Capri settima parte

di aeroporto2

tramonto[1]

 I congressisti sul tema “da che parte va la letteratura?” Con un sottotitolo che fa: “Un titolo provocatorio?” Sono divisi in tre alberghi, uno di lusso (dove sono i protagonisti), uno quasi di lusso, e uno meno “quasi” di lusso ma piu’ economico, con piscina e una vista quasi come quello di lusso. “L’organizzazione” dà a tutti del tu ed e` organizzata dall’associazione del posto “amici della letteratura”. Composta non proprio da isolani o residenti, ma elettivamente del posto, come pure del posto furono molto fa­mosi letterati e molto famosi pittori e sconosciuti letterati e sconosciuti pittori.

Nella camera dell’albergo di lusso il protagonista e la protagonista da poco arrivati, dopo aver sistemato le valige in religioso silenzio e dopo che il protagonista si era affacciato alla finestra che a strapiombo dava sui faraglioni, nudo o quasi, iniziarono a discutere:
– Per il tuo infinito rancore non posso fare nulla. Ma tu e il tuo spirito portate inutilmente un peso che non appartiene alla nostra famiglia. L’impronta che lasci rimane polvere, e la polve­re, si sa, va via con l’aria fresca, la strada è dritta e sono poche le curve che puoi inventarti…
– Perche` te ne stai a pregare? Girati e dimmi se questi calzoni sono stirati.
– Tentenni e non sai dove arrivare, invece siamo qui. Figurati, non abbiamo che iniziato, e siamo scivolati l’uno contro l’altra. Aiutarci? Parliamo parliamo, giorni, parole, frasi e a volte come due estranei incontriamo delle persone sconosciute. Due fantasmi fuori posto in un castello assediato… Sono cresciuta nella ba­nalita` mi sono lasciata andare piano, dolcemente rilassata dall’eterno ripetere di cose mai viste, ho appeso ai muri quadri che non segnavano ne` il presente ne` il passato. Mi sono lascia­ta cullare davanti al camino, specchiandomi sul pavimento lucida­to e lucidato. Una mollezza che desidera riposo, non inquietudi­ne. Lasciavo che piano passasse il tempo, senza gusto, senza cer­care la moda, ne` rincorrere l’originalita`. Forse ho chiuso la porta, ho lasciato nel vuoto molte domande ma sono stata ferma. Non lotto piu’ con me nè con il tempo. Lascio scivolare il suono, mi sono astratta da cio` che desideravo avere. Niente si ha senza perderlo. E io ho perso una piccola bambina di tre anni, ho perso la fede.
– Fai il tuo atto di costrizione, mentre mi lucido le scarpe.
– Sei in un lato scuro e cerchi d’entrarci ancora di piu`: la strada e` per meta` all’ombra e tu hai pagato per stare al sole, perche` te ne stai a morirti di freddo? Scaldati ci sono io, c’e` la nostra famiglia.
– Andiamo a letto per dormire.
– Forse hai ragione.
– Guarda dietro e cosa trovi, sacchi di merda, ben confezionati, ma sacchi di cio` che amiamo tanto.
– Veramente… Vivere… Esco a cercare i tuoi pantaloni.
La moglie usci` dalla stanza, poi rientrando quasi subito disse:
– I tuoi pantaloni stanno arrivando.
– E allora ci metteremo i pantaloni.
– Finisco di truccarmi.
– Mi sono pulito perbenino, ho pulito la divisa e l’ho messa in naftalina.
Una cameriera entro` bussando prima, con in mano i pantaloni stirati.
– Ecco signore.
– Ti ringrazio, quanto ti devo?
– Niente.
– Un attimo.
– Cercate il portafogli?
– Proprio.
– E’ rimasto in questi pantaloni.
– Bene allora prenditi diecimila lire.
– E` un servizio dell’albergo.
– Non importa, prenditi quello che ti ho detto, e` per tuo figlio.
– Non ho bambini.
– Li avrai presto.
– Di qualunque cosa “ha” bisogno mi chiami.
– Se ho bisogno ti chiamo.
– Luisa. – E usci’ chiudendo la porta con un bel sorriso.
– Ma cosa ti salta in mente?
– Vivi con un metro nel cervello, misurando scheletri.
– Forse e’ piu’ di quanto tu non faccia.
– Davanti agli uomini, o davanti a Dio?
– Non mi rendi gelosa, nè mi trascini nei tuoi simbolismi da trincea.
– Sei gelosa, di tutto, per il solo fatto naturale che esistano.
– E quando mi hai amato in questo letto, quale dei tuoi pensieri ha generato tanta vita sotterranea.
– E` da stamane che mi tormenti, e` da quando mi sono alzato e mi sono fatto la barba che canti questa canzone, dimmi quello che vuoi e non parliamone. Sei stata aperta come una finestra, guardavi con i tuoi occhi, e non c’e’ stata una virgola e un punto che non hai perso. Ora giri come una gatta, salti qua e’ la`. Dimmi quello che vuoi ma non saltare sul mio cervello con quegli artiglietti.
– Non ti conosco, non conosco la tua voce, semplicemente non conosco il tuo volto… E lasciami parlare, non vorrai interrompermi solo per il fatto che non ti conosco?
– Non ho fiatato.
– Se sono arrivata fino a qui lo devo solo a me stessa, lo devo solo a tutte le volte che ho chiuso gli occhi, lo devo al sacrificio e alla volonta` di moglie, sono passati tempi peggiori e non sono stata spietata, come invece meritavi. Hai girato come un lupo tutta la campagna, e ti ho aspettato senza lamentarmi, sono stata in silenzio sapendo dove eri e con chi eri, ma sono stata tua moglie, mai una volta, mai ti ho chiesto di mentirmi, mai dentro casa ho chiesto a mio marito d’essere mio. Sono scivolata nel ricordo, ti sono stata fedele piu` dei tuoi cani, piu` fedele a te che a me stessa. In ogni punto ho cercato d’essere una brava moglie, e se lo vuole, Iddio me ne sara` riconoscente. I fili che ho tirato, i fili di ragnatela, come li chiami tu, li ho avuti stretti in mano per la famiglia, stretti in mano per avere la famiglia, e mai nessuno e` riuscito a curio­sarci dentro.
