Corvatsch trentacinquesima parte

di aeroporto2

Ella sentiva d’essere grata a questo nuovo lavoro, che le dava molto meno tempo, ma in cambio poteva discorrere e prendere deci­sioni che la facevano felice. Tempo addietro, quando era una sem­plice lavorante, non capiva a volte l’irrazionalità con cui si compivano certi lavori. Rimaneva stupefatta, e con un senso di disagio nel ripetere la stessa occupazione senza che questa fosse di qualche utilità. O come quando vedeva i carri spostati da una parte o fermi per giorni, quando potevano benissimo servire per alleggerire o sveltire il lavoro, impiegando un solo uomo, il conducente, che invece veniva lasciato in ozio o peggio assegnato ad altri incarichi. Così sentiva, nel camminare in campagna, un incoraggiamento da parte di tutti i lavoranti. Il viso aperto, gli occhi diretti e l’eterno sorriso facevano di lei una donna simpatica e rassicurante. La mancanza di arroganza e il tatto con cui trattava con il “figlio del padrone”, era lo stesso con cui trattava una sua coetanea. Quando ritornava in ufficio, dopo es­sere stata a sbrigare qualche compito, si sentiva felice nel pas­sare per la lunga stalla, si sentiva soddisfatta, quando si sfi­lava gli stivali e indossava le scarpe leggere per percorrere tutto il tratto verso l’ufficio. A volte, quando tornava, trovava veloce con lo sguardo il figlio del proprietario, e si incammina­va rapidamente fermandosi vicino a lui, sparecchiava il tavolo dove a volte c’erano tazze o piccoli avanzi, discorreva brevemen­te e poi, quasi come se lo facesse a malincuore, questo sembrava a lui, si allontanava per andare di nuovo in ufficio. Poi si met­teva all’opera, e spesso anche fino a dopo la fine del suo ora­rio, rimaneva in ufficio. Fu così che trovarono l’intimità neces­saria per conoscersi meglio. Da parte del figlio del protagoni­sta, il fatto che una donna avesse preso le mansioni di un uomo, con la grazia e la delicatezza, in armonia con quello che era il lavoro in campagna, non gli procurava nessun disagio. Il fatto era che era riuscito, da quando era arrivata lei, a rompere quel­la diffidenza che provavano un pò tutti.

Ella riportò una planimetria della proprietà dove venivano e­lencate, facilmente visibili, le “diversificazioni produttive”, questo termine, utilizzato per indicare la vigna o le piante d’u­livo, la faceva sorridere; così facendo scorrere i fogli con i disegni, le mappe con l’elenco dettagliato delle piante, e discu­tendo su come portare modifiche, sulle strade, sulle consuetudini erronee e soprattutto sull’impiego di manodopera, su questa o su quella pianta, aveva con il figlio del proprietario la delicatez­za e la precisione nell’indicare, esponendo con dovizia di parti­colari, quali erano i compiti da svolgere in quella settimana. Ogni filare aveva un responsabile, ogni pianta aveva una cura particolare secondo il bisogno. Così dopo il lavoro enorme di censimento, ella chiese e ottenne l’arrivo di un computer, su cui, con l’aiuto di un tecnico nel giro di una settimana, venne riportato tutto ciò che riguardava l’azienda. Ora con l’aiuto della grafica, seduti in ufficio, si poteva a volo di uccello percorrere tutta la proprietà, così come in un sogno, si scivola­va tra i filari, pianta per pianta e si poteva chiedere come e quando era stata potata, per quante ore di lavoro, quanta uva a­veva prodotto. In realtà i dati ancora erano scarsi, visto che solo da poco ella aveva iniziato lo studio induttivo sull’azien­da, ma al figlio del padrone, lo stare seduto davanti al video, facendo scorrere solo una sfera su un foglio plastificato, dove a ogni movimento comparivano piante, e persino, questo sembrava a lui eccessivo, un omino intento al lavoro con l’incarico, il nome e il tempo intercorso per far questo o quel lavoro, pareva stupe­facente. Pur avendo ora a disposizione il computer, la ragazza continuava a tracciare le mappe e i tabulati, e solo dopo il la­voro quotidiano, riportava tutti i dati all’interno del calcola­tore. Così a volte consumavano un breve pasto nella sala attigua e parlavano di stupidaggini, bevendo il vino preso dalla cantina e con quest’ultimo facevano confronti, anche se lei fino ad all’ora, era stata quasi astemia. Così davanti al vino, un poco per non essere abituata, si lasciava andare e sorrideva e voltan­dosi, nel raccogliere, faceva scivolare i capelli, nel modo che “a lui”, colpiva sempre. Tutte queste sensazioni nei giorni, pia­no alla volta, lo portavano a pensare a lei.

