti a che noi passassimo quegli ultimi tempi insieme senza sentire il peso degli sguardi, delle domande e delle infinite discussioni familiari. Fu una idea brillante quella di andare lontano. Fu giudicato male in famiglia, tanto che ancora adesso non parlo con i genitori di mia moglie. Ma que­sta è un’altra storia, e non è importante, almeno per ora. Scusa il prologo, ma era necessario. Era necessario per il mio stato d’animo, per chiarire a me, e azzerare il contachilometri delle sensazioni. Che, vivendole allora in uno stato di sogno, di con­fusione, (le prime ore vissute a Parigi) nel raccontartele posso­no sembrare stupide e infinitamente meno necessarie di quanto in seguito ti racconterò. Ma le pressioni di carattere familiare, e per familiare intendo tutto, il mondo che è fuori, furono neces­sarie per assottigliare la coscienza. Ora ti cito a memoria uno scritto che mi ha lasciato mia moglie. Destino volle che non po­tei vederla nell’ultimo giorno, ed ella scrisse una lunga lette­ra, e il testamento, correggendo molto il precedente, correggendo in senso morale, intendo. “In nome del Padre e dello Spirito, si deve mangiare, si deve vivere. Viviamo senza renderci conto del sacrificio. Prego il Signore Iddio per vivere, prego il Signore per ciò che sono. Amo vivere e credo nel sacrificio. Se dài la forza del fuoco, se dài la forza della preghiera, dammi la forza di capire. Portami alla verità senza paura, fa che venga la tua volontà, sono qui per te, sono qui perchè tu possa esistere in me. Ho forza e coraggio. Nel Tuo nome e nel tuo Spirito fa che esista, fa che non possa mai perdere, fai in Te ciò che ho in me. Ho sete e ho fame. Ho voglia di prugne, di vino e di muschio. Ho il cuore pieno, come un vaso che trabocca, ho voglia del sole, ho voglia della sabbia, delle torri e dei fiumi. Perdona il mio cie­lo senza orizzonti, perdona i lampi nella notte, le mie mani su­date e le mie lacrime nel buio. Ho travasato più acqua dei fiumi, nel vuoto ho cercato la terra, l’alito del mattino, e mi sono di­menticata per trent’anni chiusa in un pozzo senza acqua, prego la luna, e il tesoro di posate e piatti d’argento che calpesto. Per­dona la mia infanzia, fatta di mattonelle e gesso. Fatta di porte bianche e odorose di vernice, fatta di chiavi e balconi, di cam­pane e di giorni di lenzuola. Perdona la curiosità dei bottoni, degli odori e del vuoto, del sonno sporco di sangue, perdona le ragnatele fatte di filo d’uomini, perdona l’inganno dei fiori, e i passi sulla brina. Le montagne aperte al vento e le mani in­trecciate.” Questa preghiera apparteneva ad un libricino, e di questo libricino te ne parlerò più avanti, o almeno ti accenno, in modo che tu possa capire. Questa preghiera la scrisse il gior­no che seppe della malattia. L’ultima lettera, comunque incom­prensibile a tutti, era piena di vaneggiamenti, così apostrofata dai genitori di lei. In verità era scritta, come in un codice e  solo io ero capace di tradurre, un codice di energia “solare”.”Di luminosa, e tranquilla separazione.” Queste erano parole sue, di una donna che lì  a poco sarebbe morta. Appunto incomprensibile e penosa per tutti coloro che, a differenza di me, non apparteneva­no al significato. Spero di non irritarti per le parole insigni­ficanti, e non giunga ai fatti, come invece tu ti aspetti. Ma per questo ancora una volta devi pazientare. La stanza guardava su un parco dove al centro c’era un tiglio, da un lato che delimitava il parco un roseto e oltre si scorgeva una fontana. Era uno sta­gno, e al centro zampillava semplicemente un getto di acqua. Dal­la finestra della camera non si poteva vedere se era una fontana o semplicemente uno stagno.  