– Hai fatto dei figli una cosa personale, hai portato la tua tela da ragno dove tu volevi, hai condotto il gioco e hai soffocato cio` che era mio nei figli, cio` che il sangue trasmette, hai calpestato l’orgoglio, e hai fatto un meraviglioso complesso, una citta` dove regna il silenzio, l’ordine e la paura. Sono un uomo, come lo sono tutti, ma in me c’e` qualcosa di troppo banale, di grossolano, che spunta come gramigna da estirpare nei figli, da nascondere e far finta con i tuoi silenzi di dolori e funerali inesistenti.
– Mi parli dei tuoi principi, un principio vale l’altro, basta contraddirlo con uno nuovo e privo di alcun principio. Devo misurare cosa? Il vuoto? La tua assenza?
– No la tua presenza. Un miscuglio di sguardi e torte ben riuscite, di vestiti e silenzi portati allo stesso modo, e Dio creo` la donna. Di cosa ti lamenti, leccati le ferite e vai a letto per la porta piccola, quella grande e` sbarrata a tre mandate. Una famiglia contro. Non puoi costringermi ad accettare il tuo sorriso davanti a un capolavoro di storia imparata a memo­ria, una storiella, visto che sono ancora qua.
– Se sei tanto sicuro di ciò che dici, apri le porte chiuse a tre mandate. Un dubbio potra` anche sorgerti una bella mattina, forse sara` l’inizio.
– Finiscila di andare sopra e sotto con le tue idee strampalate.
– Devo difendermi. Rinchiudermi con quattro parole!
– Nessuno ti ha mai rinchiuso, sei finita dentro i tuoi principi.
– Non sono piu` una ragazzina, non inganni piu`, con i lupi man­nari e i draghi nascosti dentro le tue caverne, se permetti par­liamoci addosso, mio caro S. Giorgio, vai avanti pure e dimmi quando arrivi.
– Non ho paura della vita, ne` delle belle donne.
– Riesci a scivolare nel fango piu` immondo e tu credi di essere un uccellino che spilucchia dei vermetti. No sei un pachiderma e sprofondi nel tuo fango. Un vecchio porco che grugnisce al vento. E io sarei la tua scrofa? Ti piace stare all’ombra sotto una vec­chia quercia a mangiare cio` che preferisci. Io sono rimasta a cucire le nostre lenzuola, ti chiedo se hai ancora voglia!
– Hai voglia di essere quella che sei sempre stata, solo cambiare gli accenti.
– Imbandisci la tavola per il pranzo? Vuoi banchettare con tutto?
– Ecco che suona la ritirata, ora dici:”con te non si arriva mai a nulla”.
– Al contrario, cio` che volevo l’ho gia` preso!
– Ostinarsi ad avere.
– Vorrei poterti credere, ma non sono stata una stupida, e` solo che ho guardato intorno e avevamo gia` un figlio, poi una figlia che si e` attaccata a te e l’abbiamo persa. E poi un’altra bambi­na che non si e` attaccata a nessuno se non ai suoi vestiti.
– Come tutto ti e` chiaro, una chiarezza che lascia presagire molta distanza.
– Una distanza che misura la pena. Una pena che e` scritta sulla tomba di nostra figlia…
– Sola, dici sola o sarei io a dire dove mi hai lasciato? Oppure in quale posto sei rimasta e io dove sono andato. Oppure dove credi che sia stato tutti questi anni. Ho cercato d’entrare in te, ho cercato dignita` e coraggio. Sono stato a vedere le tue smorfie allo specchio. Non dirmi “non lasciarmi sola”. Non si chiude la porta di casa a tre mandate per caso e non si fugge co­me un lupo senza sentire il vuoto nello stomaco, un vuoto tutto speciale che non include la tua vita, ma tutto quello che allon­tani da te.
– Quanto sei ridicolo, mi rimproveri come se fossi una scolaretta. Questa e` una ridicola sceneggiata, sei diventato goffo e vecchio.
– Sì sono vecchio, goffo, arrogante, malandato, puzzo e ho il cuore putrido dove i vermi ne fanno la loro dimora. Zoppico e mi aggiro nei mercatini con buste piene di miseria. Mi guardo attor­no e inciampo nella merda e ci sono dentro. E dato che ne hai ab­bastanza, questo pagliaccio che si trascina smonta la tenda e va via, con i trucchi, i nasi finti e tutte le sue pulci. Si tocca il fondo senza risalire… Poi come si puo`risalire se non con la Bibbia tra le braccia incrociate? Mia nonna aveva un rosario. L’hanno seppellita nella terra fresca e profumata in riva al ma­re. Subito una mareggiata ruppe il muro di cinta del cimitero e tiro’ fuori la bara, che vago` per tre giorni con le ondate, fino a quando il muro salto` tutto e la bara ando` lontano oltre i frangenti.
– Rimani ad abbaiare alla luna, quando ti ho conosciuto volevi da me un figlio il giorno stesso che ti ho incontrato.
– Sei bugiarda.
– Devo farti da spalla, tirarti avanti e devo portarti in giro, alzare il tuo sguardo e riempirti d’ossigeno. Hai bisogno di me perche` puoi annientare qualcuno e cosi` il tuo senso di te che non riesci a seppellire. Ti ho visto ubriaco e contento dopo aver corteggiato una troia. Ti ho visto su di giri dopo che ci sei stato, ho sentito le tue mani cercare il mio corpo la notte, ho combattuto tanta miseria d’uomini e mi sono trovata tra le tue braccia con un senso di disperazione, mi sono trovata a piangere davanti la culla dei nostri figli, ti ho visto piangere davanti il corpo di nostra figlia sulla strada. E quella volta pregavi di morire, Dio se volevi morire. E io ero dietro la macchina e la folla mi spingeva e mi spingeva fino a trovarmi sola, sola, e sentivo la tua voce chiamare e chiamare nostra figlia, lontano, come se uscissi da un incubo. Non venirmi a parlare di cosa dici di come respiri, di come puzzi di altre donne.
– Un interminabile labirinto, viaggio a velocita’ della luce senza rendermi conto se tocco con i piedi la terra o sto volando nella paura, nei sensi di colpa, nella mia impotenza di uomo. O­gni giorno spacco il mio corpo in cento pezzi, ed e` cosi` fati­coso unire tutto e unirci, che a volte sono ubriaco di menzogne, di fughe e di puttane comprate con i tuoi sorrisi da moglie si­lenziosa.
