Sabaudia quinta parte

di aeroporto2

La protagonista e l’amico erano seduti l’una di fronte all’altro, vicino alla balaustra che delimitava il ristorante, sotto c’era la sabbia. Avevano finito di mangiare e, durante la colazione, l’amico aveva parlato delle sue figlie, poi aveva par­lato con distacco del suo ultimo lavoro.
–  Ma d’altronde la mia crisi a cosa posso agganciarla se non al bisogno d’una religiosità, dove il conforto nasce dal presupposto che, in un esterno, le stelle vivono, come in un interno giace l’immagine. “Incipit vita nova.”
Così l’amico voleva concludere qualcosa che sentiva sospesa, egli aveva interrotto cercando di divagare una volta arrivati al ristorante. Poi, saliti i gradini di legno e accomodatosi, aveva sentito tutta la stanchezza fisica, e ora, dopo il pranzo, sapen­do di dover tornare indietro, indietro fino alla casa e poi alla macchina, cercava dentro di sé la forza che lo portasse fuori un’altra volta dal ristorante.
La protagonista capiva il distacco dell’amico e le frasi appena sentite avevano, nell’insieme dei concetti, un macchinoso senso, ed ella non riusciva a coglierne il sentimento, benchè per tutto il “viaggio” fosse stata a sentire con partecipazione, e di volta in volta cercasse di anticipare l’amico.
– Forse mi hai capito, credo che tu abbia capito la mia stanchezza, una stanchezza che nasce dall’incertezza per la prima volta conosciuta. Devo confessare  che ho un gran desiderio di dormire, di addormentarmi e svegliarmi fra un anno, senza essere tragica.-
– Senza voler ripercorrere a memoria i ricordi che ci legano, ho notato… scusami… no ti prego non credere che voglia legarmi da qualche parte per fuggire dalle tensioni, e cerchi di lasciar­mi andare alla corrente di un “mare” così azzurro.
L’amico si appoggiò con i gomiti sul tavolo e fissando gli occhi intonò una canzoncina.
Ella si ricordò di come l’amico insistesse sui brani della mo­glie, raccolti, come egli aveva poco tempo prima detto, in un diario, dall’infanzia fino alla morte. D’improvviso, ella sentì dentro sè il brano della moglie dell’amico: “Prego il Signore Id­dio per vivere, prego il Signore per ciò che sono, amo vivere e credo nel sacrificio.” Si ricordò pure di una frase dal Vangelo secondo Matteo: “Misericordia io voglio e non sacrificio.” Questa frase estroversa, vissuta attraverso l’infanzia: lei a catechismo ripetere a memoria i brani e il sacerdote parlare della miseri­cordia e della purezza; si sosteneva l’atto di fede sulla vergi­nità della Madonna. Ella, ripercorrendo ora a mente il significa­to profondo “Andate dunque e imparate che cosa significhi: mise­ricordia io voglio e non sacrificio”, sentiva una vocettina inal­terata della sua infanzia, come se la pressione alla propria ver­ginità avesse qualcosa a che fare con il sacrificio. Queste idee che tra loro generavano divisione di comportamenti, erano confuse come, ella sentiva d’improvviso, come fosse colta da un’intui­zione che le sottolineava tutta l’erronea visione della sua edu­cazione e, in quella erronea concezione attorno al sacrificio, vagava il suo senso di colpa. D’un tratto guardando l’amico che ancora si ostinava a cantare il motivetto sorridendo, ella, pen­sando “si compiace di sé, ” sentiva un profondo odio verso quel­l’uomo “totalmente sconosciuto, ” sentiva come volesse denunciar­gli la sua arroganza e tutta la mancanza di sensibilità, sentiva che quell’uomo, fermo nei suoi compatimenti, seguiva una causa piena di falsi buoni sentimenti, ora comprendeva ciò che prima l’aveva soggiogata, erano vicino agli scalini, quando lui recitò Amleto del Pasternak: “S’è spento il brusio. Sono entrato in sce­na./ Poggiato allo stipite della porta, / (l’amico si poggiò alla balaustra delle scale di legno del ristorante) vado cogliendo nell’eco lontana/ quanto la vita mi riserva./ Un’oscurità not­turna mi punta