Nello stagno c’erano piante acquati­che, e naturalmente splendide ninfee. Bianche, e così belle che la tentazione di prenderle era forte. E infatti dopo una settima­na…. Nel primo pomeriggio andavo nel parco a leggere il giorna­le. L’ospedale aveva un’edicola con i giornali europei, e quelli italiani venivano verso le dieci, così io nel primo pomeriggio scendevo nel parco, mi sedevo sull’erba e leggevo per mezz’ora. Mia moglie mi vedeva dalla finestra, a volte si affacciava e mi salutava. Questo lo facevamo pure quando, sposini, andati in viaggio di nozze, scendevo giù nel parco dell’albergo e lei rima­neva in camera, si affacciava, mi salutava, e chiudendo le tende spariva, e io leggevo e correggevo il mio primo libro. Rimanevo per un’oretta e poi facevamo all’amore in camera, con le tende aperte e con le bozze del mio libro ancora sull’erba. Questo fat­to, come un sipario  alla memoria aprì porte alla comprensione. In un semplice gesto si aprì una fiducia e un rispetto che pre­sto,  senza volerlo, iniziammo a parlare. Dal principio, cercando di “sussurrare” sensazioni lontane che, giungendo a noi “pulite dal tempo”, ci sorprendevano e ci incuriosivano. Il casuale, noi giovani sposi, noi non più giovani, spezzò la memoria in mille impressioni e cercammo come frammenti persi di unire i ricordi. Constatammo con imbarazzo che ciò che io ricordavo di piacevole, e comunque lo vivevo con felicità, lei viceversa lo viveva con un senso di  disagio. Proprio dal viaggio di nozze. C’era questa sensazione proprio quando io mi separavo da lei, scendevo nel parco del giardino e correggevo le bozze. Lei rimaneva in camera. “Mi sentivo reclusa, vinta, sapendo che tu eri lì e tra poco a­vremmo fatto all’amore. Avrei voluto fuggire, strappare le tende e correre lontanissima, infilzarti con degli spilloni, ma tu eri così felice, scendevi giù con una puntualità monacale  sacrifica­vi “così io dicevo”, una oretta e ti concentravi, mentre io non sapevo nulla.” “Cosa non sapevi?” Gli domandai. “sapevo che men­tre facevamo all’amore tu desideravi un’altra e se prima, di­struggevi te stesso e me, con violenza, e questo mi piaceva e mi eccitava, dopo da sposati ti eri trincerato nello slancio del conquistatore e della sua conquista.” Non capivo cosa volesse di­re, mi sforzavo di capire, di ricordare, e mentre ricordavo non avevo la minima idea di cosa potesse essere. Questo me lo spiegò e ne fui imbarazzato: “Uno dei tuoi tanti pomeriggi io scesi dal­la stanza, ero distante da te, oltre la piscina mi sdraiai e ti vidi in lontananza alzarti e andare oltre un albero di mangrovie, (dalla finestra non si poteva vedere cosa ci potesse essere oltre l’albero) poi ti vidi sdraiarti con una sconosciuta e baciarla.”  Hai notato, scusami se continuo ad assillarti, hai notato con quanta lucidità ricordo tutto. Potrei oltre alle parole riferirti degli sguardi, delle pause, dei suoi sorrisi, tanto che per me di quelle ultime settimane rimane impresso come un film. Un film, così chiaro, sorprendente, che potrei chiamarlo “epilogo”. Ma è un epilogo dove tutto viene visto alla rovescia. Forse proprio per questo è rimasto così impresso. Rimasi abbagliato, per tutti questi anni non mi aveva detto nulla e nulla io potevo aver capi­to. Una donna che sorprende il proprio marito tra le braccia di una sconosciuta, e per giunta in viaggio di nozze… Non era si­lenzio, era paura, una paura così sottile e impalpabile che at­terrisce, e infatti lei rimase annientata. Quando le dissi che non capivo perchè lei avesse mostrato tanta indifferenza,  mi ri­spose che non  era orgoglio. Volevo, nel capire, quasi come chie­dere scusa… mi sentivo in colpa, d’un tratto mi sentii anch’io non più sicuro della donna che avessi davanti. Io e mia moglie. Ma chi era mia moglie? Una donna conosciuta in circostanze di coincidenze casuali. Lei alla fermata dell’autobus, io al terzo piano che alzo le serrande, mezzo addormenato, ogni mattina, lei alla fermata dell’autobus, io mi sveglio alzo le serrande. Questo gesto all’infinito, lei alza gli occhi ogni mattina, li abbassa ogni volta che mi affaccio, e puntuale vedo i capelli biondi, la sciarpa d’inverno, le spalle chiare d’estate. Ecco mia moglie chi era. Dei capelli