Corvatsch trentatreesima parte

di aeroporto2

 

 

– Sono angosciato, sei un mostro, vuoi meravigliarci con le tue trovate. Ma tu, ci hai mai amato? Hai sentito per noi il benche` minimo sentimento? Ma sai amare? Per Dio, smettila di dire tutte queste stupidaggini, papà; mi fai pena, guardati un attimo, tu non ami. Non sai amare, e credi di poter capire. Ma non capisci che senza amore e` morte? Ma capisci che stai parlando solo per­che` sei ferito per qualcosa?  

– Piantala con questa sceneggiata, ti dico io perche` sei venuto qui. Sono i soldi, ecco cosa a te interessa. Erano quelli che volevi e volevi dividere con tua madre e tua sorella. Sono quelli che ti hanno spinto a venir su di gran carriera, vedi dentro te stesso e non recitarmi la parte del bambino abbandonato. Se sono quello che sono, lo devo a voi e al vostro attaccamento. E quale sarebbero tutti i discorsi se non quelli che girano attorno al bosco, alla terra, ai soldi da investire in campagna, alla casa editrice e ancora ai soldi e cosi` via. Parli come un “mammoc­cio”. Ma non e` tua questa voce, non e` tua, questa voce, non e` tua questa voce. Tu non puoi essere cosi`, chi ti ha spinto fino a qui? Chi ti ha fatto credere a tutte queste stupidaggini? Chi ti ha costretto ad affacciarti nel baratro? Facendoti credere a tutta questa insicurezza. E` stata tua madre.

– Ti ho detto di cosa ho paura, e` per questo che sono venuto a st. Moritz, non credo che quel che ti ho detto possa essere frainteso, invece ora fai finta, come sempre, di capire cosa vuoi tu comprendere; solo questo, perche` ti stai accingendo a di­struggere e i tuoi sensi di colpa hanno bisogno di una giustifi­cazione, e allora mi rinfacci una meschinita`. Sono venuto solo perchè ho costruito una vita, e non voglio distruggerla solo per il fatto di essere frainteso o solamente perche` tu decidi d’un tratto per l’irrazionalita`. Ti ripeto in onestà, voglio solo continuare a fare quello che per quindici anni ho fatto, anche se mi accorgo che i tuoi progetti appartengono al delirio punitivo.

– Lascia le guerre puniche e credimi, una volta. Non desidero al­tro che comprensione. Quello di cui parliamo e` storia vecchia. Ora c’e` in me un uomo nuovo, e vorrei che tu capissi intimamente come ho compreso dentro di me questa verita`.

– Sentiamo il discorso che ora mi farai, ascoltiamo il discorso nuovo, il nuovo invaghimento.

– Invaghimenti, infatuazioni, nuove liturgie. La loro situazione davanti alle tue visioni. I tuoi maledico, e la tua vita. Ma quella passa e frattanto che correggi, si e` presa tutto. Ora dinanzi a questo spettacolo, non hai altro da fare che attaccarti al tuo lavoro, e` l’ultima cosa che ti rimane per combattere la solitudine. Chi ti e` attorno e` un pezzo che non crede piu` a te. Non susciti emozioni, non sei interessante, apprendi che la tua polemica del vivere male e` solo polemica verso te stesso. E allora e` di nuovo il tuo lavoro a salvarti. Il mio lavoro, scri­vere, scrivere facendo finta di non essere prima di ogni cosa, uno scrittore. Ti ritrovi da solo con lei, la scrittura, a proiettare cio` che vorresti, ma finisci per disgustarti e trovi, nel distruggere quel che sei, un nuovo motivo, quasi religioso di intenderti. Alla fine ti convinci che non vale poi la pena acca­nirsi contro se stessi, che desideri ancora una volta tentare una nuova strada, e ti separi dall’uomo che pensi di essere. Ma men­tre questo l’hai fatto, ti rammentano che non puoi farlo, e men­tre inizi di nuovo a sentire dentro te stesso, qualcosa che sa di vita, e di serenita`, ti ritrovi a combattere con il fantasma che eri, o che credi che tu sia. La solita favoletta, la solita sto­riella, ma questa volta non hai piu` tante energie e non hai co­si` tanta voglia di combattere e allora chiedi a te stesso, con cinismo, con la conclusione della tua vita, a partecipare infan­tilmente a quello che mai avresti fatto anche due mesi prima. E` un gioco, un vaneggiamento, ma anche se parla di scellerato, ir­responsabile, vi e` una giocosa serenita` per chi sa, come me che so, che ormai le carte che avevo le ho giocate tutte e rimane so­lo la verità, il mio lavoro. A sessanta e passa anni, mi dedico ancora una volta a lei all’immagine, al desiderio di essa, come una donna dinanzi al proprio corpo, con ironia. E non parlo di idee o sogni ma parlo del mio io, sconfitto e pronto ad arrender­si. Niente forme concettuali, ma solo poesia, desiderio di essa, solo lei, l’immagine che mi salva e mi dà il senso di cosa sono.

