Capri quattordicesima parte

di aeroporto2

Nella sala principale la conferenza era ormai entrata nella parte conclusiva. Il protagonista e la figlia, una volta usciti dall’altra conferenza sull’etica della poesia nel romanzo, passeggiavano nella certosa di S. Giacomo.
Dopo aver percorso il chiostro principale, si trovarono seduti davanti all’entrata di una classe della scuola che alloggiava proprio all’interno del chiostro grande. Infatti segni inequivo­cabili di animi giovanili segnavano le pareti, e alcune scritte ingenuamente sconce erano al margine di un corridoio che portava all’uscita. Tra i capitelli d’eta` romana e bizantina, che costi­tuivano la cintura del chiostro, c’erano segni di pallonate e al centro, al sole, due cani dormivano abbandonati.
Il protagonista, pensando, si separo` dalla figlia riprendendo dentro se stesso una fugace felicita`, una estroversione di sen­sazioni che si congiungevano verso il suo desiderio. Mentre pro­cedeva nel suo cammino si fermo`, intimamente concentrandosi su questa poesia di Tagore:
“Non sei capace d’essere felice
  con la felicita` di questo ritmo?
di lasciarti e perderti e spezzarti
nel vortice di questa terribile gioia?
 
Tutte le cose avanzano impetuose,
non si fermano, non guardano indietro,
nessun potere puo` trattenerle,
esse scorrono impetuose in avanti.
Seguendo il ritmo veloce
  di questa musica incessante,
le stagioni vengono danzando e se ne vanno –
colori, melodie, profumi
  si versano in cascate senza fine
nella gioia straripante che si spande,
  e cessa, e muore ogni momento.”

Il sentimento che lo colse lo porto` a domandarsi se la forza sentimentalistica poteva distruggere l’esatto significato di contemplazione, di verita` e di applicazione. Mentre egli ovvia­mente si domandava di se` e della figlia, un gruppo di giovani entrava chiassoso nel corridoio e un uomo, chiaramente leggendo gli scritti sconci ad alta voce, disse:
– Se la f. avesse i denti poveri c. degli studenti.
Mentre una ragazza, la stessa che era stata punta nella sala della conferenza, si sedeva e si guardava il braccio dolorante, due uomini sulla trentina iniziarono a correre, dapprima lenta­mente, poi velocemente all’interno del chiostro, tanto che i cani prima si alzarono e poi iniziarono spaventati ad abbaiare in di­rezione dei due. Finito il perimetro, ansiosi, si avvicinarono verso i cani, mentre questi ultimi abbaiando iniziarono a scodin­zolare.
Trovato in terra al centro il disegno di un gioco, alcuni di questa comitiva, nei pressi del pozzo centrale, iniziarono a giocare. Saltavano su un piede solo, procedendo in avanti e poi tornando.   Il protagonista isolandosi, come se prendesse appunti sulla scena che dinanzi gli compariva, ripeteva nel proprio imma­ginario i semplici gesti della comitiva, cosi` da rallentarli, da scomporli… Fino a quando, voltandosi, vide la figlia, anch’ella nelle vicinanze del gruppo, poggiata sul bordo della cisterna. Sorrideva e guardava mentre sembrava che discorresse con una don­na.
Si era accorto che inconsapevolmente il proprio animo si era messo a contemplare la luminosita` del chiostro, la pietra chiara della pavimentazione e i ciuffi d’erba che nascevano tra le fes­sure delle pietre, il senso piacevole, circolare, che il pozzo, al centro, anch’esso di pietra bianca, dava all’intera architet­tura. “Ordine e serenita’… d’un bianco come cosa/ trasportato pensante/ solo chiudendo occhi ora./ Rincorrere/ scie di rane… col fuoco rinascere.” Egli ripete’ in parte i versi che aveva sentito mentre nuotava sul litorale di Sabaudia, e ora si accorse che tanta luminosita’,  la centralita` del pozzo, il contrario tra acqua e fuoco, gli ricordavano, nell’insieme di queste combi­nazioni e nel proprio opposto, la serenita`, il conciliare di una frenesia di pensiero che ora, dinanzi a cio` che sentiva suo, sua figlia, si schiudeva con una forza interiore prodigiosa. Non vi era più distanza, e ciò sperava che non fosse solo sentimento passeggero, legato alla suggestionabilita` del posto, e quindi depravazione. Era cio` che, se anche non aveva avuto interamente in passato, ora miracolosamente sentiva  suo. “Certo”, si diceva, “so da me che parte di questo sentimento e` volonta` sentimenta­listica, so da me che questo e’ il frutto delle discussioni con mia moglie, so da me che cio` e’ anche consolazione, ma se e’ an­che tutto questo, resta il fatto che e’ qualcosa di vero, cio` che sento, che chiedo a me stesso, a cui ho dato una risposta.” Ora si ricordo’ di quando, in quell’attimo, durante la conversa­zione con la figlia, egli vide  se stesso messo dinanzi a se stesso: erano sulla piattaforma di cemento, prendevano il sole e la figlia incessantemente gli chiedeva cio` che lui non era stato capace di chiedere neppure a sè. Si era tuffato in acqua e, sal­tando nel vuoto e risalendo per la scaletta di legno aveva senti­to dentro tanta verita`, tanta realta` che all’improvviso lo so­stenevano.

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