distanti, voltarsi, stringersi il cappotto e sa­lire su un autobus. E dopo dieci anni in ospedale: i capelli pet­tinati, sparsi sulla federa del cuscino, una fascia in testa, az­zurra, come una ragazzina, gli occhi verdi, le labbra quasi chia­re e screpolate, le mani fini e leggere, il seno asciutto dalla malattia, le gambe fini e magre, il pube chiaro, diafano, con  un ventre trasparente, il torace morbido e fragilissimo, le spalle asciutte con le ossa sotto la pelle. D’un tratto mi apparve chia­ro, la mia stupidità non aveva  visto   altro  che mia moglie, non volevo comprendere che stava cambiando, era evidente che la malattia la consumava, ma per me rimaneva uguale? Da qualche par­te avrei voluto confrontare delle fotografie, sfogliare l’album per rendermi conto (fortunatamente eravamo fuori, stando a Pari­gi, da questo tipo di tentazioni). La prova della realtà e dell’evidenza voleva un chiarimento, ma questo genere di chiari­menti allontanano dalla comprensione della verità, come tu certa­mente avrai imparato… E’ il precipizio a far sì che tu non ca­da. Cammini sull’orlo del burrone, dello sprofondare. Ma chi so­no? Cosa voglio? Cosa sto cercando di capire?   Vuoi essere giu­dicato e condannato. La punizione era forse il silenzio di mia moglie? O il dolore che avrei provato nel perderla? Di lì a poco sarebbe morta, e cosa avrei potuto provare se non immenso dolore? Era quella la punizione? Era, scusami se continuo ad aprire pa­rentesi, era il naturale senso di giustificato esistere. I sensi di colpa, che come uno scudo ci proteggono e giustificano l’even­to più naturale e nello stesso tempo innaturale. Una vertigine, mia moglie moriva, una vertigine, mia moglie persa. Tutto questo smarrimento mi faceva aggrappare al desiderio di chiarezza. Una chiarezza che in questi casi arriva dall’inaspettato. L’inaspet­tato forse era precipitare. Avevo cancellato tutto. Io ero da so­lo, non c’era nulla che potesse tranquilizzarmi. L’imperativo mi ordinava di cadere, volontariamente buttarmi nelle vertigini, nel burrone. Ma cosa significava tutto questo? E istintivamente feci un saltellino più in là ed evitai il precipizio, evitai i tormen­tosi sensi di colpa, evitai è una parola che può essere all’infi­nito, evitai di cadere in un qualsiasi burrone costruito dalla mia fantasia. Mia moglie era seduta in poltrona, mi guardava e io guardavo lei, in un attimo avrei voluto farle una infinita doman­da, ma che in fondo era solo un punto interrogativo che racchiu­deva la parola “perchè”. E quale perchè racchiude la comprensio­ne? Comprendere significa annientarsi, e quale migliore occasione era quella? Annientarsi, perdersi e annullarsi, come un Ungaretti ritrovato. E’ forse la casualità degli eventi a far sì che noi riflettiamo sull’esistenza? Mia moglie così ha detto: “sapevo, che mentre facevamo all’amore tu desideravi un’altra, e se prima, distruggevi te stesso e me con violenza, e questo mi piaceva ed eccitava, dopo, da sposati, ti eri trincerato nello slancio del conquistatore e della sua conquista.” Un generale, uno stratega prevede e studia le mosse anticipando i risultati finali: così si calcolano le previsioni, mettendo in moto una probabile realtà, calcolando (attenzione dico calcolando) le possibilità e tutte le varianti. Un conquistatore coglie le opportunità e sa cogliere intuitivamente le “buone occasioni”. Ciò che è nell’aria, gli e­venti, le occasioni, possono divenire favorevoli. Io trattenevo mia moglie “come un conquistatore” e, nella conquista, non legge­vo l’indifferenza. Perchè in essa si muove il dolore e nel dolo­re, di pari passo, il silenzio. Un silenzio di chi sa di non es­ser potuta capire, se non da altri che come lei passano per le stesse strade. Mia moglie aveva capito, capito che nulla avrebbe potuto davanti a un uomo cieco, e io nel silenzio scivolavo, vol­teggiando con le mie stupide proiezioni da uomo pronto a cogliere le occasioni, le situazioni, a sottolineare e a correggere, ma mai a comprendere.  