contro/ mille binocoli allineati./ Se solo è pos­sibile, abba, padre, / allontana questo calice da me./ Amo il tuo ostinato disegno, / e reciterò, d’accordo, questa parte./ Ma ora si sta dando un altro dramma/ e per questa volta almeno dispensa­mi./ Ma l’ordine degli atti è già fissato, / e ineluttabile è il viaggio, sino in fondo./ Sono solo, tutto affonda nel farisei­smo./ Vivere una vita non è attraversare un campo.” Ella sentiva l’informalità del recitare, ma pieno era il rispetto che provava per le parole, e d’un tratto, sedendosi e ascoltando l’amico par­lare delle figlie, mentre mangiavano, con una consuetudine dal tono di una ripetizione da nastro registrato, non capiva come i due stati d’animo potessero conciliarsi  e, piano alla volta, il suo modo di archiviare “un’esperienza” traumatica l’aveva inso­spettita. Non capiva l’ermetismo con cui egli si sforzava nel darle dei giudizi sottintesi. Sottolineava stati d’animo e, nell’ultima frase, prima di mettersi a canticchiare d’improvviso, iniziò: “Senza voler ripercorrere a memoria i ricordi che ci le­gano, ho notato, scusami…” Ella aveva la sensazione come se lui pescando nel vuoto cercasse qualcosa, ma non riuscendo a seguire una frase, si lasciasse andare e così spregiudicatamente cantic­chiava. C’era dentro di lui un dissidio profondo che  voleva chiarire, voleva avere tempo per capire cosa significasse per lei: “Misericordia io voglio e non sacrificio.” Ella sentì dentro sé la moglie dell’amico, come  avesse detto qualcosa, sia pure incomprensibile agli occhi di un cristiano, che la riguardasse profondamente. E’ come se per tutta la vita fosse stata costretta a subire un’educazione dove, con la forza e la menzogna, le a­vessero detto: “Ama il suo ostinato disegno, recita d’accordo questa parte. Credi nel sacrificio, sacrificati e chiedi d’essere nulla, annullati.” Invece ella si diceva rincorrendo frasi, di dover lottare, stabilire termini nuovi, fingere e credere di de­siderare l’errato, quel che chiedevano a lei non erano i “frut­ti, “ “dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.” Si destò, cercò di trovare la giusta calma e riprese a pensare evitando di lasciarsi andare in una crisi isterica.
“Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato”. Ed egli rispose: “Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che non era lecito mangiare nè a lui nè ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? O non avete letto nella Legge che nei giorni di sa­bato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significa: misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa. Perchè il Figlio dell’uomo è signore del sabato.”
Trovò nella memoria questo brano di Matteo e d’improvviso seguì con calma, e  contemporaneamente con fiducia in se stessa, una forza che sopraffaceva  l’inquietudine.
Ella si destò e capì l’imbarazzo della sua espressione, l’amico finito di canticchiare guardava il volto della protagonista. Ella si voltò verso il mare; in lei, osservando i semplici accostamen­ti di colore del mare, c’era una senzazione che scoprì “infanti­le”. Ella sentiva il richiamo della tranquillità nell’osservare tutto questo. Come se d’un tratto, isolandosi dai discorsi che aveva fatto dentro sè, si scoprisse piena di sentimento d’entu­siasmo, di felicità, di novità. Questo stato contemplativo era l’arco che ella tendeva per scagliare il più lontano la freccia delle continue domande interiori. Per questo, ella si definì con ferma responsabilità del proprio animo, “infantile.” Così scon­tenta di sè, ma con la consapevolezza del piacere che ella prova­va nell’abbandonarsi alla contemplazione del bello, del “nuovo, ” nasceva pure  il desiderio di comprendere in piena armonia, come una parte di se stessa esigeva,  le semplici cose, “il mondo che possiamo semplicemente ascoltare.” E mentre pensava iniziò a par­lare.
