Capri dodicesima parte

di aeroporto2

– “I primi vescovi cristiani  studiavano, con il massimo zelo, per reprimere nei monaci i possibili influssi della vita inconscia individuale, ricordiamo l’arcivescovo Atanasio di Alessandria nella sua biografia di S. Antonio. Non dobbiamo stupirci che la nostra psicologia sia caratterizzata soprattutto da un atteggia­mento di rifiuto nei confronti dell’inconscio. Ma in questo modo l’energia psichica recuperata serviva allo sviluppo e all’elabo­razione dell’atteggiamento cosciente, da cui e’ nata, a poco a poco, una nuova concezione del mondo. Gli innegabili vantaggi co­si` ottenuti, consolidarono naturalmente quest’atteggiamento. Ta­le procedura assicura la correttezza da un punto di vista intel­lettuale astratto, ma non dagli altri punti di vista psicologica­mente possibili. Si vede nascere tanti assoluti quante sono le scienze e le arti. La specializzazione si concretizza, mentre nel contempo si distaccano dal mondo e dalla vita. Quando il Faust urla “il sentimento e’ tutto” egli per contrappunto si impone all’intelletto, in favore anch’egli di un solo elemento e non della totalita` della vita.” Riflettiamo assieme e tra parentesi tracciamo questa parola: (romanzo). Chi ha tracciato in terra questa linea, credo non intendesse sottolineare un altola`, ne` un segmento astratto, ma una pausa di riflessione, che dura da secoli. Forse l’espressione lirica da me “tracciata”, scusate il linguaggio figurato ma si impone alle circostanze, e’ “riflessio­ne.”
Sentiamo cosa dice Ungaretti in “Ragioni di una poesia.” “Cosi` fui mosso, conducendo a termine il “Sentimento,” e meglio piu` tardi, a sentire e a capire come la parola avesse un valore sacro proveniente dalle stesse difficolta` tecniche che, conducendo a termine Sentimento, aveva da superare per esprimersi un poeta del nostro tempo.
  E furono le difficolta`, le difficolta` tecniche, difficolta` divenute sotto un certo aspetto davvero apocalittiche, a farmi verso l’ultimo, dubitare se oggi non fossero gli uomini tormentati da un folle problema di disintegrazione del linguaggio, anziche` assorbito nel conseguimento della perenne unita` poetica della parola. Mi fu facile ritornare in me, riprendendo a commentare il Leopardi. Il sentimento dell'”Allegria”, che l’atto poetico e`, qualunque ne sia il prezzo, atto di liberazione, che solo nella liberta` e` poesia, era ritornato vivo e chiaro in me, con la conferma in me che non si ha nozione di liberta` se non per l’atto poetico che ci da` nozione di Dio.” Ricordiamoci assieme questo verso riconciliante:
“Eterno: Tra un fiore colto e l’altro donato/ l’inesprimibile nulla”
E` Ungaretti poeta? E se egli e’ poeta, dai vostri occhi vedo inquietudine, di quale illuminazione? E se e` poeta costringe noi nel cerchio. E` innegabile, nozione di assoluto. Per grandezza e per puro sdegno dell’ignoranza sentiamo ancora la voce di Unga­retti, che cosi`, vedrete, sovrasta le domande da me provocata­mente poste. Scusate se mi appoggio, questa sera a fogli di car­ta… leggo. – Prese un foglio e inizio`.
 “Consideravo – dopo il 19, ma l”Allegria” s’era formata nei cinque anni precedenti –  consideravo quasi – dico quasi perche` temevo, a francamente confessarlo, d’essere sacrilego – conside­ravo che il mistero abbia umanamente inizio da razionalita` inte­sa come termine necessario, meccanico, d’opposizione ed ero cosi` forse meno lontano dal cartesianesimo di Pascal che non lo fosse Jacques Riviere. In tali vedute volevo riconoscermi opposto anche a un altro modo d’intendere la realta`, ossia a quello secondo cui essa esigerebbe si ammetta, per essere sentita nella sua su­prema vitalita`, nel suo mistero, che essa non possa in alcun mo­do tollerare misura, ma che sia anzi chiusa assolutamente alla ragione, avendo la verita` sede di la` dalla misura. Non la real­ta`, ma il mistero non e` mensurabile. Sulle prime, tali mie con­vinzioni procedevano parallele ad altre, di altri che vi erano avviati da ricerche neoclassiche nella loro tecnica espressiva, quali il clima letterario italiano e europeo del momento suggeri­va, quali soprattutto sembrava naturale dovessero conseguire all’esserci noi allora riaccostati ai maggiori poeti dell’otto­cento: al Foscolo, al Leopardi.