Così abbracciai mia moglie chiedendole scusa. Una scusa sottintesa, come un grande sorriso, un inspiegabile de­siderio d’amare. Posso dire che mi innamorai per la prima volta in vita mia. Patetico, può darsi, ma fu proprio così, questa è la verità. A volte mi sento un poliziotto, un commissario, preso a sfogliare incartamenti dove fatti vengono elencati cronologica­mente e altri fatti vengono come misura, come raccordo di una possibile verità. E quando quest’ultima inevitabilmente sfugge, o non so coglierla, la mia incapacità mette in moto un vortice, do­ve mi aggrappo. E tutto me stesso si scuote, fino a una eco lon­tana che mi ammonisce. La mia ragione allora, accendendosi come una lampadina, mette in luce l’evidenza: lo scorrere continuo nelle necessità. Sono un investigatore di necessità, forse per deformazione professionale, forse per mia indole, raccolgo incar­tamenti, notizie, piccoli aneddoti, leggende e credenze popolari. Ordino cronologicamente il tutto e mi metto al lavoro. Così mia moglie mi ha lasciato una mole di documenti, certificati, libri­cini, mi ha lasciato immagini, tre figlie, e nel morire, scusami, ha azzerato il tempo e mi trovo ancora oggi a  voler riscrivere una vita. Adopero il mio cuore, stringo la mia volontà, giustifi­co il cinismo, escludo la paura, e come un cretino qualsiasi di uomo sapiens, ci vivo dentro. Credo che sia umano, forse troppo umano.   So vedere lucidamente la metamorfosi in me. Nel troppo umano, nel voler raccogliere, archiviare necessità. Dunque sono questo! Annoto, nel mio diario. E una grande risata sorge dall’interno di me stesso. Una risata che sa del riso di mia mo­glie, ironica, di chi sa e ha sempre saputo. Davanti alla fenome­nologica, (ci vogliono parole così, volendosi dimenticare), alla ricerca dell’essenza delle situazioni umane, mia moglie, prima di morire, ossia due mesi prima, desiderava un altro bambino. E così aggrapparsi a un filo labilissimo che consumandosi intreccia an­cora speranze. Una menzogna a se stessi, una menzogna scagliata verso il cielo. “Questa volta sarà un maschio, compra delle scar­pe da maschio, così per buon augurio.” Il mio inconscio, l’irra­zionale, prendono a vivere e a muoversi con la tensione da giallo cinematografico. Abbandono il solito linguaggio e mi arrampico con immagini e immagini, come se l’intuizione poetica prendesse il sopravvento. Come una forma di vana o meglio vanesia poesiola potesse rimarcare ciò che è stato. Sono io allora! Il riso di mia moglie è solo un’eco! Un’eco che presuppone una soluzione. E sfo­gliando, controllando, andandoci dentro, sempre più dentro, trovo ancora un misterioso vortice, l’immagine ricordo, la sensazione ricordo, l’amarezza del solo ricordo. Fare chiarezza, sviluppare, anche se per poco, l’equazione della mia vita, della “nostra vi­ta,” in bilico, come vedi, tra la razionale identificazione, e l’irrazionale partecipare: sia l’una che l’altro avvicinano e ci fanno sentire. E sentire era il tenero sorriso di compiaciuta complicità, come fingere di giocare, rendersi conto che lo smate­rializzarsi di qualcosa è solo in funzione del ricostruire. Un saltare da una cosa all’altra, il fingersi e il non riconoscersi, perchè la “pesantezza dell’essere”, scusami la banale citazione,  non è affatto irreale, è dentro e ti divora. Così mia moglie si chiudeva nel suo “ermo colle” e “l’infinito” non era solo piegar­si in se stessi, ma volare. Ora, minuto per minuto, giorno per giorno, attimo per attimo, il tempo non si vive concettualmente; aggrappata da qualche parte, e in silenzio, c’era la sua religio­sità. Così, arrivato come un naufrago davanti alla spiaggia e stanco, fatto gli ultimi passi, spossato con i polmoni che mi fanno male, un senso di nausea profondo, e un tremore per tutta la schiena, mi siedo e rimango in contemplazione davanti al corpo di mia moglie, chiuso dentro quattro assi di legno, e con gente che forse conosco e forse no, sicuramente conosco ma che ho di­menticato.  