Sabaudia sesta parte

di aeroporto2

La cucina era stretta, un tavolo era posato contro il muro, c’erano vecchi mobili scrostati. La protagonista piangeva, senti­va il respiro salirle fino in gola, si poggiò su un braccio e sentì il suo respiro caldo. Si rannicchiò tutta sul tavolo era ferma, piangendo non capiva. A occhi chiusi posò il naso sul braccio, fissò una macchia sul muro e si mise a leggere un roman­zo da lei pubblicato:

“Legato con una corda come un cane, c’ero io, “il bambino”: avevo cinque anni ed i capelli erano rasati a zero. Con una sola calza e un paio di sandali, avvolto in una coperta umida che si era at­taccata alla schiena, vedevo le strisce di fango riflettere le nuvole chiarissime. Delle pietre per me erano isole immaginarie. C’era sempre la fame, mio padre era dietro il carro e mia madre a male parole lo chiamava. Il cane, un bastardo della mia età, era in testa con la coda arricciata in su. Quando si fermava lasciava passare il carro odorandolo tutto, fino a quando c’ero io seduto dietro con le gambe fuori. Mi guardava velocemente e strizzava gli occhi. La mia è stata una brutta infanzia, l’infanzia di uno sfollato, avrei voglia di raccontare che di notte avevo freddo e mi pisciavo sotto, di giorno avevo paura di tutto, perdevo tut­to….”
La protagonista ritornò indietro lesse la prefazione.
“Ciò che cerco non è il dialogo con la luna, nè solo la fonte delle chiare e fresche dolci acque, sono un emigrato, un uomo, legato al braccio con una cordicella al carro di famiglia, il mio è stato un cordone ombelicale, mai mi sono trovato, se  non nell’essere scrittore….
  La memoria, i ricordi sono una falsa realtà, evocandola si trovano solo imbarazzi cittadini…
  Quando mi dicono che sono uno scrittore, (perchè scrivo) io dentro credo d’essere un altro, il mio vero talento è costituito dal fatto che riesco con le mani a modellare la creta, sento dentro me il proiettarmi con mimesis nelle cose, il mio inconscio. I miei romanzi sono l’età puberale, la liricità nelle cose. Gli aspetti sono  l’esecuzione di un discorso, libero ed indiretto. Come minori e maggiori di me, per esigenza religiosa, per una comunione di anime, trovano l’esigenza di calmare il dolore, riconoscendolo….
  Se avessi proiettato il viaggio, il mio viaggio adolescenziale nella “realtà, ” avrei trovato una mollica o un grattacielo, (cosa che comunque ho fatto) che sono la stessa cosa per un uomo che proietta la realtà, e scritta e inventata; il rigore della verità passa attraverso la morte. In ciò, parola quest’invertebrata, piena di facile femminile libertà, ho trovato la serenità degli accostamenti, levigati ed interiori, mai pubblicamente figurati, ma mantetuti nel mio intimo pudorale. E in questo aggrappare tutto il rinascimento dell’arte figurata nell’amplificazione di un meccanismo di pesi, fughe e liberazione spaziale, le parole usate come strumento (spatola o pennello o cacciavite) agganciano l’equilibrio di uno spazio ben bilanciato. Così a cinquant’anni, posso pulire la domenica una mia piscina privata, o con passione raccogliere le mele cadute dal mio orto. L’agiatezza l’ho conosciuta solo a cinquant’anni, ora sono ricco, ho denaro ed una proprietà di cinque ettari, che coltivo personalmente. Ho fatto, come è noto dai miei romanzi precedenti il manovale, l’idraulico, il cameriere ed infine l’imbianchino. Quest’ultima professione mi ha dato soddisfazione professionale e una certa agiatezza econo­mica. Scrivere ciò che si pensa, non è essere uno scrittore….
  Ed, in effetti, il “romanzo” che qui avete, non è nè il resoconto, nè la suggestione; il titolo, “l’imbianchino”, non è il suo vero titolo. Forse doveva chiamarsi l’amante, o la prostituta,  o il piacere. La rabbia, la confessione, la paura, il bambino, il frutto, l’elemento, il colore, il bianco: sono i capitoli che troverete in successione con la numerazione uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, l’epilogo nove…
La protagonista, voltandosi e sfogliando il libro come un ventaglio, si sdraiò in terra. Ora vedeva il soffitto, le pareti, il cassetto, e la voce dello scrittore dentro sè sembrava ripercuotere in lei la numerazione per capitoli di ciò che vedeva.  Con un fremito improvviso il frigorifero si spense; due elementi le comparvero in mente: “Perché piango? Non sono ancora ubriaca.”
La protagonista si sedette sulla tazza del bagno, si voltò verso lo specchio e un poco di lei si riflesse.
Era con la mano sul pulsante del water, prima di salire sopra e andare in bagno la protagonista si era alzata da terra in cucina era andata in salone, sul tavolo c’era la macchina fotografica ed ella vedendola  aveva spostato lo sguardo verso uno scaffale, si era seduta e aveva  aperto un album fotografico; sfogliando c’e­rano i figli al mare con piccole didascalie, la data, e alcune annotazioni, ora mentre vomitava sentiva una vocettina lontana che ripeteva: “Cosa c’è scritto qui?”
