Corvatsch trentesima parte

di aeroporto2

   La protagonista arrivata a st. Moritz trovo` in casa la nipote che seduta davanti alla finestra con i ferri da maglia, contava i punti. Voltandosi verso l’uscio, era una casa a due piani con una grande vetrata verso il lago dal tetto fino al pavimento, vide la zia, e vedendola si alzo` per tirare le tende. Le stese per meta`e si avvicino` per aiutarla. Due valige erano oltre la so­glia, una era gia` dentro nello stretto corridoio dove una scala portava al piano di sopra. Ancora con il soprabito, la zia si re­co` subito al bagno, poco dopo usci` e trovo` ancora la nipote seduta e intenta a lavorare a maglia. Guardandola disse:

– Tu sei responsabile quanto mio marito e mia sorella di questa pagliacciata. Non permettero`… Sia chiaro una volta per tutte e sia chiaro che non ripetero` piu` cio` che sto per dirti, che qualsiasi cosa abbiate tramato, avete fatto il piu` bell’acqui­sto, vi siete imbarcate per una stupida convinzione e la gelosia e l’amarezza e le centinaia di stupidaggini che ho sentito e tut­te le pretestuose menzogne hanno avuto e avranno come risultato solo il sorriso beffardo del tuo splendido volto. Non sei una ra­gazzina, questo lo so, ma non sei in grado di gestire nulla e co­leresti a picco con tutta la casa editrice. E cio` che per natu­rale inclinazione sarebbe stato tuo, ora finira` alla malora. Il termine e` improprio sarebbe piu` opportuno dire catastrofe.                                         

– Chi mai colera` a picco? Nessuno ti ha beffato nè con un sorri­so, nè con tranelli e inganni. E poi, per chiarire, non ho mai a­vuto l’intenzione di gestire nulla. Non sarò in grado di fare nulla? Credo che sono in grado di vendere.

– Vendere? Che stupidaggini!

– E` solo da mettere a punto il contratto e il nostro sessanta per cento viene venduto.

– Stai bleffando.

– Gia`.

La protagonista si sedette, e voltandosi indietro scorse la camera, c’era una camera da letto con il bagno attiguo al primo piano, ella vide i vestiti del marito. Senti` un senso di rabbia e capi` che non solo durante il viaggio non vaneggiava, e che cio` che le sarebbe capitato era infinitamente meno fanta­sioso di come, sia il figlio sia la figlia, le avevano detto per telefono, ma che la verita` era li` a pochi passi, dove piegata sulla sedia c’era la camicia e a pochi centimetri una giacca del­la sorella. Senti` un distacco dentro sè e un’astrazione straor­dinaria, e cosi` formulò una frase ambigua credendo che la nipote capisse quale era il suo stato d’animo.

– Dimmi come stanno le cose.

– Non ti sei informata in prima persona.. Non ti hanno detto cosa siamo andati a fare in Toscana? – Con calma continuava a imbastire un maglione, con un ago dalla testa larga.

– Credo che state mettendovi in un bel guaio, non per quello che volete fare o che avete fatto, ma per come state organizzando la cosa. E` incredibile come abbiate potuto fare una cosa del gene­re, e perche` poi?

Per un attimo, usando il termine “organizzare” pensava che tutto fosse messo li` come una scena teatrale, e rinunciava così se pu­re per un secondo, ad accettare, sentiva l’orgoglio dirle cio` che non era, e cio` che era. Ma stava fingendo e cosi` si volto` ancora verso la stanza e senti` dentro sè un crollo, capi` che non c’era finzione, che quella camicia e quella giacca non erano per caso in quella camera.

– Nulla abbiamo fatto che tu non hai fatto. E` mio padre, e questo lo sai.

– Fandonie, non e` tuo padre, e tu lo sai.

 La protagonista si senti` ridicola per la situazione, per il fatto che ora davanti alla nipote si sentiva leggera e vuota, non capiva piu` cosa dentro sè si stava formando. Un mondo piatto le veniva incontro, nè luce, nè penombre, solo l’allucinazione della nipote intenta al lavoro a maglia, in pieno contrasto con cio` che ora rappresentava quella casa. Un nulla dinanzi a degli even­ti assurdi. Era l’assurdita` di tutta la questione che non aveva in lei il minimo contrasto. Tutto era distante, vuoto, e sentiva lontano la nipote e non era neppure preoccupata del fatto che da li` a poco, sarebbero giunti la sorella e il marito. Era tutto cosi` finto, pensava la protagonista, che sentiva che dal momento che era entrata in casa, le sue forze cominciavano a venire meno. Quasi come se l’esasperazione della situazione l’avesse allonta­nata. E allontanandola quasi senti` di accettare una situazione inaccettabile.

– Stai bleffando.- disse.

– No. – Aggiunse subito la nipote con aria divertita.

– Sì, che bleffi, stai dicendo un mare di bugie alla tua zietta.

– Mi ha appena comprato cinquanta ettari di terra, non valgono granche` ma sono pur sempre un inizio.

– L’inizio della fine.