  Era certo un renderci conto da ingnoranti della posizione del Leopardi, e dovetti accorgemene, e se n’era bene accorta a suo tempo l’Allegria. Non fu che smarrimento brevissimo, del resto, come dicevamo, storicamente inevitabile date alcune difficolta` di mestiere che allora era fatale si presentassero al poeta e che egli non poteva non dedicarsi a sciogliere. Tutto sommato fu una grave prova, e il Sentimento, forse perche` risolutivo nei suoi risultati, ne usci` quasi illeso.
  M’accorsi subito di quanto fosse pericoloso quel prefiggersi di rispettare canoni che dal Vaugelas e dal Cartesio e, peggio che mai, dal Voltaire in poi, mettevano la poesia francese a rischio d’isterilirsi nell’accademico – e invece la rinnovavano e la salvavano sempre; ma per miracolo.
  Passai ad altre ricerche; ma mi rimase impresso che in arte, si`, contavano la pazienza, la tradizione – e contava in realta`, solo il miracolo. C’e` chi da` piu` peso alla natura, e per indole c’e` chi invece preferisce avvalorare l’intelletto, e in fondo non era cio` che premeva. Meno ancora premeva rivelare che la prima era una corrente che nei secoli sembrava volgersi a Oriente, mentre pareva l’altra usa piuttosto a eleggersi a punto cardinale, l’Ovest. Cio` che premeva e che imparavo, e` che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.”
Ovest, Est, punti cardinali, posato lo sguardo oltre, verso Budda troviamo: “Per vent’anni pellegrino/ Spostandomi ad est, ad ovest./ Tornato a Seiken/ Non mosso d’un pollice.” Questi versi Zen appartengono a Chiju, o ancora: “Terra, fiume, monte: / Fiocchi di neve sciolti nell’aria./ Come ho potuto dubitare?/ Dov’e` il nord? il sud? l’est? l’ovest?”
Vedo… certo anch’io sono consapevole dell’enormita’ e come ci si porge a se stessi, come si possa definire “se”. Illuminazione, risveglio, domandate quale viaggio, quale accettazione, cosa c’e’ di cosi` lontano, se porsi e nel caso di, Chiju, mille, duemila, diecimila chilometri verso… dov’e? E’ il caso? che dinanzi al centro di se` e dell’universo, universo poetico zen, c’e` sempre Buddha. Sentiamo Bodhidharma: “Trasmissione al di fuori della dot­trina,/ Nessuna dipendenza dalle parole./ Mira direttamente alla mente,/ Cosi` ti vedrai realmente/ E raggiungerai l’essenza del Buddha.”
Sentiamo cosa dice Lucien Stryk:  “L’esperienza Zen e` centri­peta, e l’artista talvolta contempla il soggetto come fosse un'”applicazione della mente”. Il discepolo nella prima fase del­la sua istruzione e` invitato a “puntare la mente” (cioe` medita­re) su un oggetto, ad esempio una brocca d’acqua. All’inizio egli e` logicamente portato ad esprimersi per metafora, ad espandere il concetto, risalire con l’immaginazione dall’acqua al mare, al lago, alle nuvole, alla pioggia. E cio` e` forse naturale, ma e` proprio quel tipo di processo mentale, di “mentalizzazione”, con­tro cui mettono in guardia i maestri Zen. Il discepolo e` invita­to ad insistere finche` puo`, restando nella stretta orbita dell’oggetto stesso, penetrandovi piu` profondamente e, senza piu` guardare ad esso, ma – come riteneva essenziale il Sesto Pa­triarca Hui-neng, guardare come esso. Solo allora egli consegui­ra` lo stato di “muga”, e cioe’ un’identificazione cosi` stretta con l’oggetto che la “mentalizzazione”, di per se` instabile, scompare. Quanto piu` una poesia “haiku” e` profonda, tanto piu` essa rende l’idea di tale processo: Rugiada sul rovo,/ spine/ bianche pungenti.
Abusando della vostra pazienza, prima che iniziate a sbadigliare come caimani, vi porto un poco piu` vicini a noi, in Russia. Rileggiamo un breve paragrafo di Anna Karenina:
 Giunto a Mosca con il treno del mattino, Levin si era fermato presso il fratellastro maggiore…

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