Sentiva di soffocare mentre continuava a rigettare, l’acqua del water girava in tondo. Lentamente dal profondo iniziò a rivedere scene passate, e un senso di ansia le costrinse il petto. Ella, guardando l’acqua scendere, si ricordò il sogno del giorno prima, mentre in macchina giungeva alla casa al mare.
Si ricordò di un caldo insopportabile, un vortice d’acqua, un fiume portarle via i mobili di casa: il frigorifero, la libreria, i letti.
Ella ripetè una poesia a mente di Ghiorgos Seferis: “Stiamo fermi alla stesso punto in attesa di disposizioni”.
“Disposizioni, ” ed ella, alzandosi dalle ginocchia, era in gi­nocchio con il viso dentro il water, si aggrappò  al lavandino e si specchiò.
Stendendosi sul divano cercava di fermare il moto che interna­mente la rendeva instabile. Stancamente si scivolò un cuscino sulla testa. Dalla veranda il vento entrava alzando le tende e quest’ultime battevano sul divano ritmicamente, quasi come un o­rologio a pendolo. Ma appena aprì gli occhi e spostò il cuscino si accorse che non c’era vento e la finestra era chiusa. Questo era qualcosa che ella avrebbe copiato da ragazza nel suo diario, si diceva ora, avrebbe certamente trascritto; “Le tende si muovo­no al vento, apro gli occhi, invece sono io che mi muovo con il vento della mia fantasia” E avrebbe aggiunto in stampatello: “Do­ve vado?”
– Non senti le finestre di sopra sbattere? – Il protagonista era di fronte al divano guardava la moglie, e notò un particolare del suo abbigliamento.
– No, mi sento poco bene.
– Un tuono, una locomotiva, una lavatrice,  ecc.. ecc..
– C’è qualcosa di rotto?- Alzandosi dal divano la protagonista lo guardò con aria di sfida.
– Ironica… e disordinata.- La spinse di nuovo a sedere, e lei si accasciò sui cuscini.
– Saranno stati i gamberoni, quei piccoli animaletti che sono più grandi che quegli altri, come si chiamano…. O che so, saranno stati i ricci di mare… Con tutte quelle spine appuntite…. Che fanno tanto male.
– Ricci, ma se non ti sono mai piaciuti.
– Assaggiati… Ora mi piacciono.
– Vado a chiudere le finestre, ti faccio una camomilla.
Il protagonista mise in ordine le fotografie,  sistemò il cuscino, lo prese da terra e lo posò sul divano ai piedi della moglie. Poi si avviò verso la cucina.
– Dove sei andato? – Domandò la protagonista con un filo di voce.
– Te l’ho detto vado a chiudere le finestre e ti faccio una camomilla.
– No, ti ho chiesto dove sei andato, non, dove stai andando. – E fece capolino da dietro il divano, con in mano un angolo del cuscino.
– A fare della cicoria, a tagliare l’erba e a farmi un bagno in compagnia.
La moglie capì e si rilassò sul divano con il senso di nausea che si stava attenuando. Quando il marito tornò, le parve che fosse passato un attimo, gli domandò:
– Come sta?
– Bene, bevi.- Le porse la camomilla. – Zoppica, lavora molto ed è felicemente solo.
– Perchè lo dici? – Ella lo guardò in viso schiudendo un poco gli occhi.
– Perchè sta bene per avere l’età che ha.
– No, lo dici perchè pensi che io voglia scappare. E ne saresti contento.
– E dove vuoi scappare, litighiamo, e con questo?
– Ma cosa ti è successo? Non capisco.
– Cosa non capisci? – Chiese con delicatezza. – Sentiamo un poco, quali sarebbero i sintomi della mia felicità?
– Non ho detto che sei felice.- Si voltò verso la finestra pen­sando a quando se l’era immaginata aperta. – Ho pensato che tu saresti contento se io me n’andassi, se morissi.
– Pensi proprio questo? O vuoi farmi perdere la pazienza?
– Ti sento più sicuro…. sembra quasi che tu mi abbia tradito.
– Non riniziamo daccapo… Tu dove sei stata allora? Chi era quel Tizio, che parlava, parlava? – Si ricordò quando era in spiaggia, la moglie era sdraiata sul bagnasciuga lontana da casa. – Vi ho visto, e allora?
– Ti sei risposto da solo…. Parlava parlava.
– Non parliamone… Vuoi mangiare per cena?
Lo guardava con interrogazione, cercando dentro se stessa una risposta.
– Tu non sei geloso, credi che gli altri uomini non mi desiderino più? Mi vedi trasandata, in disordine… Mi vedi per quello che vuoi vedermi.
– Sì certo, sai che sono geloso… Lo sono sempre stato.
– Mi prendi per cretina?
– Il fatto che viviamo in casa tua. Il fatto che mi guardi con odio femminile di tanto in tanto, non mi fa credere che t’inte­ressi solo a dattiloscritti. Ti piace il cazzo e allora?