– Lirismi religiosi.

– Chiamali come ti pare, credi a quel che dico, in me non c’e` mai stata malvagita`, forse egocentrismo, vergogna, e ora posso dirlo, gelosia nei tuoi confronti. Sono stato geloso, non potevo neppure ammetterlo, non credevo che potessi essere preso da un sentimento cosi` banale. Capisci? Il grande indagatore di simbo­li, l’amante per la ragione, e non mi sono mai fermato un attimo a riflettere sul perche` di certi comportamenti. E` stato duro rendermi conto di questo, una banalita` che scuote le fondamenta e mi ha fatto piombare come un comune uomo, invece credevo a chissa` cosa, facevo congetture, avevo dinanzi te e la tua rinun­cia nel vivere in famiglia. Cosi` ti sei allontanato. E poi mi sono tuffato in me stesso, il disagio e` andato crescendo, è di­venuto invadente fino a distruggere il talento, il mio talento, se mai ho avuto del talento nelle lettere. Cio` che odiavo di piu` in letteratura, io, con serafica ipocrisia, lo dettavo ai miei familiari. Ma e` la ragione, la semplice questione che chia­ma la luce e vede la verità, il senso delle cose e il da farsi. Ma vorrei parlarti della mia gelosia nei tuoi confronti. E come vedi, anche se credi che siano lirismi religiosi, non sono facili da ammettere. E ora cercare i termini, per evitare di offenderti e, peggio, per paura che tu non capisca, ho difficoltà a trovare le parole! Perdonami, ma cerchero` con semplicita` di mettere a nudo quel che sentivo nei tuoi confronti.  