– Contenta ho compreso l’importanza della mediazione. Ho accetta­to i  compromessi, mi sono piegata volentieri dove c’era un fine che aveva in sé  tradizione, amore per le cose e per gli uomini di buona volontà, anche tra le contraddizioni, violenza per il nostro animo razionale. I meandri, i posti logori e i lunghi cor­ridoi, il parlare figurato, proprio di un livello culturale basso e colto, mi ha portata a comprendere nella mia professione l’i­stinto.
Con le mani girava e rigirava una forchettina. Ora i suoi pensieri controversi, religione, sentimento, intuizione, erano osservati con distanza. Come se ci si potesse trovare a  contemplare il ritirarsi del mare  per centinaia di metri, e così, osservando, si potesse  vedere la superficie di terra venu­ta al sole. Dopo una pausa continuò a parlare.
– Nel tratto dei tuoi pensieri ho sentito, scusa l’introduzione “giornalistica, ” manierismo poco nobile, dove contraddizione, insicurezza e, non voglio essere fraintesa, senso di frustrazione, per altro denunciata dal tuo piano-colloquio,  mantiene nel tempo la sensazione del compiacersi, non esattamente questo il termine, credo che più propriamente si debba dichiarare che l’introversione enunciata nasconda un desiderio. Desiderio fosco, insicuro, che non racchiude in sé l’ampiezza e l’importanza del “sogno”. Non voglio darti del meschino, anche se sensazione di fuga, di ipersensibilità, e continuo, permettimi di pensare di te in terza persona, a tratti vedo l’uomo acuto, attento, forte, ma ho visto, e forse questo a tuo merito, l'”Ettore” che fugge per tre volte attorno alle mura. Mura non come polis, ma come casa, come adulterio, come figlia. E scusami se sono sciocca, mi è in mente lo scrittore Giapponese TanizaKi a proposito dello “scriversi addosso.”
Dopo aver pronunciato questi rimproveri, resasi conto delle coincidenze tra l’essere inesatta e il bisogno di liberarsi dalla sensazione fastidiosa che l’amico le aveva procurato, capì di a­ver concluso affermazioni deboli, insignificanti, come chi giun­gendo in una terra remota si trovasse improvvisamente davanti al­la soglia di casa, riconoscendo ogni particolare, la propria piazza, i propri monumenti, la via di casa, il portone e si ac­corgesse che il segreto della realtà, il custode del giudizio, è rimanere sempre se stessi senza lasciarsi andare in sogni.
L’amico aveva ascoltato con attenzione di volta in volta muovendo il capo per guardare all’interno del ristorante. Oppure guardando i disegni semplici della tovaglia,  e muovendo il capo come per pronunciare consenso, iniziò a parlare.
– Come sempre non posso che darti ragione. Credo nell’intenzione positiva della tua critica. Ti sarai accorta della mia malattia, sono un dislessico, ho la capacità di sillabare, ma non colgo la rima, e come direbbero, l’incapacità a passare da un’immagine all’altra con velocità.
– Dislessico? Non sapevo, non mi ero mai accorta.
– Non so proprio come abbia fatto ha superare indenne, si fa per dire, la vita scolastica, sia la formazione del mio carattere. Credo che sia stato, e lo è tuttora, il mio più intimo segreto. Se ne potrebbe fare un film, di quelli lacrimosi e lontani, come diresti, dal vero. Poggio e per questo perdonami, nel lato simbo­lico, tendo, come dici a essere introverso, tendo a isolarmi, non che ora ci sia un giusto motivo ma per quello che sono stato in passato, nell’infanzia e in parte minore nell’adolescenza. E’ un racconto tratteggiato da un mondo di sensazioni dove lo spazio di una parola letta compie attraverso il mio corpo la negazione alla mia esistenza. Posa la mia incapacità nel passare velocemente da un segno all’altro, nel termometro di tutto il mio essere. Ecco dove inconsapevolmente ho iniziato.
– Hai iniziato?