Annientato come davanti all’impossibilità, impotente davanti alla vita, l’impatto che sapevi, che ti aspettavi. Tutto questo chiuso in un contenitore stagno e fatto vagare per questi tre anni. Il dolore non è affatto ciò che si sa, ma ciò che inve­ce non si saprà mai. Il mai è la mia domanda, la psicotica illu­sione intellettuale, la finzione e il mascheramento di chi dimen­ticandosi di tutto, vuole dimenticare prima se stesso e poi tutto ciò che è intorno. Cicerone era tornato dall’esilio, aveva perso la figlia Tullia, e rifletteva su ciò che duemila anni dopo, in un contesto simile, rifletto io. Non trovava conforto quando solo era in casa, perchè assente e per sempre la figlia, né quando era in senato, perchè ciò lo svuotava e lo amareggiava. Si può essere tutto o nulla, rimanere miopi o comprarsi gli occhiali, ma sareb­be meglio dire perchè il mondo è cambiato, per evitare complicati fraintesi che sono impossibili a chiarire, perchè evocano in noi una drammaticità che ognuno evoca secondo se stesso. Scusami se in questo momento le mie parole sono quelle di un uomo amareggia­to. Dove è il mio pretesto al vivere? Mia moglie, così distante, mi tortura, quindi i sogni che ci costringono a capire si allon­tanano da noi ed entrano nelle cose fino a penetrarle, o invece ci costringono a crederle per quelle che non sono? E costruiamo mitologiche soluzioni, dove il tuo Dostoevskij ci sembra diventa­re marito e recitare una parte da Dostoevskij, fino a farti di­ventare un’eroina da romanzetto che sale in punta di piedi su delle scale scricchiolanti, di notte, per capire, comprendere, con una mania, questo lo dico con il “forse”, di persecuzione. Voglio sciogliere i malintesi e le raggianti e felici considera­zioni che ognuno di noi personifica. Cosa dico? Dove sono? Come la tua protagonista del film di Bergman  in “persona,” lei non parlava, l’attrice era in un silenzio tutto  infantile, resoconto della struggente rimozione di un silenzio fatto di condizionamen­ti. Condizionamenti, se non ricordo male, costruiti per se stes­si, per essere compiaciuti nella grandiosa visione tutta rotonda della femminilità. Mi trovi eccentrico? Così, nella vertiginosa cultura così frammentaria, noi abbiamo bisogno di costruire per­sonaggi dentro di noi per provvedere e vedere e sentire e capire, e proiettiamo tutto il fondo, il nostro mondo inconscio a caccia di una verità che si trova proprio nell’altra sponda, e  se io parlo di palcoscenici, di attori, ora di personaggi, sostituisco il tuo volto con quello di mia moglie e passo, anche per un i­stante, a comprendere con intuizione, direbbero alcuni, ma com­prendo perchè per un attimo separo la mia coscienza così ridotta da anni  e delusioni  scontabili e vedo te sorridermi con lo stesso sguardo ironico di chi, davanti a un monumento, si ritrova a rileggere una paginetta di storia. Tutto sfugge, era questo che mi piaceva   dello scritto di tuo marito, non la patetica esat­tezza, o il furbo dubbio, che consola più che rende aperti. C’è nei tuoi modi un’intera generazione di intelligenze, intelligenze pratiche, intelligenze imitative, ma pronte ad arroccarsi e chiu­dersi in loro stesse, perchè il tuo  limite sorge con l’annuire, l’essere compresa e  pateticamente trovarti davanti a una verità scontata e priva di quel che c’è di vivo. E’ questo ciò che colgo in te, ma per esperienza non saprai voltarti con tanto stile, di come invece tracci le tue linee su tutti questi foglietti che ti porti appresso. Da ogni lato e per ogni lato la mente si svincola da se stessa, tende a non voler essere accerchiata e vuole non una, ma più comprensioni. Non vuole supposizioni, perchè quest’ultime si trincerano in una sola verità e  di condiziona­menti ce  ne sono molti, davanti ai continui stillicidi cultura­li, davanti alle persone che con tutto il loro carico fanno para­vento per un mondo migliore. Ci