– Per usare la terminologia a te cara, papà; ancora una volta vuoi pontificare, con quale distacco mi stai parlando? Con che calma? Che gioco stupido il tuo, vedevi e vedi, per te tutto e` concesso, questa è stata la colpa di mamma, ma lei ti adorava, ti ama, e concedeva quella sicurezza che ti ha permesso di fare e disfare, vedeva in te, credo, l’uomo, il rivoluzionario capace di travolgere e trasformare, lei era terrorizzata dai tuoi colpi di testa, come li chiamava il nonno, ma forse era questo che le pia­ceva di te. Sai cosa mi ha detto una volta? Una volta, neppure tanto tempo fa, un anno credo, mentre io sentivo la sua stanchez­za le ho suggerito guardandola negli occhi, questo e` importante, come tu sai, per capire, e tu hai rubato le sue emozioni che non poteva nascondere e ci hai sempre giocato, invece di amare una donna che riesce cosi` facilmente a non mentire, comunque le ho suggerito di lasciarti, di separarsi da te. Ebbene, era terroriz­zata non so se per il fatto o perche` glielo avessi detto io, eb­bene mi ha detto, “con tuo padre mai un momento di noia, mai niente scontato, questo senza ridurre.” E aggiunse, e questo mi turbo` molto, “non potrei vivere senza di lui.” Capisci? Ha detto “Lui”, capisci, papà; lei ti venera, capisco pure che sono vostro figlio ed era una risposta forse di quelle che si debbono dare, ma come ti ripeto, l’ho vista negli occhi. Non capisco, perche` non hai creduto a quel che succedeva tutti i giorni, ai fatti. Non voglio dilungarmi su questioni che forse non posso comprende­re, ma credo che la tua gelosia possa essere qualcosa che abbia a che fare con la paura, avevi paura di perdere tua moglie, ecco, vedevi in me un intruso. “Che bambino sensibile, che ragazzo sen­sibile”. Gli anni passavano, ma anche se mi chiamavi bambino, e poi ragazzo, cosa sara` mai questa sensibilita`, credevi che non mi fossi accorto di questo? E ora mi parli della tua gelosia, co­me se fosse una novita`, e` ridicolo, per me intendo, io che l’ho vissuta in prima persona, scontandola, come si dice. A cose fatte e` facile poterne parlare, chiaro, e` che sono passati anni, e agli occhi di un quasi estraneo, nella vostra vita mi sembra tut­to un Po` ridicolo. Paura, no, posso ascoltarti, e capisco il tuo dolore, non so fino a che punto… Sì so che sono tuo figlio, so che e` diverso, ma il rancore rimane. Senza complessi di nessun tipo, credevo di essere un uomo pratico, intelligenza pratica, ma da quando mi sono sposato mi sono fatto una bella risata. Ho solo una certa manualità` e una volta uscito dalle tue grinfie, mi so­no pure preso la briga di superare gli esami di licenza liceale. Perche` avevo interrotto non ha importanza, pensavo di essere quello che non ero e, scusami, a far credere questo, c’eri tu, con che “bambino sensibile che ragazzo sensibile” e via dicendo, ma un po` tutti i genitori commettono degli errori, e non si di­venta uomini altrimenti, o almeno si cerca di diventarlo, permet­timi di aggiungere, in buona fede. Ritornare per la strada gia percorsa, mi sembra stupido, e temo che tu voglia cambiare le co­se per non cambiare nulla. Ora in un modo o nell’altro credi di aver raggiunto un equilibrio, e, pensa quello che ti pare, dammi pure del vigliacco, ma credimi, la mia parte di sofferenza fatta di tunnel, e notti in piena luce, come si dice, mi fanno chiedere il perche` dei tuoi continui movimenti ad elastico; ossia, dai e poi riprendi, lasci credere e poi neghi e torni sui tuoi passi. Ho bisogno di poche certezze, e queste si chiamano il mio lavoro. Mi hai parlato del tuo lavoro, della poesia, delle immagini, io voglio solo lavorare la terra, ora, e non fra dieci anni o chi sa quando, dovendo lottare con dei mulini a vento che si chiamano: figli naturali, sorelle d’un tratto; ritorni esteri annunciati, e ritrovamenti di amori seppelliti. Questo riguarda te, ma lasciami lontano dalle questioni che non posso capire, perche` intendimi, non voglio più` capirle. Ho fatto un discorso lungo, uno dei tuoi. Sono stato coraggioso, il coraggio della paura, ma ora ho qualcosa, e tu mi capisci, se vuoi, basta sentire quel che provi per il tuo, di lavoro e comprenderai il mio semplicissimo spie­garti come stanno le cose, non che non voglia comprendere, ma ho appena iniziato e voglio solo vivere, senza dover scontare qual­cosa che non comprenderò`.