– La normalità, il termine di paragone è il principio al dialogo. Solo attraverso esso si pone fine il dominio del vuoto. Il vuoto è l’inquietante domanda che noi stessi facciamo al “Dio” che è dentro noi, o meglio che non facciamo. Ma se noi per principio, cercassimo e trovassimo la strada, strada cercata dagli egizi, fino agli alchimisti. Il principio comunque, scusa la ripetizione è il dialogo. Il Dialogo le “frasi” possono comporsi, da accosta­menti logici della parola, o dalle immagini. Il dialogo dentro se stesso ha quindi due aspetti, l’immagine, il ragionamento. Così tu mi hai parlato del concetto di parlare figurato, come rappre­sentazione di un livello colto, e basso. Il concetto di linguag­gio figurato è il principio che dentro c’è dialogo che vuole e­sternarsi o meglio, c’è stata in principio un’adesione alla ve­rità figurata per immagini. Come dentro noi ci possa essere una sorte di vocabolario per immagini. Non sto qui a parlarti di sim­boli, tutto quello che voglio dirti è un’altra cosa. Capita la forza al dialogo, e cercata la verità attraverso la parola, tutto d’un tratto non riesci ad appartenere alla realtà che ti circon­da, come d’improvviso rimanessi senza corrente, o meglio questo l’ho scoperto all’età di trent’anni…
Mentre l’amico parlava  dei principi e delle cause,  la prota­gonista  un po’ esausta dei discorsi lunghi, indicativi, esemplificativi, e pieni dei “tu capirai… come tu mi hai fatto notare… Avrai certamente capito come io…” Stanca dell’inconcludenza  pedante dell’amico, un po’ assonnata dalla digestione, continuava a giocare con il cucchiaino del caffè, girando e girando come se seguisse il ritmo delle parole. Dopo che l’amico infervorato tracciava teorie psicologiche, analitiche e così via, lei conti­nuava a divagarsi, proprio perché non poteva sopportare i: “Pro­prio oggi, al momento di essere stato invitato… bilanciando così queste semplici congetture…” Ella si ridusse  in un inter­minabile sbadiglio interiore, come quelle persone che non trovan­do nulla, né di assennato, né di alcun interesse, per educazione rimangono con un sorriso di circostanza  che imprime all’interno di loro stessi una noia sconfinata.
Ella pensò che stesse per finire, si alzò in piedi e sempre guar­dando l’amico si sistemò la camicetta  sperando  che arrivasse al punto.
Ma questo sperare non venne  confortato da alcun cenno da parte dell’amico che, in una pausa di silenzio più lunga del solito, guardando verso il mare e verso la protagonista, la seguì alla balaustra. Si era distaccata cercando un poco di conforto per la sua stanchezza. Egli proprio di fronte a lei riprese a parlare.
A questo punto ella non sapendo come liberarsi, pensò di dargli uno schiaffo, così senza alcun motivo. Si figurò la scena: un improvviso schiaffo sul volto dell’amico, uno sguardo da sfida come copione, e una frase che lasciasse intendere una situazione compromettente, come “sono una donna sposata, ” ella pensò, ridi­cola, ma si divertì ad immaginare di pronunciarla; o come “non ti permetto di avvicinarti, io so cosa vuoi intendere e cosa ti a­vranno detto sul mio conto.”  Questa frase la divertiva e le faceva ronzare un’eco che sibilmente avrebbe compiaciuto il suo stato, “ti avranno detto sul mio conto”. Quest’allucinazione del presente, faceva in lei da volano, accellerava i giri delle sue sensazioni in vortici sempre più concentrici verso il proprio io. Ella mentre si figurava il proprio comportamento eccessivo, com­prendeva, dentro di sé, il ridicolo ad accettare un desiderio che non si confaceva alla sua personalità, ma ella divertendosi sentiva il bisogno di evadere da un proprio io, che da qualche tempo ormai, come aveva sottolineato al suo amico, cercava continuamente di propor­le soluzioni che non rispecchiassero il carattere che ella pensa­va di avere. Nel baleno che le balzò agli occhi, il gesto li­beratorio, “atletico”  di schiaffeggiare un uomo, le  diede un piacere sottile, sensuale, istintivo. Il curioso, pensava, che questo piacere “istintivo, ” feroce, come quello di una leonessa che assale indistintamente il suo compagno o un leone di passag­gio, le era stato in qualche modo precluso da un’educazione “femminista.” Era inverosimile oggi schiaffeggiare un uomo, era giusto farlo centocinquanta anni fa. Ella coniò dentro sè questa frase: “L’eterno ridicolo femminino.” Sorridendo amabilmente al compagno gli prese una mano e con un gesto indicativo lo esortò ad andare sulla spiaggia.