– Un vago senso di colpa che sconfigge la realta`, parlami dei gironi dell’inferno, compiaciti delle trovate teatrali a grande effetto, ma dico, dietro quale porta hai chiuso la realta`?  Un semplice calcolo di sottrazione io, i nostri figli, uguale: la tua fuga all’infinito. Realmente ora cosa siamo venuti a fare qua, in questo albergo, in quest’isola? Aspetti gli applausi? Quelli non arrivano, non esistono. Ti dico in verita`, non capisco un “acca” di quello che ti sforzi di farmi capire. Sei un imbroglione, un bluff, il bello e` che ti sei convinto tanto che vuoi convincere anche me. Dove andare poi, questo non lo sa nessuno.
– Ammetto d’essere alquanto spettrale, ammetto che mi si addice piu’ la parte dello spettro che quella d’Amleto, se non altro, come diresti tu, per il trucco. Ammetto che in questi anni ti ho tradito. Ammetto che per un pò ho fatto i comodacci miei, me ne stavo a gironzolare per la campagna, diciamo che tu sei stata con la famiglia, diciamo che sono un bluff, diciamo che il mio perso­naggio va in giro come un alienato. Tu cosa vuoi? Non hai chiesto niente, sei stata a cucire famiglia e societa`. Ma cosa vuoi?
– Andare in bagno.
La moglie entro` in bagno chiudendo la porta.
– Sei andata via, come ora che ti sei chiusa in bagno. No mia cara, non sei andata in bagno, sei fuggita da me. Io sono quello
che sono, un bugiardo, un uomo incapace d’essere amato, rozzo brutale e vigliacco. Ma non nascondo a me stesso nulla. Guardo la mia faccia e dico che non vale nulla. Ma tutta questa debolezza a cosa e`servita, se non a dare la forza a te? Rimani in bagno ad ascoltare, rimani nel tuo confessionale a piangere, perche’ so che tu ora piangi.
– Sì, e ho gia` il trucco sfatto.
– Quando andammo allo zoo e il palloncino volo` via, la piccolina lo guardo` volare. “Dai ne compriamo un altro,” le dissi. E lei “no”!  “Sono tutti uguali, sono solo pieni di aria leggera legge­ra come le bollicine di sapone, le vuoi le bollicine?” Voleva il palloncino volato. L’andai a comprare di nascosto, e fermai quel signore anziano, gli spiegai tutto e lui venne verso la bambina tra il traffico, urlando: “c’e qualcuno che ha perso un pallonci­no?” E la bimba “io, io” e ha attraversato la strada. E poi l’uo­mo e` rimasto li`, con il palloncino in mano e tu non c’eri più e io l’avevo stretta in mano, con il suo corpicino magro e addor­mentato.
– Sei patetico.
– Potrei fare il bagno in una piscina d’alcool e non mi ubriache­rei mai abbastanza.
La moglie apri` la porta del bagno e sedendosi disse:
– E` cosi` semplice disgustarsi di se stessi. Nessuno considera lo schifo che ci portiamo dentro. Vomitiamo menzogne, perche` siamo cosi` piccoli dinanzi alla vita.
– Mi guardi e vorresti dirmi, basta fermati ci sono io. Ma chi? Tu dici, a volte, “non ti conosco, non conosco la tua voce, non conosco niente di te”. Vedi, hai ragione.
– Essere adulti, capirsi, comprendere ed essere gentili l’uno con l’altra.
– Accondiscendenti! La conclusione e`la strada maestra interrotta, non si arriva a domicilio camminando sul mare. Si passa attraverso il corpo degli altri uomini. Si trova lo spirito e l’anima, la forza attraverso l’incoscienza. Bisogna essere cie­chi per stringere a se` la vita. Il proprio corpo che si muove attraverso la vetrina di un negozio, un negozio tutto particola­re, quello della pena. Ci sono a buon mercato piccoli commessi, che si insinuano nell’anima vendendo il presente, il tuo presen­te, a passanti che chiedono, ti guardano e stringono la mano chiudendo gli occhi al sole. Ecco la paura dove sta, passi per comprare e sei venduto.
– Hanno un peso le parole? Conosci una immagine che e` riuscita da sola a liberare il tormento della solitudine? Puliamo insieme, mettiamo ordine tra le nostre cose, non imprigioniamoci dietro fantasmi cosi` inquietanti da non farci riconoscere l’uno dall’altra.
– C’e` una immagine che puo’ colmare la solitudine? In te c’e` la risposta: L’annunciazione, il parto e la passione.
– Forse in questa stanza c’e` qualcuno che spia le tue parole? A chi stai parlando? Non siamo in una commedia ne` in un dramma. Chi ci ha diviso? Dove sta nostra figlia?… E` morta, lo vuoi capire, e` morta ne` io ne` te… morta.
– Morta? Distanziati da tutto, lascia che la terra ingrassi i suoi vermi. Non c’e` bisogno d’essere folli per capire dove sta la follia. Perche` io e te facciamo finta di dirci tutto? O me­glio, ci diciamo solo quello che l’uno nasconde all’altro, accu­sando te accuso me, libero la mia morte. “Sottile sguardo/ come sorriso/ aperti i gigli/ la sabbia nel vento e l’acqua tra le ma­ni…” Pesa le parole, un significato avranno? Lo stesso sogno che si ripete. Avra` pure un senso la vita nascosta che mi in­quieta fino a domandarmi chi sono? Voglio strappare il cuore dal petto e vederlo palpitare, voglio rendermi conto dove ho preso la strada errata.
– Ti spingi tra le tue menzogne. Fai largo alla tua inventata di­gnita`, giri tra le cose, dando un’altra vita. Celi una vita pro­pria che si muove perche tu possa andare avanti, ti sei spinto tanto che ti senti sopra un palco, credi d’avere un pubblico com­prensivo e invece non ti sei accorto che sei sul patibolo. Sei cosi` ipocrita che mentre prendi il cappio pensi che sia una ghirlanda di fiori e quando sarai morto veramente tra i fiori e andrai all’inferno dirai d’essere in paradiso.
– Amen, sembra che nascondi chissa` quale mistero, un architetto indaffarato che costruisce muri di contenimento. Sono muri, anche se poi tu li vuoi avere come monumenti alla memoria.