troviamo nelle condizioni d’animo del silenzio e il silenzio sono supposizioni, tremori e proiezio­ni, tutte con l’amaro in bocca di chi, costruendo, si è visto an­nientato sia dentro che fuori. Dentro, in una famiglia spezzata come la mia, fuori, ritrovato a tradurre e fare il critico per case editrici di serie minore, con un’amarezza dal contenuto tut­to preso a fuggire. Nella totale illusione proietto ancora una volta il sorriso di mia moglie, mi rendo conto, mi astraggo e mi distanzio. Vengo colto nel sonno da una telefonata e sento che dall’altra parte c’è una persona che conoscevo, che ricordavo… e d’un tratto, come in una pellicola, riaffiorano dalla memoria tutte le frecce del ricordo e il tempo, come una pallina, si met­te in moto andando su tutte le sponde, urtando birilli  e tra­sportando con sè tutti i punti che ormai persi scivolano nel no­stalgico motivetto, ancora una volta tenero e meraviglioso mondo fantasioso. Poi ti vedo  lontana, mi avvicino e mi seggo e  a questo punto una forte impressione mi cade e mi fa capire. Capire che tutto è inutile e ciò che è importante è il coraggio. Così giocando, scivolando nella piccola comprensione che era quella dinanzi alla malattia di mia moglie, fino all’ultimo, nella mia continua e ipocrita coscienza, pensavo che  la morte potesse es­sere stata la mia, invece che quella di mia moglie. Forse tutta la forza è sopravvissuta al coraggio dei suoi occhi, al coraggio delle paroline semplici e inequivocabili che oggi come domani sa­ranno di facile comprensione. E la facile comprensione oggi è la commozione, e non sto  a dirti dove andarla a cercare. Mi rimane ancora la speranza di parlare della mia verità: la verità che non viene celata, nascosta da nessun pretesto. Se la parola, o il no­me, in senso platonico, la definizione, l’immagine, la conoscen­za, risuonano in  loro stesse in un argomento così ampio che è la mia vita, l’immagine (di mia moglie, vedermi con un’altra) ha un nome, dentro una definizione con la conoscenza di un errore dove, scusami, questo è importante, io non mi riconosco. Ora credo d’essere svuotato  da quel mondo e mi vedo un’altra persona tant’è, e qui uso il “rafforzativo,” l’immagine è qui fantasma, dove io mi muovo, dove la mia coscienza si è separata e dove, forse follemente mi vedo personaggio. Questo, la base del dialo­go, un monologo interiore, dove quotidianamente e nel tempo il mio io prendeva le distanze e attorno al vuoto si andava a versa­re un senso di disagio che  amplificava la mia esistenza nel sen­tire. Un dubbio che era vicino alla visione, un dubbio che scin­deva, e per sempre, la mia anima. Mia moglie scrive nel suo qua­derno: “Alla morte non ci credo. Esiste la pazzia, la coscienza, l’abitudine, la perdita di un amico. La perdita di mia madre…” E ancora mia moglie scrive:  “Ma non posso pensare alla morte co­me la morte. Trovo che la morte possa essere confortante. Un tor­rente fresco dove riposarsi, essere trasportati, puliti, levigati…fino ad arrivare al mare. Un immenso bacino d’acqua rassicurante. Una immensa forma di benessere, di illimitata pu­rezza. Di serena e tranquilla pace.” Così la mia coscienza, ri­baltata, rigirata, tremante, prende forma in uno schizzetto da penna stilografica  e ingrandita, rimane un lago profondo e buio. E cosa fare per sentirsi concretamente e infantilmente legati al­la vita? Stringere una ragazza in viaggio di nozze e baciarla? Stringere una moglie tradita e moribonda e amarla? In questa in­quieta macchia di inchiostro, in questo laghetto artificiale dal fondo così incerto bisogna proprio specchiarsi? In un quaderno con le pagine numerate, un unico quaderno “comme une image” mia moglie dall’infanzia fino alla morte registrava la sua vita inte­riore. E come una immagine il mio è un susseguirsi di stringere, abbracciare, credere, professare, enunciare, decifrare, distan­ziare. La coscienza, questo nome che in un interno di un ospedale prende l’aspetto di un marito che dimentica ogni cosa, annulla se stesso per essere vicino, quasi dentro la sua compagna. La co­scienza che, divorandosi da sè, si allontana cercando dei perchè e dei come, fino a ripudiare se stessi. Mia moglie scrive: “Ho trentasei anni. Ho tre figlie. Mi sono sposata dieci anni fa. A­vevo deciso di non avere figli. Sono una attrice…ero un’attri­ce, ormai non recito più. Da quando sono rimasta incinta. Tutto fa presupporre che ho dei grossi sensi di colpa. Non so cosa ho. Sono sempre vissuta nella stessa casa da quando sono nata.  