Corvatsch trentunesima parte

di aeroporto2

 Il protagonista e il primogenito, nella sala sotterranea, un ri­fugio nucleare che fungeva da cantina, presero a discutere. Ave­vano deciso di sistemare le provviste e di fare una sauna, che si trovava lì nell’interrato del condominio. Iniziarono parlando del piu` e del meno, come due conoscenti, cercando di eludere dal discorso che tutti e due ritenevano “penoso” poi, spogliandosi e facendosi la doccia prima di entrare nella cabina della sauna, trovarono difficoltoso inserire le monetine nell’apposito appa­recchio e, leggendo le istruzioni, si accorsero che l’erogazione della corrente per la sauna era solo a determinati orari. Così, dopo essersi fatti la doccia, decisero di riempire la vasca gran­de di acqua calda, intanto che entrasse in funzione la sauna, mancando mezz’ora all’erogazione della corrente. Seduti sulla panchina di teak, nudi sia il padre che il figlio, presero a di­scutere, ora di quel pretesto che riguardava la campagna, ora di situazioni che nessuno dei due aveva a cuore. Il protagonista seccato e un po` annoiato, immerso fino all’addome di acqua ec­cessivamente calda, prese a parlare in modo diretto, spiegandosi come era arrivato alle conclusioni di doversi separare dalla mo­glie. Fu un discorso brevissimo, che non includeva emozione.    Il figlio rimase in silenzio, poi domandandosi intimamente il perché di questa confessione intimista, prese un’aria insoffe­rente e a bruciapelo, come si suol dire, domandò al padre quali fossero le sue conclusioni. Il padre rimase un attimo in silen­zio, poi gli domando` quali fossero per lui le conseguenze. E per una buon quarto d’ora si rimproverarono a vicenda, fino a quando si senti` lo scatto secco dell’interruttore della sauna finlande­se che intanto era partita. Allora si alzarono grondando d’acqua ed entrarono nella sauna, versando sull’evaporatore dell’essenza al pino.

– Conseguenze? – Domando` il padre riprendendo il discorso.

– Tutto cio` che e` stato, non ha avuto conseguenze. Le conseguenze, conseguenze. Cosa vogliono dire? Cosa hai da dirmi? Ti piace? Non capisco, non ho mai capito, e non capiro` mai. Perche`? Ecco, interrogazioni, solo quelle, ripetere senza crede­re. Credere, e ora mi vuoi far credere, che il danaro, il potere, o in quello che per me e` il potere… Non riesco a capire dove io possa trovare la comprensione. Mi piace vedere l’aratro, il solco perfetto, la terra girata esposta al sole. Ecco, posso com­prendere questo. Ci cerchiamo e non intendiamo per puro sdegno di noi stessi, e la franchezza, lo stare bene, ci e` precluso. Ora voglio farti subito una domanda e saro` diretto. Vuoi levarmi l`azienda? Le cose non vanno male: ho prodotto un buon vino, la cantina viene ben commercializzata. L’olio e` di ottima qualita`, da noi non c’e` mai stata mezzadria. Conosco per nome tutti i la­voranti, conosco pianta per pianta e ci sono affezionato. Hai comprato della terra nuova e l’hai data a lei; perche`? Non sa distinguere un tiglio da una quercia. Perche`proprio il bosco? Ci sono cresciuto là dentro. Hai comprato il bosco, hai comprato il mio bosco. Lo volevo comprare io, con i miei soldi, e sei venuto tu e l`hai rubato. Tu, perche`? – Il termine “rubato” era inter­corso nella conversazione precedente quando il figlio, nel parla­re di un vicino che era riuscito a strappare un appezzamento di terreno confinante con il loro (per legge avevano il diritto di prelazione), disse appunto “che l’avevano rubato”. Ora, ritornan­do di nuovo in quell`argomento spinoso, il figlio voleva intende­re l’estraneita` del padre e della figliastra, nuova proprietaria della terra, da poco comprata dal padre.

– Sei un cittadino, non dimenticartelo. Ho fatto quello che ritenevo opportuno. Ma sono contento per quello che sei diventato. Ma niente sentimentalismo patetico. Il bosco e` costa­to soldi, si e` potuto comprare e l’ho comprato. Ha tanti di quei vincoli che rimarra` cosi`per il resto dei nostri giorni. Econo­micamente non vale nulla e` solo un’estensione della proprieta`. Vale finche` c’e` tutta la proprieta`. E` confinante con tutto ed e` a due passi dalla casa dove abiti. Quindi non farti venire nessun isterismo.

 Il bosco aveva un’estensione di cinquanta ettari ed era, al mo­mento dell’acquisto, una riserva di caccia. Era rimasta cosi` fin dalla fine della guerra, e si estendeva in parte in pianura, in parte su collina. Benche` fosse recintato e cartelli fossero ine­quivocabilmente ben allineati, da tempo ormai nessuno utilizzava piu` il diritto venatorio, che apparteneva ad una famiglia di no­bili della capitale. La quale non avendo piu` fabbricati in pro­spicenza alla tenuta, da alcuni anni la affittava. E cosi` per gli anni addietro per una cifra simbolica era locata al figlio del proprietario, che era legato sentimentalmente a quel “ritro­vo”.

– Vuoi sapere di cosa ho paura? Ho paura della miseria, ho paura della poverta`. So che e` ridicolo, so che dinanzi quello che sta succedendo pare un granellino.  

– Povero? Ma non lo sei mai stato, sara` una delle tue allucina­zioni, hai sempre avuto questa idea un po` cialtrona di te stes­so.

– La storia e` semplice, non ho voglia di capire, non ho voglia di comprendere, non ho voglia d’essere turbato per quello che non capiro`. Se tu avessi visto con quanta nostalgia io ho desiderato non partire, capiresti. Ma i miei occhi non li posso spiegare. Cosi` ti diro` che sono rimasto perplesso dalla storia di mamma e della zia. 

– La perplessita`, significa che non vuoi capire, e allora saro` franco. Ho avuto una storia venti anni fa, con tua zia. Una sto­ria durata una settimana. E` rimasta incinta ed e` nata tua so­rella, hai una sorella e una cugina allo stesso tempo. Sono cose che capitano, e il motivo e` inutile che te lo esponga di nuovo. Cosi` ho deciso di riconoscere come figlia naturale Eleonora. Con tutti i doveri e tutti i diritti.

 La sauna nel frattempo era giunta a temperatura, obbligando sia il padre che il figlio al silenzio per l’eccessivo calore. Cosi` ora, sdraiati in silenzio, sentivano il loro corpi spandersi, con l’effetto del calore i pori si dilatavano facendo uscire perle di liquido. Il figlio guardava il soffitto, la resina in alcuni pun­ti era uscita tra le fessure del fasciame di pino. Guardava incu­riosito le doghe come erano state incastrate, guardava ogni tanto la clessidra. Il padre rimaneva immobile, con gli occhi chiusi, ogni tanto passava sul corpo un asciugamano.

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