– Scusa me, questo brillante marito, scrittore, che ha bisogno dell’alcool per i suoi libri, che per le sue commedie si sostiene con le prostitute e scusa la sincerita`, ma finiamola con questo giro tondo.
– Giro giro tondo, casca il mondo…
– Prova a cantare a mente.
– Quale menzogna e’ piu` grande del girare tutto se stessi al proprio compagno?
– Figurati!
– Quanti ettari d’amore hai seminato ai nostri bambini? Ne è nata una ricca piantagione dai grani cosi` grandi che sono cuori, sem­brano barbabietole, ma gocciano di sangue. Tu bruci con il fuoco, conosco gia` l’inferno, voglio la leggerezza.
– Sei inconcludente, fai ridere.
Entusiasta, bianca al sole, cosa rifletti sola nell’acqua? Guarda i fiumi che s’incontrano, aspettati un torrente pieno in­vece di voltarti con le spalle al passato. Non vuoi giocare per­che` giocando non sei solo te, ma qualcuno vicino sfiora le tue labbra, e hai paura. Fuori c’e` il sole, vedi la luna? Eppure quando ti ho conosciuto sorridevi, e pregavi un candore che mai hai avuto. Lo sognavi? Quanta forza hai sottratto al tuo ventre per portarla dove mai ci sara`l’amore. Ruoti intorno a un solo asse, pensi a uno specchio che si e` rotto e ora giace in fondo al mare. Ora quanta acqua devo sollevare, per trovare un postici­no con te?
– Non ti voglio negli abissi, sei troppo abile nello sporco, le mani al buio le sai muovere. E` alla luce del giorno che non ti riesco a vedere.
– Un giorno vale l’altro, ti guardi, mi guardi, alzi il tuo can­dido volto e sveli il tuo animo cinico. Riprendi la strada la­sciando briciole per ritrovarla, sai bene, ipocrita, che ci sono uccellini indaffarati a pulire per benino il cammin di nostra vi­ta, e allora finiscila di prendere in giro il tuo specchio. Quan­do ti alzi, fallo direttamente.
– Quante paroline gentili in un solo giorno riesci a dirmi. Guar­da che sono io quella che tu hai dinanzi a te, un po` di serieta’ nel considerare i propri confini, vuoi parlare con me, bene ti ascolto, ma non iniziare a scagliarmi addosso tutto il tuo mondo figurato.
– Se sei quella che sai di essere e sono io quello che non sa di essere…
– Finiscila di giocare, piantala e sii uomo. Hai paura che ti rimproveri, hai paura quando mi avvicino, temi che sveli il mio ardente e vicinissimo cervello, per confonderti e farti ritrovare nelle braccia di una tua prostituta, in modo che hai bisogno di un paio di commedie per pulirti la coscienza.
– La concretezza che scivola nelle tenebre, cerchi riparo, in modo che non possa essere, ma io non giudico, ne` vigilo, sento dentro me un vuoto e oggi ho voglia di dargli un nome e in nome del Padre e dello Spirito Santo e della “figlia” porta il tuo no­me questo vuoto che travaso nei tuoi splendidi occhi.
– Il tuo piccolo mondo fatto di piccole immagini che s’incastrano perversamente in un turbine di fallimento. Il tuo e` un baratro che e` costituito dall’illusione, non poggia sul pensiero, ne` su alcun sentimento. L’estratto di una finzione che hai imparato be­ne, tanto che riesci con il tuo “lucidò cervello a morderti la coda. Prima ancora che trasporti di qui e di la` il tuo fantasti­co mondo che poggia sulla rinuncia, gia` intravedi un angelo che beatamente assolve i peccati. Lo intravedi cosi` bene, che ab­bracci la prima puttana che trovi a buon mercato, dicendoti: an­gelo mio sei cosi` vera…
– Mi sorge un dubbio, sei forse gelosa?
– Hai seppellito tutto, il tuo senso di te, vuoi andarlo a cerca­re altrove? Bene. Non m’imputare davanti al tuo tribunale, sca­gliando addosso tutto il rosario del nostro matrimonio, impara a pregare, a vivere sempre, non a fuggire scivolando nella piu` sconvolgente delle rinunce, e` meglio essere un punto, che nulla.
– Il nulla rivoltato come un calzino, cucito e rammendato, consu­mato tanto che l’eternita` e` fuggita, come Penelope, nell’eterno disfacimento di una trama assai bene intrecciata. E` rimasto il punto. Il punto croce, il punto margherita, il punto a lucciola, il punto e basta.
– E’ rimasto un mondo che non capirai mai.
– Inizia a costruire dei, tanto per piazzarli in salotto.
– Scrivi oggi la tua commedia quotidiana, alza trappole e disponile fino a quando ti incastrerai tu stesso nei tuoi ordigni. Rimarrai imprigionato, e mentre ti morderai la coscienza per rimuovere il rimorso, sentirai le tue stesse prede venirti addosso per divorarti. Sara` un bell’andarsene, con il rimorso trasformato in ricordo!…  E beviamoci sopra! Ora scrivi il tuo necrologio appoggiandoti su di me. Ti sei tanto adagiato che hai spinto me e quel che e’ in me nella fossa delle ossa, ben nascoste, da bracconiere intelligente. Ti stupisci se parlo, se mi agito, e non riesci a comprendere, perche` mi sai catturata e uccisa. Invece sono qua, e allora credi ai fantasmi solo per non accettare un fatto, che sono viva, che esisto e che non sono mai stata come tu volevi.
– Mi meraviglio nel vederti spogliata e vestita, mi meraviglio per cio` che succedeva; era inverno e non si faceva caso a cio` che avevamo accettato fin prima di nascere. Perche` cosi` era e così sara`, ma non si puo` far finta di non vedere, perche`cosi` era e cosi`sara`. Mi sono fermato un attimo ed e’ stato un’eter­nita`. E piano ho dimenticato cio` che era in me. Per questo cre­di che io sia diverso. Grammaticamente diverso, presente e assen­te, la mia e` stata una silenziosa presenza a tratti illuminata da visioni fantasticamente reali, ed era cio` che non potevo ave­re, perche` nessuno puo` avere, ma si e` illuminata piano, nel tempo, una compagnia che ha costituito il mio lavoro. Di tanto in tanto ho travasato parte di me, la migliore parte onesta, ed e` divenuta una vita autonoma, tanto che, perseguitato dalla morte, ho tracciato teorie, storie e vite di un alter ego vissuto attra­verso un piccolo spessore di vita, alimentato e sostenuto dall’e­terno. Ed e’ cio` che costringe gli uomini a stupirsi del proprio destino.