Sdraiati su comode sdraio, imbottite e trapuntate con discreti disegni che ornavano i bordi della stoffa, l’amico, guardando le proprie mani, con il busto e il collo in equilibrio verso la pro­tagonista, in modo delicato e accorto, quasi timido, aspettò la protagonista parlare.
Il silenzio era rotto solo dal rumore dei piatti che camerieri alle spalle spostavano; dal vento, che muovendo una bandiera le­gata ad un’asta di legno scuro sbatteva; e da alcuni bambini che scavavano la sabbia sul litorale.
“L’eterno ridicolo femminino”, ella compiacendosi dell’immagine coniata ad uso, per puro desiderio agonistico, con se stessa,  iniziò a parlare. Più parlava, più marcava le parole con un si­gnificato certo e personale. La protagonista, accortasi del mondo vago e simbolico che nascondeva il suo amico, a suo pensare im­possibile, esprimeva nei termini e nella logica un percorso e­spressivo dove, quotidiano, ostacolo, paura e superamento di es­sa, fossero i soli limiti umani dove ci si potesse confrontare.
– Confronto, non è una parola universale, siamo uomini e non sia­mo uccelli. Ci confrontiamo con gli uccelli? – Nel centro del di­scorso ripeteva, come un ricamo evidenzia il bianco del lenzuolo, la sostanzialità del suo credo.
– Mai separarsi da quel che siamo, le sfide sono per gli uomini, ma fino a dove essi comprendono che non sono  dei Dei? Non si sfida il sole, nè si ama il sole, nè si conosce il sole.- Curiosamente dentro se stessa senza una precisa volontà, faceva un rie­pilogo del suo pensiero estroverso. Il piacere che aveva provato a contemplare il mare, il sole, la semplice natura che le avevano dettato: “Il mondo che possiamo semplicemente ascoltare” e susci­tando  armonia e piacere inatteso, coprivano come un suggello tutte le attese. “Io, io, io, sono sola e sono io e devo solo vergognarmi. Come posso essere così ridicola nel sgridare come un bambinetto, quest’uomo. Ma cosa sto facendo? Come posso credere a  quello che dico?” Ella pensava, criticava il suo essere goffo e provinciale. “C’è bisogno di tutto questo? Perdonami, devo crede­re che mi odio? Io odio me stessa? Perchè continuo a adularmi, e credere di comprendere, dove credo che ci sia… serenità. Devo cogliere serenità? Ma perchè, in questo modo?” Mentre pensava ne­gativamente di se stessa, con lo sguardo seguiva un’onda lontana che più veloce delle altre si avvicinava verso la spiaggia. “Per­donami? Che cosa significa e in che temini mi riferisco a me stessa. Chi dovrei perdonare? Quale parte di me è in discussione? Quale segno della mia intelligenza voglio modificare?” Ella si alzò in piedi nel momento in cui l’onda arrivata a riva, si franse en­trando nella buca scavata dai bambini. “Che cosa significa, per me: misericordia io voglio,  non sacrificio? Qual è il punto, che non si ripete, che non “frange” dentro me stessa? E rimane integro, vero, perchè continuo in questi scossoni emotivi? Sono un’altra, non ho paura, nè bisogno di questi mezzi espressivi dell’anima.” Avvicinandosi a riva, vicino ai bambini che saltando entravano nella buca con l’acqua schiumosa, raccolse da terra un pesciolino quasi trasparente, violetto e bianco, fino e lungo che si dibat­teva sulla spiaggia, depositato lì  dall’onda che,  aprendo in  serie altre onde, vedeva avvicinarsi. Lasciò il piccolo pesce li­bero di andare verso il largo.  Come un puntino, la testolina si dibatteva cercando una traiettoria dove potesse ritrovare i compa­gni, pochi erano i metri che aveva percorso, e dal fondo emersero come una nuvoletta, un gruppo compatto di pesciolini, tutti della stessa grandezza  e tutti assieme, rientrato “il naufrago” nel gruppetto, ripresero il cammino deviando improvvisamente e acce­lerando senza alcun motivo apparente, fino a sparire alla vista della protagonista. “Così è la mia anima, improvvisamente devia, si rifugia nella profondità e aspetta che tutto si rassereni, ec­co devo credere in me stessa e nella mia integrità, rispettarmi, e capire e accettare anche il buio, che continuo a vedere in me.”