Alla ragazza piaceva il modo cortese con cui l’aveva sempre trattata, le piaceva per il modo semplice, ma mai malizioso con cui parlava di cose naturali. Le piaceva per il distacco con cui viveva.

Lei veniva da una famiglia povera. Non aveva mai conosciuto uo­mini ricchi e la cerchia delle sue conoscenze era ristretta ai compagni di scuola, detestati quasi tutti all’infuori di una sua amica, che viveva ormai nel capoluogo. Aveva avuto un ragazzo, ed era stata segretamente l’amante di un impiegato di banca, sposa­to. I suoi genitori si potevano definire come brave persone, le­gate alle tradizioni del loro paese e dedite all’artigianato. Il padre era un barbiere, la madre una casalinga. Il padre aveva a­vuto difficoltà a sposarsi, era rimasto fino all’età di trent’an­ni ragazzo di bottega, apprendista e poi barbiere, quando appun­to, a quell’età riuscì a rilevare la bottega del titolare dopo la sua morte. Fu solo allora che si sposò con la fidanzata coetanea che conosceva da sempre. Era figlia unica, il padre la fece stu­diare, la madre era contraria. La madre forse era gelosa, come credeva la ragazza, aveva con lei un rapporto difficile. Non par­lavano e quando questo succedeva era sempre per farle domande ma­liziose, cosa questa che lei detestava.

Il ragazzo con cui era uscita era giovane, della sua età, ella non credeva che potesse diventare un marito, non ci aveva mai pensato, la madre l’assillava. Si vedevano poco, quasi di rado. L’impiegato di banca che era stato il suo amante, era di fuori. Dapprima lo aveva frequentato senza sapere che era sposato, non portava la fede, e veniva dalla città. Poi quando successe, lei aveva creduto che potesse essere il suo uomo, invece come in que­ste cose capita, venne a sapere che era sposato. Cercò di non ve­derlo, lui cercava di vederla. Lei era rabbiosa, gli fece una grande scenata, ma poi ricadde e lei iniziò un poco a detestarsi. Lui cambiò casa, cambiò banca, e le diede in uno scontrino il suo nuovo numero di telefono. Lei lo buttò la sera che ricevette la paga, per rabbia e perchè si era decisa che non l’avrebbe più vi­sto. La notte non dormì, la mattina corse in ufficio per cercare il numero e il biglietto.