– Ma di cosa parli? E` di me che io parlo! E` del mio corpo, sono le mie mani e il mio viso, sono i miei occhi e tutto quello che c’e` dentro. Non un’altra persona, ma io come te, io come un cuore che hai tu. Io che ho vissuto come te, e come te ho seppel­lito mia figlia. Non parlo di niente altro, parlo di esigenze, piccole da far rabbrividire. Sono una donna, il mio corpo lo di­ce, il sangue che porto e che ha dato figli. Non confonderti in me perche` non sono te, ne` mai potro` esserlo. Sono un’unica in­divisibile persona.
– Una invisibile, indivisibile persona.
– Basta tirarsi dietro un carro pieno di vuoto, un dolore che e` corso da solo per strade buie. Nel sonno ho contato come te i minuti che ci separavano da nostra figlia. I giorni, le ore, cosa importa ormai… Tieniti al tuo sarcofago di pena, non importa, non ha piu` importanza. Ho la mia testa che non segue piu` immagini che si accavallano, lascio ormai una distesa bianca, come una infinita pianura colma di neve. Eccomi, ora parlo come te, sarai contento di vedermi cosi` religiosamente legata a te.
– Perche` devi dividere sentimento, passione e tirarti dietro tutto quello che non vuoi fino a ridurlo solo a parole vuote che hanno un significato se si sentono, ma tu le vivi solo attraverso concetti e al loro significato scrivi didascalie.
– Immagino un sentimento semplice. Niente complicazioni, niente che possa finire, soltanto passione. Se non riesci a trattenermi e` per il fatto che vuoi trattenermi, ma io chi sono per te? Sono solo la madre dei tuoi figli? E per quanto tempo devo portare questa storia? Non posso essere Maria, non posso vivere con l’immagine della pieta` dentro me stessa. Cio` che vuoi da me e` illogico. Non confonderti dietro la tua retina di immagini. Sentimenti applicati attraverso quello che non abbiamo capito. Abbiamo sovrapposto concetti, dogmi, senza capire che il buon senso attraversa noi. Basta fermarsi e guardarsi attorno. E` facile scivolare nell’abisso dell’incomprensione. Senti, metti la mano sul mio petto. Questo e’ il mio seno, piu` in la`, se vuoi, senti il cuore.
– Il cuore l’ho sentito scivolare piano sotto le coperte e addormentarsi con me in solitudine. Speravo d’essere toccato solo da una tua parola, mentre eri li` silenziosa, sapendo che sarei stato io il primo a parlare. E piano ho concluso tutto il vocabolario, mentre sorridevi esterrefatta per quello che dicevo. Incomprensione, gioco, rinuncia, piatti da lavare e lenzuola per un corredo aperto e mai chiuso. Cullavi come me, nella tua ango­scia, la rinuncia a capire. “Se esiste un Dio fa che lo incontri, e che lo possa incontrare questa sera.” Ed entrare piano la sera scivolando dentro il letto con te indifferente mentre sfogliavi l’eterno silenzio. Io, inchiodato ad aprire strade umane, mi di­cevo dove la vergogna e il senso di sè sono come una minaccia, che incutendo timore ti fanno sentire vuoto. Un vuoto crudo e condito dai tuoi accenti di divertita ironia. Ora aspetti come un gatto rannicchiato, sapendo che ti vedo esterrefatta, e culli la distanza che c’e` tra te e la lampada da spegnere. E’ buio, ti giri dandoti la buona notte, sprofondi nel sonno prima che io a­pra il desiderio, calcoli i minuti di ritardo, unisci distanze di autostrade e sogni un sogno che domani mi racconterai. Domani ci si alza presto.
– Non riesco piu` a decifrare i sentimenti che stanno scivolando. Scivolano in tutte le direzioni, per non rimanere incastrati nella melma delle tue parole. Cio` che vive, che respira e diventa vivo, lo diventa perche` e` stato fatto cosi`, trasmesso per essere dimenticato e pronto a dare ancora la parte migliore di me, la parte che ogni donna sa di avere. Farmi divenire un tuo scherzo, saltellarmi sopra e come un gattino, ridurmi una illu­sione e proiettarmi con una fionda nel lago piu` scuro e buio, per ritrovarmi magari decifrata fra le tue parole, come uno dei tanti personaggi suggestivi, una donnina danzatrice che piace tanto al ridicolo femminile.
– Hai detto madre! Ho sentito che vedi che scivolo come un palombaro a raccogliere frammenti di ciò che faccio a pezzi, che poi annodo nel mio libro paga, per tirare dal mio cappello a cilindro formule già confezionate, di donnine in fuga verso la grande via che conduce all’unico bordello che conoscono gli uomini, se stessi. Starei lì sul limitare con un tubo d’ossigeno per ombelico a ricomporre sul fondo un’anima fatta a pezzi dall’indifferenza della gente. Un fregnone insomma, uno che guarda se stesso come un Dio ritrovato, senza capire da che parte sta il cuore. Un proiettore ambulante di cio` che volutamente af­foga nella sua anima, tanto per scomodare gli ultimi cinquemila anni. Tu dove eri, madre? Non eri con i tutti gli altri? Apro questa sera una porta al destino. Diamo un nome a questa malat­tia!
– Idiota profezia. Perche` finire come tutti senza neppure scorgere dentro noi il sentimento che ci tiene in vita?
– Non c’e` nulla di umano nell’indifferenza, non romanziamo noi stessi, risparmiami almeno questa tiratura enciclopedica di minuetti intellettuali, seppelliti ormai da due guerre. Realismo, concetti e prove, non e` questa la tua legge?
– Dimmi subito dove vuoi arrivare.
– Sollevi la bandiera del sentimento, la sventoli cosi` tanto che hai alzato un polverone, ti bruciano gli occhi e piangi dicendoti commossa. E` solo polvere, cara mia, un volgarotto pulviscolo.
