Capri ventesima parte

di aeroporto2

Egli sosteneva quell’esame di coscienza che s’era posto da qualche giorno e, riassumendo a grandi linee la sua vita, si era messo a dividerla dall`adolescenza fino a dopo il matrimonio.    L’analisi era su tutti i fronti, e benche` fosse risoluto nel vo­ler trovare un “traguardo”,si insinuava piano nel ragionamento il suo modo di lavorare su piu` piani, come se intrecciasse un qual­siasi personaggio di un suo romanzo.
La morte di sua figlia era il periodo della forza evocativa, della distruzione degli spazi ampi, era il periodo delle foreste, intese come boschi, dei fiumi tortuosi e delle pozzanghere d’acqua. In una parola era il perio­do dell’amante, la sorella di sua moglie. “Ma cosa c’entrava” si domandava, “L’insistenza dell’immagine, delle foreste e dell’ac­qua? E cosa evocava essere entrato nella vita di un`altra donna?” Lascio` da parte questi pensieri, che erano soliti in lui quando si apprestava a costruire un personaggio, cercando di collocarlo simbolicamente, e godendosi il sole vagava senza meta.
Ma affacciandosi allo specchio scorse un uomo compiaciuto. Il proprio io sfuggiva ai sensi di colpa, si accorse che il “riso della follia, il genio ironico” che lo portava alla creazione ora taceva, cosa che in genere suscitava in lui un senso d’allarme. Egli procedeva nella stato di identificazione, parte del proprio io si immedesimava in sua figlia, ma non capiva dove vi era proiezione. In questo caso non c’era un personaggio da dover co­struire, ma c’era lei, una donna adulta che conosceva bene, era pur stata sua nipote per questi venti anni.
Un bosco: segue il passo leggero di una bambina, (la sua figlia­stra?) tra gli alberi a distanza ravvicinata, le spalline, le trecce castane, poi la bambina scompare dietro un tronco e d’im­provviso vede una donna (l’amante?); sta seduto vicino al fuoco, si pulisce le mani con l’acqua in una bottiglia.  Il punto di questa comunione era focalizzato in sua figlia. Di li` si poteva­no costruire nuove certezze, entrare, anche da solo, in quella che era la sua famiglia: la sua amante di venti anni fa e sua fi­glia.
Il bosco, animandosi, raggiungeva lo spiraglio di sè. Lui, pie­gato, attizzava il fuoco, era un uomo di venti anni prima e ora, pensando a “vagheggio nel nulla aspettando dall’infinito un se­gno“, pensava alla suggestione e in essa il desiderio fino, ap­punto, alla verita`. Ella si avvicinava, sorridendogli gli porge­va un ramo, la figlia era oltre il fuoco, in piedi, e guardava intensamente. Nello sguardo la figlia non poteva che essere solo cio` che aveva sempre desiderato, e nel semplice gesto, c’era il “segno”. C’era solo da capire e costruire.

Camminava senza meta, godendosi il sole e i profumi che giunge­vano dispersi tra i vicoli, quando decise di tornare verso la pa­noramica, sperando di incontrare la figlia.
Non sapeva bene cosa ella veramente pensasse di lui, ma credeva che nell’intimo di sua figlia c’era, come egli aveva scorto nello sguardo di quando era con lei vicino al fuoco, nelle immagini ri­velatrici, la consapevolezza di un legame affettivo. Come avrebbe potuto cucire intimamente, senza fraintendimenti, l’amore che in fondo aveva sempre provato? In fondo all’anima sapeva di sua fi­glia, lo aveva sempre saputo, e desiderava cio` che sua moglie non gli aveva voluto mai dare. Come aveva detto nella stanza d’albergo, sentiva che lei era interessata ad altro, a sconfigge­re solo il suo modo di essere, sapeva che lei non lo aveva amato. Da mesi lavorava al nuovo romanzo senza trovare la verità e ora gli apparve l’esigenza di determinare un inizio, e quell’inizio era la sua famiglia, cio` esigeva una chiarezza. Per strada aveva trovato cio` che, rimosso per piu` di venti anni, aveva cucito l’inspiegabile separazione della sua anima, la sua depressione in coincidenza con gli inadempimenti artistici. Non vi era nulla di eroico, solo il bisogno di una chiarezza al tumulto inverosimile. E intanto poteva benissimo essere il punto di inizio, sapere e iniziare da dove aveva mancato con se stesso. E così cominciò a sottrarre ogni pluralita` dal suo animo, volendo solo essere un uomo, e non solo una macchina da pensiero e immagini, mangiatrice di associazioni da connubi psicologici. Tuttavia i personaggi del suo romanzo ridevano e lui, piegato nella sua coscienza, sapeva che, come un folle doveva ascoltarli; e cadere in una “genialita`”, buona per le signorine davanti a una tazza da the, lo poteva distruggere. Cosi`, costruendo inconsciamente, a Sabau­dia, la notte, aveva scritto nel suo diario:
  “Il lago e` già la tua lacrima, contraddici l’equazione e sputi rabbia sapendo dove i fiori scivolano nell’eterno. Una bara di menzogna, questo specchio che non vuole che vedere me. Adagiato su un ramo incapace. Saluta lontano, con la mano, come ti hanno insegnato, nascondendo gli occhi al pianto mentre tua figlia sor­ride. E sono io medusa fertile, che vola sui piani infiniti la­sciando la mitologia, una scia lunga e lattiginosa che sfiorando il tuo volto giace fluttuando e riposo come figlio avvolto. Lon­tano, ancora, rivedo lucida l’ombra che spia il ventre. Non ho segreti, nella rinuncia cade il rospo, lasciando il ricordo come ciglia d’oro, che uccelli voltano alla morte le ali. Un ventaglio per vederti sudata. Nel brivido immagino l’anima chiamandola, so­spira piccina il medio evo, dove poggia ora il ricordo.”
In quella occasione vari elementi erano presenti in lui: la celebrazione del convegno, gli appunti per il suo romanzo, la costruzione dei personaggi con le loro associazioni, l’esigenza di un chiarimento e, come ora sentiva, il punto d’inizio. Ma il punto, la chiarezza temeva la menzogna, e dentro di sè si in­staurò la paura che lo scrittore potesse ancora prevaricare, che tutto fosse solo stato chiarito per il suo lavoro e ancora quindi la menzogna, la “puttana” creatrice si vendesse la sua anima. Da subito questa era la sua paura, da subito sentiva il tremore di essere ancora tradito, ancora aveva paura di voler costruire la verita` solo per l’esigenza della “puttana” che lo sopraffaceva. Lei, ordine e follia, rideva e aveva sempre riso, infischiandose­ne dei suoi sentimenti. Ora l’energia sottratta al suo essere conscio voleva anticipare ed essere pagata senza perdere nulla a favore dei suoi sensi, sempre costretti al lavoro per la scrittu­ra. Egli desiderava l’amore che, per un verso o per l’altro, ave­va sempre fabbricato in un essere dove non si riconosceva, pur vedendosi “una bara di menzogna, questo specchio che non vuole che vedere me.” Ma sua figlia come l’avrebbe visto? Come poteva accettare il suo amore, se in tutti questi anni poteva aveva avu­to solo l’arroganza e l’egoismo di un genitore inesistente? Quale danno aveva potuto subire? Come poteva far capire la sua buona volontà?

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