A di­ciotto anni i miei genitori cambiarono casa e città. Rimasi per continuare gli studi. Avevo già iniziato prima a recitare in un teatrino vicino casa. Poi mi sono sposata. Prima di sposarmi ho avuto la casa tutta per me per due anni. Ho vissuto, prima di sposarmi, con due uomini. Sono stata con molti altri. Da quando mi sono sposata non ho avuto che mio marito. Vorrei essere stata vergine al matrimonio. Mi sono sentita sporca, credo in Dio. Vo­glio molto bene alle mie bambine, benchè avessi deciso di non a­vere figli, quando rimasi incinta, fu un errore -non fui sorpresa affatto- Fu tutto naturale. Tutto andò benissimo. Anche se crede­vo che sarei morta di parto per via dei fianchi stretti… Ci mi­si poco e non ho avuto delle doglie lunghe, e neppure molto dolorose…Così credo. Credo che un’esistenza non si possa in­ventare… Che si soffra. Non ho elementi per pensare diversamen­te. Arrivo fino a credere, più in là non sono andata. Mi sono sentita sopraffatta. Benchè avessi voluto capire. Ma qualcosa di assai confuso mi ha sopraffatta. I sensi di colpa? Non so…” All’improvviso una notte impenetrabile, un’infinita tenebra che impedisce ai greci di combattere e allora Aiace non sapendo dove rivolgersi: “O Padre Zeus -prega- libera da quest’oscurità i fi­gli degli Achei, fa che sia sereno, concedi ai nostri occhi di vedere… annientaci pure, ma alla luce!” Omero…. Ecco combatto con tutta la  mitologia sono a caccia di una sicurezza per finire di inquietarmi. Trascino il carro con tutte le ruote. Cancello dietro di me le orme e le porto al di là  delle sponde, come Omero che scrive a proposito degli Aloadi: “Cercarono di collocare sull’Olimpo il monte Ossa, poi sull’Ossa il Pelio, dalle fronde mosse dal vento, così da poter scalare il cielo, e certamente a­vrebbero potuto riuscirci.” Ma ora mi chiedo, cosa mai ci sarà stato nel carro? E’ questa la mia ridicola Odissea. Ecco, ti ho parlato di me, e mi sento… Quando stamane mi sono alzato, non avendo dormito tutta la notte, ho trovato la più grande, seduta in cucina, che studiava. Mi ha preparato la colazione, ho bevuto molto caffè e mentre bevevo lei mi ha chiesto: “Chi ha telefonato questa notte? E’ successo qualcosa di grave?” No, le ho risposto, niente di grave. E lei allora: ” E’ successo qualcosa di molto gradevole per telefonare a quell’ora?” No, neppure questo, niente di gradevole. “E cosa allora?” Inquietudini, ho risposto, una persona inquieta, una vecchia amica. “Se si è inquieti bisogna risolversi da sé, non si telefona per questo. A meno che non si sia inquieti per la persona che si ha al telefono. Comunque non si telefona a quell’ora per inquietudine, è sciocco, e non mi ha fatto più dormire, dovresti dirlo a questa tua amica.” E’ bastata questa frase per ricordarmi di come fosse mia moglie. Sono uscito di casa con quest’immagine, con l’immagine di mia figlia ormai una signorina che, con il passare del tempo, assomiglia sempre di più alla madre. L’incredibile, mentre bevevo il caffè, seduto da­vanti a lei in pigiama, davanti al suo libro di questi primi giorni di scuola. Sottolinea, e mentre traccia le linee mi guarda e sorride, “vuoi un altro pò di caffè?” Si alza e mi versa altro caffè e io la guardo  stupito, meravigliato senza poter dire nul­la, seguo i suoi movimenti e la rivedo sedersi. Senza poter dire nulla, con lo sguardo di chi sta per dire qualcosa. Il sentimento è ciò