– Che e’ riuscito da solo a capire le tue menzogne e rimango nuda dinanzi al vuoto che ti ostini a farmi credere. Pensi che sia di­vertita dal fatto che tu possa capire? Tu vuoi capire, ma cosa? Confondermi, vuoi ridare vita alla mia esistenza, dare una vita disordinata, nel caos di una esistenza a tua immagine. La sempli­ce verita` non e’gioco, e` lei e basta, non una canzoncina da ri­petere in svariate occasioni. Al di la` di quella porta e` vita, gente come persone, treni come veicoli, non mostri irriconoscibi­li. E io sono una donna, non un miscuglio di effetti, non un sen­timento madre, non un sentimento figlia, non un sentimento mo­glie, ma sono madre, figlia, moglie, sono una indivisibile perso­na. Non puoi usarmi per quello che hai imparato, non puoi di­sprezzarmi per quello che sai. E` semplice, basta non fermarsi troppo sulle cose, lasciarle scivolare via come acqua fresca.
– Fuggire e trovarti un bambino tra le braccia e` quello che vuoi? Vuoi cantarmi la ninna nanna e cosi` trasformo in incubo la mia vita? Il destino si misura in centimetri, piccoli passetti, sin­ghiozzi e ruttini, cacche e pannolini, le prime scarpe e la prima scopata. Ma per chi mi hai preso? Un uomo ossessionato, un para­noico che non sa distinguere una lucciola da una lanterna? Credi che voglia catturare il brutto e cattivo mondo, ora io, ora te? Non altri? Uno schemino semplice.
– Ti rifiuti, non vuoi accettarti, stringi un cerchio di fuoco attorno al tuo scorpione, vuoi farti a pezzi, catturare, ma cosa? Non c’e` nulla, nulla, solo te e il tuo mondo, non ascoltare l’inquietudine, non ascoltare se non vuoi capire. Non lasciarti cullare dalla memoria, sono fantasmi che non fanno altro che di­vertirsi. Abbiamo avuto cio` che abbiamo fatto, nostra figlia e` stata felice, e` stata felice come lo eravamo noi. Rispecchiamo noi stessi, senza intravedere e vedere o capire o cercare o non so più cos’altro.
– Ci siamo quasi, ancora un pochino e ritrovi la tua fede, la religione secondo moglie.
– Delle tue allegorie non so piu cosa farne. Stai riproducendo un mostro che e` piu` forte di te. Perlustrare il tuo inconscio fino a trovare un nuovo giocattolo. Travasi e travasi, ma cosa?
– Cosa vuoi che ne sappia, sei tu che sai tutto, che regoli e misuri, che confischi e regali, io non ho la tua certezza.
– Certezza un corno! Vuoi farmi uscire di qui per favore? Voglia­mo smetterla una buona volta? Se non sai niente stai zitto!
– So quello che tu mi insegni. Il silenzio e l’amore per le cose scontate, una aureola di buone maniere e sorrisi. So inchinarmi e salutare come un vero signore, ho imparato pure un mezzo sorrisi­no compiacente e arrotondare il mio carattere con frasi accomo­danti. Di tanto in tanto conduco una conversazione brillante e gioco discretamente a carte. Lavo i piatti la domenica mattina e cucino quando siamo soli. Ho imparato a dominarmi e non abbaio quasi piu`, scodinzolo solo.
– Mi sono guardata e ho deciso: cambiare, cambiare, non importa in cosa, ma cambiare, uscire da una situazione che non capivo, che turbava tutto cio` che toccavo, che iniziava piano a inquina­re tutto cio` che era legato al passato. I tuoi sintetismi pog­giati sulla patetica rinuncia a non voler capire, a ritornare nell’Eden tanto desiderato e che era a quattro passi. Fai un pas­so, diamine, non stare con l’immagine di uno stereotipo medieva­le. Hai sfogliato tutti i libri cercando cosa? Mi dicevi, “cerco conforto, aiuto, cerco di decifrare qualche immagine che inquieta e mi fa vibrare”. Ma perche` sei inquieto? Perche` ti ostini a scrivere e riscrivere e taci a te stesso la piu` nuda verita`? Sei sul limite del patetico, potrei sbagliarmi, visto che sai co­me penso il sentimento e dove e` andato il mio sentimento. Avro` spento, come dici tu, il vero significato “diretto” del sentimen­to, non sono capace di capire e mi identifico con il comune sen­so, senza guardare lo specifico. Senti che tecnicismo, ma a che serve? Sono parole, parole che tutti sanno bene e che non vale nemmeno la pena accennare. Ho sbagliato quando ho iniziato con i sedativi e ho iniziato e finito. Ti sei mai chiesto perche` non prendo piu` nulla, ne` un tavor, nè piu` lexotan, ne` nulla di nulla? Semplicemente perche` sei venuto un giorno da me dicendo­mi: “I tuoi sedativi hanno nel nome qualcosa di mitologico, tavor lexotan.” Il terrore mi ha imprigionata, avevo te e i tuoi valori arcaici, le lotte collettive e i terremoti che ti hanno scosso fino nel profondo. Sembri un uomo che ha vissuto cinquemila anni di disgrazie rannicchiato a morire di fame. Nostra figlia non ha nulla di mitologico, niente di lei e` mitologia, semmai pena, ma non la tua pena, la mia pena che ho dovuto dimenticare.
– Non credo al tuo amore, ma credo all’odio e alla rivelazione di esso. Tu odiavi tua figlia, la odiavi e sei rimasta colpita. Per te nulla e` successo, nascondevi a te stessa l’odio e ridi sul mio amore. Non succede nulla quando una persona non esiste, non c’e`. Evviva, una volta almeno guardati e sorridi al tuo stato di madre. Rivediti gravida, rivedi la tua indifferenza: la chiamavi naturale inclinazione. Eri a tre passi da tua figlia e dopo l’hai abbandonata e ora abbandoni tutto quello che e’ vita, che e’ vi­ta. Non fingere di scendere piangendo, piangi te stessa perche` nessuno ti ha capita. Intanto scavi la fossa goccia su goccia. Sei, mia cara, un mostro di abbandono. Vivi sola, e lasci desola­zione.
– Sei pazzo, non sai cosa dici.