– Hai sempre detto che ero teatrale e a volte infantile, capric­cioso, ma ora sei tu, teatrale, e scopri un pericolo dove non c’e`. Nessuno vuole fare di te nulla, ho solo anticipato cio` che e` corretto nei modi e nei fatti: “Accettare”, non si tratta d’altro. E` vero, era vera la gelosia… Oggi puo` essere cosi`, venti anni fa no. Le linee si sono curvate, ogni cosa si e` am­morbidita, davanti a me c’era il deserto, e se vuoi, puoi capire. La terra era brulla, i vigneti come li ho comprati non valevano nulla, la casa un rudere, tutto crollato, neppure si capiva ve­dendo con una piantina. Sono sceso dalla macchina, ho fatto un giro attorno ai fabbricati, ho aperto una porta. La campagna era coltivata, ma male, senza ordine. Ho sradicato tutta la vigna, ho scassato tutto il terreno, ho fatto tabula rasa, e ho piantato il vitigno che ora hai tu, cosi` le piante di ulivi che tu curi. Ma all’inizio ero solo, e tutti, compreso tua madre, dicevano che ero un pazzo, che volevo distruggermi, che volevo fare terra bru­ciata, cinque anni di risatine. Quando mi affacciavo vedevo solo una speranza, io solo credevo, e piano con forza ho fatto quello che ora tutti pensano che sia solo merito loro. Ma ci vuole co­raggio. E tua madre ha avuto paura, lavoravo la terra e scrivevo. 

– E questo cosa significa?

– Significa buon senso, ragione, usare la ragione. Non mi va tan­to di parlare, perche` credo che a questo punto ci siamo trince­rati ognuno nella propria posizione, e cerchiamo di… ma sì, un senso di liberazione, cosa vuoi che faccia, che cosa vuoi che cambi, la terra, la tua terra, la voglia di un qualcosa che ti faccia sembrare uomo, ma cosa rimane di noi, se non riusciamo ad uscire da quel cantuccio ridicolo che ci siamo costruiti. Sono stato uno stupido, ma non voglio tornarci, sono fuggito perche` non capivo la sterilita` di tua madre, l’improvvisa durezza, e il totale distacco, mi guardava, mi hai parlato dei suoi occhi, era­no occhi di sfida, occhi freddi, non come li hai descritti, le donne hanno volti improbabili, volti che cambiano, piccoli gesti che non fanno del comune femminino, l’innamoramento per l’immagi­ne, l’enigma della madre e dell’amante, sanno essere fredde e senza pieta`. Era un rapporto di sopraffazione, lei voleva chiu­dermi in un cerchio e io mi sono fatto chiudere in un cerchio di cinquanta ettari. Sembrava quasi che io ero un pericolo, che la sola mia vicinanza rappresentasse un acuto dolore, poi quando ho avuto ragione della terra, del mio lavoro e soprattutto nel mio consueto silenzio, come dice, solo allora è tornata con i suoi occhioni, e solo allora ha cercato di vedere, ma se solo per un istante le avessi ricordato, allora diveniva come un tempo, in­differenza. La mia gelosia nei tuoi confronti cosi` di certo non si e` affievolita ma animata sempre piu`, fino a divenire enigma­tica, e come l’hai vissuta in prima persona, maniacale. Era un riflesso alla mia condizione di malato d’anima, di uomo che non trovava pace e serenità; cosi` sono andato, e poi sono tornato con la paura che tutto potesse ritornare come ai tempi della fu­ga, e allora e` stato per te un inferno, tua madre voleva recupe­rare un rapporto, mi stimava, vedeva un uomo energico, tornato a semplificare e a essere attivo, e allora tu ne hai subito le con­seguenze, per non far torto a me, si e` leggermente allontanata da te, ma non te ne sei accorto, perche` era come se fosse due persone, ma alla fine tu sei andato via, e sei andato in campa­gna, le cose sono successe prima ancora che potessero capitare, come se avessimo seguito uno stupido destino scritto dalla nostra vanita`.

– Non capisco, non capisco, cosa significa che non mi sono accorto, che si e` allontanata.

– Eri un adolescente e diventavi quello che piano sei divenuto, sentiva nei tuoi confronti una certa freddezza, non riusciva piu` come un tempo a vederti, sentiva l’indifferenza e nel guardarti poteva cogliere solo uno stato di pena, continuava a vederti come un bambino, e detestava il fatto che stavi diventando come me, un uomo. Non voleva che tu crescessi, e quando questo è successo, pensava continuamente al modo per non farti crescere, e allora ero geloso, ero geloso per il fatto che non mi accettava, che ri­fiutava in parte il mio corpo di uomo, non so se capisci, era at­tratta da un me che dovevo inventarmi, ma se solo avessi provato a essere quel che sono naturalmente, lei mi rigettava, oscurava in me ogni sentimento e cio` che era semplice e bello, senza che questo fosse capito, diventava complicato insofferente. Sono un uomo passionale, con tua madre dovevo essere un altro. Cosi` an­che tu, adolescente eri come me, comprendimi non e` facile spie­garti.