Ella contemplava  un mucchio di sabbia orlato da finte torri e impreziosito da merletti di sabbia bagnata circondato da un fos­sato con il ponte  levatoio fatto di canne e da una vecchia cia­batta. I bambini saltavano sulle onde che salivano verso la buca, un bambino con un salvagente in mano schizzava, mentre un altro più grande strappava dalle mani una paletta che continuando a schizzare nella buca lo infastidiva. Il possessore della paletta, il più piccolo del gruppo, fece per dare un morso, e subito, mi­nacciato dai denti aguzzi, il più grande ritirò il braccio guar­dando verso gli ombrelloni, assicuratosi di non essere visto, strappò la paletta e la lanciò lontano verso il largo. La prota­gonista vide la paletta cadere in acqua, sembrava scendere  verso il fondo. Entrò in mare  e raccolse dalla superficie la paletta per metà immersa e la riportò a riva, abbandonandola sul litorale distante dai bambini. Intanto, la marea, salendo, sommerse le mu­ra del castello facendo galleggiare la vecchia scarpa di gomma  e si accingeva ad assalire la torre principale erodendo le fonda­menta. Ma i bambini, accorgendosi che  il mare stava distruggendo il castello, loro stessi con forza spianarono la sabbia del mon­ticello, il resto delle mura  fino a che rimase solo un rilievo di sabbia che in breve divenne tappeto per i piedi dei bambini. Il più grande, facendo segno al più piccolo, indicò la paletta e quest’ultimo corse goffamente verso il giocattolo, ma quando si curvò per prenderlo, in un baleno il più grande carpì  con velo­cità la paletta e gli fece segno movendola in aria. Il piccolino aggrottando le ciglia con un urlo da combattente si avvicinò sal­tellando e quando era quasi arrivato al compagno quest’ultimo si divincolò e si spostò un metro dietro. E ancora mostrava come trofeo la paletta.
“Mi porto dietro un castello di sabbia che non fa altro che sgretolarsi con la prima marea emotiva, umori  intellettivi, ra­zionali, irrazionali.” Ella pensava guardando panoramicamente: la riva, il mare, l’orizzonte chiaro orlato da qualche nuvoletta bianca e spessa. “Come direbbe Roberto, (il marito) “nuvole come mantello umido.” Questa è una piccola felicità d’eterno. Sono e­gocentrica, Roberto ha ragione quando mi chiama “vecchio aspira­polvere sgangherato.” Se avessi la possibilità di rileggere la mia vita. E’ folle, e folle, c’è sempre in me qualcosa a cui io non credo.”
La marea aveva coperto la buca scavata dai bambini, il mare en­trando compiva giri concentrici, trasportando con sè, in gorghi stretti, dei ciuffi d’alga, e dei pezzettini di legno che la protagonista aveva prima visto allineati come soldatini uno in fila all’altro conficcati nella sabbia all’interno delle mura del castello. Ora i bambini, allontanandosi dal castello, si erano diretti tutti assieme verso il ristorante, dove ancora seduto su una sdraio, che rimaneva proprio sotto il palo che sosteneva la bandiera, c’era l’amico della protagonista. Ella lo vide che ave­va gli occhi socchiusi, sembrava in quello stato di dormiveglia che anticipa un sonno ristoratore. Il gruppetto compatto di bam­bini arrancava affondando nella sabbia calda e, a testa bassa il più piccolino leggermente indietro dal gruppo accelerava il passo e poi rallentava, accelerava quasi fino a perdere l’equilibrio.