– So bene cosa dico, ti ho osservato come ti muovevi. Sorridi co­si` bene, sei cosi` naturalmente innocente, ti aggrappi alla piu` delicata delle commozioni. Per buon gusto agisci sfrenatamente contro il patetico. Ti riconosci e questo non puoi sopportarlo, ma come te nessuno puo` acclamare la tua  buona fede, storicamen­te e pianificatamente preparata. Acclamata e desiderata, ma sei un falso e la storia prima ancora di accorgersene ti ha regalato il mondo intero. Naturalmente tu ci giochi a palla, con la solita indifferenza. Il dogma riporta te e la tua religione distanti chilometri dal vero. Per te la verita` si partorisce e si alleva come e` piu` comodo.
– Stai zitto, non voglio sentire tutte le tue malvagita` da uomo incapace.
– Il buio puo` nascondere tutto tranne noi stessi. Questa e` la verita`, hai odiato tua figlia e quando l’abbiamo persa non hai creduto ad altro che a misurare l’indifferenza, alzando altari di illusione, armandoti di un silenzio compiaciuto, e quindi d’una vittoria inconscia… E ti sei sentita libera.  Non piu` fuggire e fuggire, ma rimanere e fortificarti in un piano studiato, e solo Dio sa in quanti secoli.
– E solo Dio sa in quanti secoli? Ma cosa dici? Come si puo odia­re un esserino che ho partorito e allattato. Come si puo` solo pensare questo? Sei sconvolto e proietti la tua follia. Sei un uomo che proietta fantasmi di una nevrosi acquisita in un unico abbandono. Tua madre… tuo padre… Non sei stato abbastanza a­mato, vedi in tutte la tua mammina che ti chiamava e ti cercava, ma era lei in verita` a nascondersi. Ed ora sarei io a fuggire. Sei un pazzo, un maschilista incapace di comprendere, perche’ tuo padre non ti ha compreso.
– Come sei sensuale quando ti alteri! Hai poca memoria, neppure una settimana hai allattato nostra figlia. Giri i fatti lasciando dubbi esistenziali. Sorridi a te stessa e fai l’occhiolino alla tua coscienza. Non c’e` una folla, sei sola. La mia parte sono pronta a pagarla.
– Come ti diverti a inventare i tuoi personaggi. Ti diverti cosi` tanto che ti ci immedesimi. Alzi libri, sfogli antologie e resu­sciti caratteri, facendone uno scriteriato riassunto. Tu e te stesso, costruttore di caratteri, affabulatore ambulante. Fammi la cortesia, prendi il carretto e spostalo piu` in la`.
– Genialmente nascondevi mezze verita`, mettevi in luce solo pic­coli aspetti, tralasciavi noncurante significativi passaggi, fa­cendo credere una confusione, un’assenza emotiva. Sorridi mali­ziosamente e bloccata dalla tua coscienza di comodo intrecci abi­li congetture e assumi l’aspetto d’una vittima designata.
– Di quante pagine?
– L’egoismo abbinato al cinismo e` una miscela autodistruttiva. Dimmi cento volte il nome di nostra figlia, vediamo cosa esce fuori.
– Non comprendo quello che vuoi dirmi, se continui a rinfacciarmi e a portarmi esempi di tue situazioni. Cosa posso capire se alludi a qualcosa e subito dopo ti pavoneggi per la tua trovata verita`. Anche se posso capire il tuo stato d’animo, non comprendo dentro me stessa nulla. Continui ad assalirmi emotivamente, ed e` logico che io mi distanzi dalla tua confusione. Non si puo` vivere di intuizione, “che a tratti illumina la visione della vita”. Non e` una accusa su come sei, ma e` cio` che non riesco proprio a capire.
– Ma come non capisci? Sei stata l’immagine di te stessa, consapevole di quello che succedeva… E succedeva che stavamo seppellendo nostra figlia. Eri ferma, controllavi le persone, ne` ti sei chinata, ne` ti sei voltata. Non hai guardato in nessun punto e sei rimasta come una bambina, senza sapere cosa stesse succedendo. Succedeva che ti cercavo, mentre la gente stringeva e baciava, e piano mi sono trovato a non stringere e baciare piu` nessuno, ti ho guardato e tu mi hai guardato, tutto qui. Poi ho sentito dentro me un boato, come stesse per morire un’altra vol­ta. E ho avuto la sensazione di essere il centro di tutto cio` che succedeva, era come precipitare e precipitare. Un isolamento quasi programmato, volteggiavi ripetendo una parte, e quando sia­mo usciti era uscito tutto, anche dentro te stessa. Era come ade­rire a una realta` dove seppellita nostra figlia, era stato sep­pellito tutto cio` che riguardava lei e noi. 
– La tua sincerita` rimane come qualcosa che sorniona aspetta d’uscire, di fuggire, come un senso di colpa che ti avesse tra­fitto e impalato davanti l’album della vita di nostra figlia.  E allora giri e giri guardando, insieme alle fotografie, la tua a­nima infilzata come una farfalla nella pagina conclusiva. Vorre­sti volare, mi cerchi, mi guardi attraverso la folla dei tuoi sentimenti, quasi come volermi dire “liberami”. Ma liberandoti sono scivolata io dentro un retino fatto di sospetti, di violenze taciute e rivoltate piano, che non ho avuto il coraggio di veder­ti per quello che mi chiedeva aiuto. E a tre passi sono tornata, sentendo il bisogno d’essere semplicemente cio` che si deve fare.
– No, non sono stato liberato, ma sono stato a vederti mentre i­niziavi a spogliarti e a vestirti in una imitazione. E come una bambina hai iniziato a imitare la persona ovviamente piu` imita­bile. E come una suocera hai finito per iniziare tutto cio` che era intorno a me. Ogni cosa cambiava di posto, tutto cio` che prima ci univa. Segnalando la tua nuova presenza, invertivi le situazioni scombinando tutto. E cosi` mi sono trovato aggrappato a quattro irrinunciabili parole, come una costituzione scopiazza­ta qui e la`, almeno per salvare il salvabile. Ricordati che al­lora, anche cio` che era ovvio, scontato, hai iniziato a colorir­lo con la tua indifferenza, in pratica mi dicevi: “riguarda te, quindi non interessa che te”. E allora cio` che era semplice, di­venne semplicissimo, scontato, dimenticato, cancellato.