– Che dici? Come hai potuto? Pensi che non mi ricordi di mia sorella? Credi che io dorma senza di lei? Come avete potuto non parlarvi? Cosa serve stare giornate intere in studio a scrivere, se poi, non ti rendi conto? 

– Dove vai? Dove stai andando? Non andare via, ora, ti prego, rimani, ti scongiuro, non andare via ora.

– No, no così no! Così è altro, lasciami stare.

– Stringimi, ti prego stringimi.

– Lasciami stare, lasciami andare.

– No, non andare adesso no, stringimi.

– Ma e` ridicolo, e` tutto un sogno, avete vissuto in un incubo e vi compiacete di questo. Vergogna, che mala fede, che illusione malvagia. Che stupida vita… Non ho parole, come posso intendere il tuo modo di ragionare, siamo distanti. Che stupidita` e mi chiedi di rimanere. Ma allora la tua non era una parte, tu mi o­di, non mi hai mai accettato come figlio? Tu non hai creduto a te stesso, tu non credi nella vita, tu credi solo nelle menzogne, ecco ti fai servire dalle tue visioni, solo quelle, ma e` cosi` facile, e` cosi` facile.

– Niente e` facile.

– Come ti permetti, nel dire sciocchezze simili, sentimentalismi banali. Egoismi da donnette, come delle lavandaie impaurite e pronte a non avere niente. Ecco quel che sei. E pensare che eri l’uomo dalle parole concilianti, il moderatore nelle liti. Cosi` mia madre non voleva che crescessi? Ma che minchionate vai dicen­do, come non avessi mai parlato con lei! Quante volte veniva nel­la stanza a darmi la buona notte e parlavamo della piccolina, mia sorella, e mi diceva e mi raccontava e finiva tutto. Ma tu, con la tua boria che sa tutto, che si puo` permettere tutto.

Lascia stare questi discorsi non sono alla tua portata non sai amare.

– Se tu hai perso una sorella, io ho perso una figlia. E le cose non sono cosi` facili, non sono come le hai interpretate, ognuno di noi ha un ruolo e uscirne è pericoloso, e tu continui ancora a vedermi in modo errato. Come ti ho detto si rischia di essere fraintesi, ed e` quel che e` successo, pazienza. Non posso fare nulla per quel che tu hai visto in questi anni, ma posso mettere in discussione quel che sono, e pretendo che anche gli altri ac­cettino e rispettino quel che sono stato e che non si finisca per fare della spicciola confusione, come hai fatto tu. Se credi e desideri che abbia solo il solito ruolo da padre, e pare che tu cosi` voglia, mettiamo in discussione per primi i ruoli creati per dei bambini. Ti sei sfogato bene, pensi che io sia paranoico e basta, senza capire, che per me ora cio` che importa e` altro.