La marea entrando completamente con la serie d’onde, aveva fatto cessare il vento, prima, muovendo la bandiera, indicava una brezza costante proveniente dal mare, ora il vento leggero, quasi inesistente, giungeva dai monti. La bandiera floscia, silenziosa, senza il suo caratteristico rumore aveva destato l’amico della protagonista, che alzandosi con il busto eretto cercava, con il sole in viso, la protagonista. Ella era di spalle, seduta vicino al litorale. E guardando verso l’orizzonte, sentiva dentro sé un senso di tranquilla calma, sentiva di appartenere con tutti i sensi alla natura. Sentiva come,  trovandosi d’improvviso in pe­ricolo di vita e scampati per “miracolo” all’incidente ci si sen­te per un istante nell’insieme confusi e lucidi, contenti ma con­sapevoli della propria fragilità.
Il vuoto che aveva sentito e che l’aveva fatta perdere in se stessa, era riempito dalle sensazioni estroverse che la natura le donava e che erano proprie del suo carattere. S’era destata dall’abbandono interiore, e guardando se stessa, le gambe, le braccia, il proprio copricostume, si rafforzava in lei l’idea d’integrità tra la sua anima e ciò che lei pensasse di essere.
L’amico, trovata con lo sguardo la protagonista, si alzò e di­rettosi verso di lei sistemandosi i capelli e grattandosi una so­pracciglia, cominciò a cambiare traiettoria con gli occhi chiusi, così finito di spostare la palpebra che gli procurava un senso di solletico e aperto gli occhi trovò l’amica in piedi quasi d’in­nanzi a sè.
– Il vento è girato. – Disse sorridendo. – Mi sono appisolato un attimo, e ora credo di aver dormito un’eternità. Quanto ho dormi­to?
– Non lo so.
– Iniziamo a tornare.- Disse l’amico e aggiunse: – sono già stan­co all’idea.
La protagonista iniziò a incamminarsi dando le spalle all’amico, aveva già percorso un po’ di strada quando si girò e vide l’amico fermo mentre con le mani sui fianchi guardava verso il mare.
– Dài muoviti! –
– Arrivo. – Si diresse verso la protagonista che l’attendeva.
Alla protagonista tutto pareva immobile mentre percorrendo la strada del ritorno guardava dinanzi a sè. Ogni cosa aveva per lei un’immobilità secolare. Tradizione, modi di pensare, essere se stessa tutto, pensava, pareva immobile, registrato e legato all’immobilità. Parte della felicità era immobile, parte dell’an­goscia era immobile. Mentre pensava per immagini raffrontando se stessa con lo scenario naturale, sentiva l’amico avvicinarsi con lo sfrigolio veloce dei piedi sulla sabbia. Avendo il sole in vi­so di tanto in tanto alzava il collo, camminando socchiudeva gli occhi. L’amico intanto durante il percorso si chinava per raccogliere conchiglie, gusci che voleva donare alla figlia più picco­la e, perdendo continuamente terreno, era costretto, volendo non rimanere indietro, ad accelerare continuamente il passo.
Quando arrivarono in prossimità della casa, la protagonista sa­lutò brevemente l’amico, egli si curvò per raccogliere delle con­chiglie che gli erano sfuggite dalle mani.
– Devo vestirmi.- Disse sorridendole e le porse le conchiglie.
– Vuoi regalarmele?
– No, voglio solo che tu le tenga un attimo.
– Cosa ci devi fare? – Domandò, poi si voltò senza aspettare, e fece cenno all’amico di continuare fino al cancello.
L’amico si vestì in fretta, prese le conchiglie dalle mani del­la protagonista e salutando si allontanò; la protagonista, prima che varcasse di nuovo il cancello, gli disse:
– Ti faccio avere l’invito per Capri… verrai? Porta se vuoi le tue figlie.
– Capri?
– Sì, il congresso sulla letteratura.
L’amico annuì e si allontanò definitivamente, la protagonista si diresse verso casa, decidendo d’andare in cucina a bere.

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