– Avevo bisogno di credere in me, e ogni figura apparteneva a un simbolo prevaricatore e non potevo identificarmi. Avevo bisogno di vivere anche l’aria, e le tue dottrine, i giri di parole, era­no solo pretesti, dei morbidi pretesti che indoravano una pillola amarissima, la pillola dell’annullamento. E la rinascita era, per te, solo l’incarnazione dei tuoi valori di moglie silenziosa. Renditi conto che accettare tutto come era predisposto significa­va rendere martire una donna che tutto sarebbe diventata. Sarei scivolata perdendo dignita` e avrei nascosto la mia anima sotto lenzuola di un’abile doppia vita. Ho scelto la strada che non a­vrebbe disintegrato la nostra famiglia. Ho amato la nostra picci­na, forse ho nascosto a me stessa che l’amavo piu` degli altri, perche` mi assomigliava e mi vedevo  da piccola davanti alla tor­ta con due candeline, come in un filmino girato da mio padre. Mi e` sembrato l’eterno, il vero significato. Ho dato e mi e` stato tolto. Perche`? Perche`, mi sai rispondere tu? Sai dove va a fi­nire tutto questo dolore? Tu volevi che io rispecchiassi religio­samente la pena, che figurassi l’ipotesi di un tuo fulcro, prima madre, ora pieta`. Questa e` una sicurezza che non ci appartiene.
– Non stiamo allucinando una frazione di tempo che ci ha schiacciato costringendoci a vivere il presente scontandolo. Non ho costruito ne` distrutto fantasmi, ne` mi sono fatto da parte lasciando il vuoto di una frana, nata per un attimo, nè ho ridot­to il dolore nel semplice misticismo che vuole vedere gli uomini provati davanti l’eterno. La morte l’abbiamo vista tutti e due. Prima sentita, avvertita frugare dentro noi, divertirsi e provare l’eterno gioco. E` stato un carosello che, agitando fantasmi di bui infantili, ci ha portato a ricordare cio` che avevamo da tem­po dimenticato. Un’analisi di cio` che assimilando, con gli anni abbiamo trasfigurato, dandogli un altro nome, un altro giorno. E poi il desiderio di averti e` stato piu` forte, ti volevo, volevo possederti e averti intimamente, come letteralmente ogni specie sente. Volevo averti per avere altri figli, sentii dentro me il desiderio di distruggere cio` che mi aveva distrutto, una socie­ta` falsa, capace di costruire solo ordigni di morte. E volevo anche ricostruire, iniziare a pulsare semplicemente, prima per avere un’altra figlia, poi  per iniziare tutto daccapo. Invece ho visto te che eri a tre passi, ho visto te che non solo rifiutavi me, ma anche nostra figlia.
– Credi che possa essere la tua isola felice? Incarnazione di un ideale nascosto da non so che educazione? Eppure ti sei aggrappato a tutto, in un attimo sei volato via. Poi naturalmente, sei tornato. Ti sembra giusto farmi carica di tutto? Sembra che possa trattenere tutta un’intera vita dietro le tue paure e le tue certezze? E quando sei tornato, sempre forte di una lucida retorica, mi hai fatto pena. Mi ha fatto pena vederti mascherato di un volto che non era il tuo, e ti ho scosso tanto da essere presa per un’altra, tanto da voler intrecciare con te una ridicola finzione. Sono io e sei tu, nulla che si in­venta fa parte di noi.
– Nulla che si inventa fa parte di noi?
– Sei ubriaco del vuoto. Lasciati cullare dall’idea che ti sei fatto di te stesso e lasciati andare attraverso l’illusione di noi stessi. Inseguiti perbenino, compiacendoti del tuo egocentri­smo a scatole cinesi che si incastrano nella retorica dei vecchi pantaloni e delle calze rammendate davanti al camino. Resuscita il codice Napoleonico e canta i bei tempi andati. E tu saresti uno scrittore? Un drammaturgo? No, mio caro, sei il coreografo della sintassi, lo scenografo dei punti interrogativi, il medico della sintesi. Il buon senso cantato per tutto questo secolo… Proietta e proietta la tua nevrosi e farai del cinema, meravi­gliati e diventa letteratura, butta i sassolini nello stagno e fai pure la poesia. Il fondo rappresenta la morale?
– La tua e` abilita` che riduce, che scompone, sottrae e costruisce tempi di una voluttuosa segnaletica nel riconoscere impulsi. Nell’unico riducibile utero. Una libido condita con sguardi di superba complicita`.
– L’eterno femminino che rincorre il tuo sguardo. Dentro appartieni a quella razza di uomini che, se non scongiurano la morte e l’impotenza con la consueta e superstiziosa madre, terra feconda o mare d’infinito, non vanno a letto.
– Puo` darsi, perche` dopo c’e`qualcosa a cui credere.
– Tu credi in me? Credere per quello che sono, invece di iniziare a costruire pretesti per non capire, dobbiamo essere noi, credere e aderire.
– A cosa?
– Vicini, avvicinati e vediamo.
– Romantica, sei sempre rimasta romanticamente legata alla tua immagine, ricordo.
– Sì, sono il ricordo.
– Se dovessi solo aderire, saprei che sono solo che pretesto perche` tu vada altrove.
– Non hai il coraggio di essere solo te, per forza di cose devi assalirmi invecchiandomi e rendermi ridicola nel quotidiano, in quello che se anche e` ridicolo, lo e` solo perche` tutto vada avanti. Guardi attorno, cosa vuoi? Vuoi rimanere solo, nella tua torre da ebreo “narrante” che lancia profezie su se stesso e su tutto cio` che si muove e si allontana da te? Rimani inchiodato a seppellire centimetro per centimetro pezzi di verita` che hai trovato per caso nel tuo mondo  figurato, e con tutto e con la moda che e` solo pretesto di menzogna, sei applaudito per la “profondita`” che e’ solo casuale. Una casualita` che finisce per spegnersi nella banale ricerca di quel che eravamo, tutti. Ma  a parte la tua cervellotica visione, a parte tutti i fantasmi che alzi, a parte il letto e tutti i tuoi sogghigni da uomo silenzio­so e attento, che si diverte nel giocare tra l’eterno profondo motivetto religioso, e quello che invece e` ora, che parte mi fai fare? Nella tua bella tragedia che stiamo scrivendo, fino a che punto posso dire la mia? O e` tutto nel destino e il destino e` solo il ridicolo quotidiano?

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