– No, mi spiace, ho solo imparato come si fa. Tutto qui. Mi hanno fregato una volta, non mi fregano piu`. Questo te l’ assicuro. E siamo andati in quella banca dove tutti i contadini depositano i loro soldini, e cara zietta credo che ora lì tu non hai neppure un centesimo. Mi dispiace, ma quello che volevi fare non ti e` riuscito. – Era divertita, impaurita, ma allo stesso tempo, sen­tiva dentro sè una lucidita` mai provata e parlando guardava l’effetto delle sue parole, e in ogni sillaba, in ogni pausa ve­deva nel volto della zia un mutamento stupefacente.

– Queste sono tutte fandonie, inventate per provocarmi.

– Bene fai una telefonatina in banca domani mattina, cosi` vedrai che la tua nipotina non dice mai le bugie.

– Sì, certo, sei riuscita a spaventarmi. Ma perche`? Non capisco perche’.

– Sei sicura che vuoi una risposta? Sei sicura che sei pronta?

– Non sono sicura di nulla.

– Papa` ha solo voluto la mamma. E questo tu l’hai sempre saputo.

– Tu dici che tuo “padre”, cioe` mio marito, da trent’anni che vive con me, e` riuscito a essere un povero uomo costretto da una strega? E io che do anche credito a cio` che mi racconti. Non fingere una ingenuita` che non hai mai avuto. Sei una ragazza, con una logica, con intelligenza, ma non sei me. Mi assomigli co­si` tanto che riesco persino a commuovermi, ma non sei me. Se continui in questa strada, e te lo dico con il cuore, credimi, diventerai veramente come me. E questo proprio non te lo auguro. Il destino non esiste, non costruire un mondo che non esiste. Fi­nirà come hai iniziato, con un pugno di mosche in mano.

– Per iniziare, diciamo che e` solo per iniziare. Sai certamente che a Roma adesso, non e` rimasto neppure un fazzoletto di tuo marito.

– Ma come mai mi dai tutte queste informazioni? Perche` sei cosi` premurosa nel volermi uccidere? Dio che insopportabile giornata.

– Mio cugino quando verra`?

– Questa sera.

– Mia cugina?

– Lei non verra`. Se non ti dispiace vado a disfare i bagagli.

– Ti do una mano.

– Sì grazie, ma ti prego, finiamola con la recitazione, e per cortesia fai un the`.

  Sedute davanti alla vetrata che inquadrava il lago di Sils-Maria, con la finestra del terrazzo un poco aperta, sorseggiavano il the` preparato dalla nipote della protagonista. In bell’ordi­ne, sul tavolo sparecchiato, ora troneggiava una coppa di cri­stallo con dentro biscotti fini e delicati, dolci mandorlati e cioccolatini dalle forme inusuali. Sedute guardavano la distesa di erba, dove dei corvi saltellando si avvicinavano a una casa abbandonata, un rudere dove un tempo era stata una stalla. Si u­diva, come giungesse da molto lontano il suono tipico dei campa­nacci delle mucche “rosse” da latte. E quasi come se fossero cul­late da un’atmosfera irreale, ripresero a discutere. Cosi` la protagonista, posando la tazza disse:

– Parlare cosi` d’improvviso, in pochi giorni, tutto cosi` vio­lento e incalcolabile e` una mostruosita`, non si capisce perche`, non di quello che si intende, ma il perche` di tutto. Si crede di essere i privilegiati di alcune soluzioni, di comprende­re quale sia il proprio carattere, invece dinanzi alla piu` stu­pida questione, non si arriva a capo di nulla.

– Tremo al pensiero della tua malinconia.

– La suggestione sconfigge i vecchi simboli, e oltre quello che proviamo vi e` un mondo sordo. Ora il mondo non e` affatto sordo, sono le questioni cosi` come le avete poste che fanno sì che io, non possa fare altro che diventare una spettatrice. Ora mia cara, oltre a essere quello che tua madre vuole che tu sai, ti tocca una parte di responsabilita`. E quando sarai stufa di queste men­zogne e sarai stanca di giocare, non troverai l’equilibrio fin­che` non distruggerai tutto cio` che ti e` attorno. Forse, la mo­struosita` e` nel fatto che sei consapevole di quello che fai, ed è solo questo, e sola rimarrai. Non aspettarti che mi possa spie­gare logicamente e concretamente. Quel che tu credi malinconia, è solo vergogna, perche` mi vergogno per tutto questo. Tu credi che saremo sopravvissuti dopo la morte di tuo nonno? Se tuo nonno non avesse diviso per carattere i compiti della nostra famiglia? Non hai neppure idea, come bisogna destreggiarsi in questo mondo, l’editoria mia cara non esiste, e` un’immagine, un quadro che de­ve avere le sue proporzioni. Ora coleremo a picco, tu avrai la parte che ti sei presa, io avro` tempo ed esperienza. Quanto sei cretina nel parlare, so bene chi vuol comprare la parte di tua madre, ma non vale una lira se vendo la mia parte. Non hai idea quanti giochi si possano fare. E io, sono capace di rimanere in cima a una fune con la semplicita` di una bambina. Il gioco che conduce tua madre, vale finchè io sono quella che sono. Ma se do­mani vado a Lugano e vendo la mia quota, tu non saprai piu` a chi vendere, dovrai vendere al massimo per la meta`. E` un sacco vuo­to, un nome e una campagna pubblicitaria. Se vado via io, il va­lore e` dato da un inventario, non da altro. 

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