– Ma io era un bambino, continui ancora a semplificare, va bene mi sono lasciato andare, scusami sono stato preso dalla collera e dalla stanchezza, ho detto cose che non pensavo. Sono ancora a­dirato come un adolescente e il mio equilibrio ultimamente ha preso la strada dell’irrazionalita`, come dice la mamma, e mi in­dica la strada. Ma renditi conto che non e` facile ritrovarsi in situazioni cosi` cariche di pathos, cosi` difficili da spiegare persino a noi stessi, occorre un equilibrio e un amore per quello che e` la vita, che io ho trovato in primo luogo, questo e` un gioco di parole, in campagna, e quasi per continuazione, in mia moglie. Comunque questo e` un altro discorso, e ora molta confu­sione non fa altro che alimentare un fuoco fatto di sentimenti intraducibili, di misteri che come tu sai bene ho schivato, cosi` sono fuggito, letteralmente. Ma purtroppo nella fuga non ho ri­solto, perche`, a questo sono arrivato, sono problemi irrisolvi­bili, in ultima analisi sono esperienze di vita e come tali sono intraducibili. Sono state storie e situazioni che mi hanno fatto capire cosa significhi vivere male. E questa purtroppo, aggiungo una nota dolente, e` la storia della mia convivenza in famiglia, fino al mio “confino”, il dorato esilio, come dicevi ironicamen­te, anni di ricostruzione morale, dove il baratro era il mio sen­timento smarrito. Posso confessare che la paura e` ritornata in­tatta e lo sgomento e, con quello, l’odio per le vecchie situa­zioni. Un “deja vu” senza pace. Incomprensibile, dopo il mio ri­conciliare con me stesso. Cosi`, non credo alle comunioni d’ani­me, le questioni vanno non dico risolte ma capite da soli.

– Stiamo girando in tondo, ci diciamo e poi neghiamo, confondiamo noi stessi, sentiamo e poi fuggiamo, ma questi sentimenti, la vi­ta, il bisogno di riconoscersi, il voler apparire ragionevoli e di buon senso, fanno di noi dei mostri. Ecco, sono stato un mo­stro, ho tradotto nell’animo borghese solo cio` che vi e` di piu` ripugnante, cosi` si finisce per morire tutti, per divenire degli alienati.

– E cos’altro avrei potuto fare, se contestare era permesso solo se seduti a tavola. Solo a condizione d’essere accettati. Allora ora sei cambiato? Vedi tutto in maniera piu` chiara? No, credo che sono solo giochi da intellettuali. Non credo che si possa cambiare, solo perche` si sia potuto capire un errore. Nel credo del pentimento, ognuno di noi cerca da solo il proprio destino, e solo continuando e comportandoci… Senza lasciarsi andare e nel lasciarsi concedersi tutto. E` stato facile, ma l’ipocrisia di credere a un altro fantasma non puoi vendermela! Non puoi farmi credere cosi` facilmente… Ti stai comportando come sempre, ma sono stanco e non voglio giudicare. Fai come la zia, diventa Bud­dhista, abbraccia una religione conciliante, ma e` con la ragione che tutto torna, io non ho piu` paura.

– E di cosa non dovresti aver paura?

– Del fatto che sei mio padre.

– Hai paura di me?

– Non si e` capito? O Gesu`mio! Ma di cosa abbiamo parlato se non del terrore, se non della paura, mi stupisci, mi fai morire, ma dici sul serio?

– Cosa significa? 

– Le parole, sempre le parole, i discorsi lunghi e affascinanti, i mondi simbolici, la fuga, il voler tutto e in svariati modi, altrimenti la fuga. E cosi` mi sono stancato d’attendere qualcosa che mai ci sara`, non domandavo perche` era solo, no. Gia` sapevo a cosa andavo incontro.

– Ho capito, ho capito, credo che comprendo molti tuoi atteggia­menti. Parlami di tua moglie.

– No, la conoscerai se vuoi, basta venire giu`.

– Ma chi è, sono curioso, dimmi almeno chi è.

– Non la conosci, e` una ragazza semplice, e` di lì.

– Cosa fa, ha la tua eta`?

– E’ bella, ed e` giovane.

– Chi e`, dimmi chi e`?

– E` la figlia di Mario, Mario quello che ha la bottega…

– Hai sposato la figlia del barbiere, tu hai sposato, la figlia del barbiere, tu hai sposato la figlia del barbiere. Ma che cazzo mi dici? Ma che cazzo hai fatto? Ma cosa, per Dio, che cosa hai fatto?

– Non e` una donna ricca, non e` la donna che pensavi che io dovessi sposare? Ma ti devi arrendere.

– Tu hai sposato… Non e` vero, stai scherzando, dimmi che stai scherzando?

– Non scherzo affatto.

Annunci