Capri diciannovesima parte

di aeroporto2

Al protagonista non piaceva questo lavoro che aveva scritto, sentiva che dentro se` qualcosa gli diceva che non era vero. Ave­va scritto due scene, un`entrata e un sogno. Aveva visto il sogno come una scena che ruotava riflettendo il significato delle paro­le. Il surreale, molto caro al suo modo di capire il mondo, gli aveva suggerito il gioco: non c’era nessun personaggio. Sapeva che il suo talento lo stava rimproverando, gli provocava del do­lore “guardarsi in faccia”.
C’era stata la figlia, ma  l’aveva perduta, c’era un’altra vici­na a quella persa e ora fingeva con se stesso. Aveva costruito fantasmi in piena luce, aveva acceso liricamente il suo modo di scrivere e ne era infantilmente distratto, inconsapevole e rilut­tante ad accettare le cose per quelle che erano. Si era venduto alla consolazione, trasformando la vita nel gioco: non aveva pre­so sua moglie sul serio, non aveva preso sua figlia come figlia. Aveva nascosto a se stesso la verita`, ne era stato compiaciuto. Ora, interessandosi solo di se`, del suo personaggio “infinita­mente ridicolo”, desiderava distruggere tutto il mondo intimo che aveva  in passato convissuto e condiviso, l’inconsistenza della sua anima. E piu`  ora determinava lo stato delle cose, piu`, all’interno di se stesso, come ripeteva nella sua coscienza, ri­cordava le azioni passate piene e tracotanti di vanità, di incom­prensione e incomunicabilita`. Avrebbe dovuto accettare il fatto di essere solo, si diceva, invece di sconfiggere se stesso con la vanita`, con l’intimita` irrazionale che sconfinava nel “fanati­smo immaginario”. “Lirico avvoltosi nelle vesti, di un prode fiammifero”.  E mentre il regista lodava le battute e si inebria­va per le possibilita` e le varianti, trovava distante il suo mo­do di essere. Si accorse che la figlia non c’era. La cerco` tra le ombre delle colonne, la cerco` con lo sguardo dietro la ci­sterna. Si rimproverò pensando di non essersi accorto che se ne fosse andata.
– Bene – disse al regista – Tieni tutto, vado a cercare la ragazza.
D’un tratto, appena fu fuori dalla Certosa, si accorse come tutto potesse distruggersi in pochi attimi, come avesse perso la figlia e come, scrivendo quel copione, il breve tempo passato in compagnia del regista, avesse costruito un muro tra se` e la fi­glia. Senti` un vuoto profondo, si senti` scoraggiato, le forze gli sembravano ritorcesi contro, tutto uno stato confusionale lo avvolse e capi` che ancora il suo io lo costringeva verso la men­zogna. Capiva che ancora lo stava soggiogando e mai, come allora, sentiva l’esigenza di un chiarimento. Il tempo passato, tutta la sua esistenza, al paragone con quei pochi attimi non erano nulla. Avrebbe voluto distruggere tutto, cancellare e correre davanti alla figlia e stringerla e baciarla, commuoversi e farla finita, e invece, quando di li` a poco si era trovato dinanzi il corpo del regista e, senza neppure conoscerlo si era messo a scrivere delle scene cinematografiche, che mai lui avrebbe scritto, senti­va che cio` che si era figurato cinematograficamente era un pre­testo per allontanarsi e distruggere il pensiero d’amore e di re­sponsabilita`. Si ricordo` dell’amico pittore, si ricordo` come lui lo abbracciava, come  muoveva la testa in piccoli gesti af­fermativi, non solo per consolarlo.
Sentiva per la prima volta d’essere un padre e il sentimento del pittore, confortante, pieno, di un uomo come lui solo, l’ave­va aiutato. Non si trattava di proiettare un sentimento, non si trattava di stringere una mano e sentire che oltre c’era qualcosa che non si muoveva con fare di circostanza, ma dietro c’era sua figlia, una persona che cercava il padre, una donna che, in si­lenzio per vent’anni, sapendo, tratteneva il suo desiderio piu` semplice. La moglie e  gli altri due figli, come pensava il pro­tagonista, erano degli estranei.
“Ma perche`” ora si domandava “perche` ho chiuso gli occhi per questi anni senza capire?” E subito senti` ancora la menzogna ri­dere dentro se stesso e capi`, riconoscendo la parte di se` che iniziava a scacciare, che quelle ultime domande erano state co­struite per non essere se stesso ancora una volta. “La menzogna e’ pronta con i suoi giochi, io sono pronto a smascherare me stesso e a ricominciare daccapo, devo fidarmi solo di cio` che so profondamente.”

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