che ci apre immagini nuove, che ci lega in associazioni pe­renni, che ci fa liricamente dimenticare del tempo, delle figure, che inquietandoci ci ombra la coscienza, come sensi di colpa, paure arcane, e tutto rimane semplicissimo e leggero, e nella leggerezza, così difficile da spiegare e raccontare, ho visto una piccola metamorfosi, come un’immagine in successione, non sono romantico o enfatico, veramente; il mio cuore è saltato in aria, ha preso a pulsare e battere e sentivo il petto soffocarmi,  men­tre mia figlia lentamente versava il caffé, la matita è scivolata dal libro e cadendo in terra mi è sembrato un’eternità e ho sen­tito mia figlia dire: “Oh mannaggia sta cadendo”. Cosa? Il caffé? “No stupidone la mia matita.” Uno stupidone che distratto viene ripreso dalla moglie anni addietro. Sempre sono stato colto da uno “stupidone sei distratto.” Sarò stato distratto, vivendo den­tro, rincorrendo una costante immagine inconscia, che forse mi ha chiuso nel mondo della memoria, trasportando il ricordo e la realtà in un’unica confusione di immagini. Ungaretti  Eterno: “Tra un fiore colto e l’altro donato l’inesprimibile nulla”. Con questo verso in testa, o meglio con questo sentimento, ho taglia­to una ninfea nello stagno del giardino dell’ospedale, e l’ho do­nata a mia moglie. Nello stagno c’erano ninfee e, sporgendomi per tagliare il fiore, mi sono specchiato e ho intravisto le nubi  che erano sopra di me e scivolavano, così il mio braccio teso. Ciò che in natura è specchio dell’anima, e in esso cerchiamo il sentimento che ci lega alle emozioni e ci ricorda il senso di paura intorno al quale nessuna sensazione è più vicina all’istin­to come quella della morte. Appena nati ci tendiamo, aggrappando­ci con le manine e i piedini. Da adulti cerchiamo nel buio una luce che ci faccia comprendere e che ci dia elementi sufficienti. Ma nel vuoto, e in esso il ricordo, la solitudine e l’amarezza non possono essere comprese. Nel vuoto gira solo uno spettro, l’incapacità di mettere a fuoco, di essere in più elementi e in essi appartenerli. Ciò che per noi due, la letteratura, la parola e il senso del comunicare, scivolano nei fuori sensi, è la proie­zione di un sentimento che non riesce ad agganciarsi e in esso ri­mane lungo e vibra con immagini che specchiano tutta l’umanità. Ma in quel che dico c’è sempre il bisogno di riconoscersi, anche quando non si riesce a conoscersi affatto. Una contraddizione che spinge l’una contro l’altra, il conoscere e il conoscersi, accet­tando una misura ne capisco il senso, accettando il senso co­struisco lo scopo, e la linea dove tracciata la seguo. Ma in essa giungono voci lontane, che scivolano e ci rendono insicuri, e l’esperienza insegna che al minimo dubbio è meglio credere all’i­dea più pessimista. Ma il dubbio non è altro che la proiezione del far finta d’aver capito. Del braccio che specchiandosi nello stagno anticipa il cielo e le nuvole e il mio volto, e così in sequenza la mano di mia moglie e il suo sorriso. E oltre, un sor­riso materno e comprensivo, e io comprendo il suo sguardo di dol­cezza, afferro la sua mano e cerco ora di richiamare non più le parole gli sguardi, ma il senso che traccia una linea, e seguen­dola si trovano piccole comunicative suggestioni. Questo è il ri­cordo di mia moglie, il mio ricordo di un’anima così incredibil­mente presente. Adesso che ti ho parlato delle situazioni presen­ti, di quello che inconsciamente viene esaltato nella quotidia­nità, l’insicurezza, il dubbio, sono una leva dove rimane il mi­stero della vita. Così curiosamente per tutto questo tempo sono stato nel silenzio, un silenzio leggero, che chiudendo tutte le porte faceva sembrare che non esistesse altro. E invece, come tutto fa capire, era solo un pretesto. Se pure ho intrecciato passato e presente, per la “casualità” delle situazioni, ho cer­cato di rimanere con difficoltà, nei miei stati d’animo.

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