– Lucido, lurido, porco… Cosa vuoi fare, seppellirmi di menzogne, ho capito!
– Deve essere una interrogazione? Una lieve o pesante parentesi del nostro matrimonio? O dobbiamo vivere di naftalina come Eta Beta?
– Con la tua ironia puoi fare quello che vuoi. Ecco sei filosofi­camente ironico, tutto qui….
– Credo che non devi più mangiare quei frutti di mare… Così appuntiti… E sconsiglio la cicoria, almeno per questa sera.
– Mio salvatore, ti ringrazio per la camomilla e per tutti i tuoi premurosi consigli.
– Prego.
– Messia, posso avere un altro poco del filtro che così premurosamente, e con tanto amore, mi hai preparato?
– Intendi altra camomilla?
– Intendo quel che tu hai inteso, Shakespeare… E chissà… perchè no… Anche un poco di cazzo… se la cosa non ti è di peso.
– Sono diverso, perchè ho sognato… sognavo che potessimo insie­me trovare una soluzione… – Si sedette sul divano, distante dalla moglie. Ed ella guardandolo sgranando gli occhi gli disse:
– Diverso? Quale altre fesserie mi vuoi fare intendere, ti prego portami altra camomilla.
Il protagonista si alzò, guardando con sufficienza la moglie e dandole un sorriso di circostanza come risposta.
– Mi sembra fredda. – Disse ritornando e aggiunse sarcasticamente – Posso riscaldarla.
Posando la tazza sul tavolino prima che si  fosse seduto aggiun­se. – In altra cicostanza, mi è venuto in mente questo in cucina, se fossimo stati diversi da quello che siamo… – La moglie lo interruppe guardandolo di traverso.
– Ma piantala di recitare questa commedia, per poco non decido di suicidarmi, lo stavo per fare, e tu entri in scena con questa faccia e questo ruolo, piantiamola di fingere a noi stessi.- Si posò una mano sulla fronte.- O Dio come mi gira la testa!
– Sei consapevole di essere una donna…. Credi di sentirti una donna o cosa?
– Bè… Proprio a questa domanda avevo deciso… Tu, come rispo­sta. Mi sento d’essere te… Forse per questo desideravo soppri­mermi. Ora sto meglio, come è importante il dialogo.
– Posso aprire le finestre? Si alzò per andare ad aprire.
– Scusami, scusa per il sarcasmo, non volevo offenderti non sentivo quel che dicevo.
– Mi ero accorto che qualcosa non funzionava- Non riusciva ad aprire la serratura. – Stamane pensavo che l’avesse aggiustata, invece è ancora difettosa… ma è venuto il falegname?
– Hai scritto la relazione per il congresso?
– Credo di sì, ma il mio diffidente senso m’impone di ragionare ancora. Lavoro a un idea, ma in quest’idea ci sono ancora troppe incertezze, il lavoro che mi sono posto è enorme perchè io lo possa portare a termine in una settimana. Così ho deciso di limi­tare il mio intervento a un effetto lirico. T’interessa?
– Sì certo. – Disse la moglie ascoltando il marito e pensò al brano del marito, che aveva letto all’amico in spiaggia.
– Il punto è cercare una soluzione sul tempo, il tempo è ciò che costringe l’idea, d’altronde il titolo ridicolo, “dove va a fini­re la letteratura, o “da che parte va” è un argomento così insi­gnificante che in sè si nasconde l’occhio del tempo, l’inesorabi­le sostenitore delle cause perse. E’ l’evento che scatena l’idea? O l’idea che n’è conseguenza? Le immagini che sto ordinando mi coprono di ridicolo, prevale l’effetto più che il significato. In parte c’è quest’interrogativo: “Alla ricerca del padre?” L’esem­pio “dell’adolescente” di Dostoievski che tu avrai in mente non appartiene al novero delle mie idee… Ti sto annoiando.
– No, quando parli sensatamente di letteratura.
– Il padre in questo caso, circoscrivo l’idea non fraintendermi è una mia supposizione, è l’idea. S’impone un rigido schema. Mentre l’evento è al di fuori, sia dal padre sia dalla sensata idea. Tutti questi accostamenti, tutti i lirismi, le varianti e le moltiplicazioni, che tra loro possono avvenire, sono i miei elementi di cui mi occupo. Così l’indipendenza e la dipendenza fanno parte del tutto, l’unico impossibile essere, la follia, ripristina i confini dettandoci gli altolà. E’ attraverso questo limite che il mio lavoro si fa certo più interessante. Viaggio in un mondo misterioso e pauroso, ed è per questo che troppi segnali mi fanno fare marcia indietro, e così vorrei scrivere solo qualche storiellina semplice, diciamo in una dimensione più elementare.
Il protagonista si voltò verso la moglie e si accorse che si era addormentata, socchiuse le tende e andò in cucina con la tazza ancora piena. Aveva in mente questa frase:
“Si adorna il mio  volto
Riflesso dalle fiamme
Che ardono tutto attorno al campo
Nell’assedio permanente della mia anima.”
E, riportandolo in versi, pensò che era assolutamente ridicolo, posò la tazza e mise in ordine le stoviglie.

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