Lei voleva far a meno di lui, lui era un bell’uomo, di media statura, aveva delle belle mani e un sorriso disarmante, come pensava lei. A volte, rimanendo in silenzio, seduti a prendere il sole in inverno nelle giornate calde durante la pausa di lavoro, lei lo guardava, e le piacevano le mani, come le muoveva mentre parlava, come si fermava per strada a ridere, le piaceva il suo modo ingenuo di accostarsi a lei, e benchè fosse più grande, ella si sentiva sempre a suo agio. Ma dopo che seppe, la menzogna lo ridimensionò, e l’atteggiamento a volte elusivo, lei aveva credu­to un poco alla sua timidezza, divenne arroganza, e piano alla volta si rivoltò tutta, si sentì tradita e non volle perdonarlo. Così parlarono, e lui le disse che l’avrebbe persa: che comunque l’avrebbe persa, o non l’avrebbe mai avuta se avesse detto la verità. Questo era vero, e capì forse che era sincero, ma non a­vrebbe dovuto. Così gli disse: “Che non aveva spina dorsale”. Si lasciarono, ma sentiva che era legata a lui, si sentiva sola, e che desiderava la sua pelle, le piaceva stare con lui, per come era delicato e gentile, per le mani e per il suo sorriso. E quel che vedeva in lui, nell’impiegato di banca, da principio lo cer­cava nel “figlio del proprietario”. Fu così che cercò dentro se stessa, la forza nel voler dimenticare, e piano alla volta le riuscì. Tutto riprese, la forza la riacquistò, il tempo cambiava, l’estate l’aiutò; lui sparì anche se prima che lui partisse per le vacanze, con la moglie e con i figli, si incontrarono. Era una giornata estiva, calda, e trovò lui, davanti a sè, senza accor­gersene. Rimase perplessa quando, vedendolo, lo trovò un poco di­verso da come se l’era immaginato, sembrava stanco era bianco in viso. Andarono a pranzo assieme e si accorse che non lo amava più, si lasciarono e quando lui andò via, lei si sentì un’altra. Temeva il suo incontro, scacciava nella mente la possibilità di rivederlo e quando questo successe, non la turbò. Al principio dell’autunno, in paese, venne la moglie dell’impiegato, andò nel­la bottega del padre si sedette sfogliando i giornali e mandò a chiamare la figlia del barbiere.

La moglie dell’impiegato, una donna grassoccia, dalla pelle lu­minosa e un poco unta, era seduta sulla poltrona di cuoio, e quando vide la figlia del barbiere entrare nel negozio, si alzò, si avvicinò lentamente e le diede uno schiaffo. La ragazza rimase immobile, quasi faceva ormai fatica nel collegare, poi dopo aver ricevuto lo schiaffo, all’improvviso, guardando il volto della donna, come in sovrapposizione, vide il volto di lui, e allora capì. Era lontano dai suoi pensieri, era divenuto distante, perchè ora con il nuovo lavoro si era aperta una nuova vita. E quello schiaffo le faceva male, non per la situazione che si era creata nell’essere stata l’amante inconsapevole di un uomo sposa­to, ma perchè quello schiaffo le rammentava il passato che da tempo aveva dimenticato. Fortuna volle che in quel momento non c’era nessun cliente, altrimenti tutto il paese avrebbe saputo. Così lei raccontò il fatto al padre, davanti alla moglie dell’im­piegato. Il padre chiuse il negozio, e rimase comicamente seduto sulla sedia da lavoro di ceramica, quasi fuori di sè. La moglie rimaneva in silenzio, ogni tanto sussurrava fra sè, “farabutto”, e così dopo una mezz’oretta si rialzò e andò via. Il padre e la figlia decisero di non dire niente alla madre. Dopo che la donna se ne fu andata il padre abbracciò forte la figlia e le disse: “Ti credo, credo a quello che hai detto. E un poco, quell’uomo adesso mi fa pena, mi vedo io in quell’uomo, non deve essere pia­cevole vivere una vita con una moglie così prepotente. E non deve essere stato facile perdere una come te, non diremo nulla a nes­suno, questo sarà il nostro segreto”.

Non aveva mai avuto nessun rapporto adulto con il padre, certo aveva sentito le discussioni serali con la madre che voleva non farla studiare, aveva sentito che l’uomo, mite e buono che era sempre stato, remissivo nei confronti della moglie, allora di fronte al desiderio irrazionale e superstizioso della madre le teneva testa, e con tutto se stesso, lottava dinanzi alla capar­bietà della compagna.

“La vuoi… diventare un maschio, una poco di buono diventerà”.

“Si, diventerà un barbiere! Cosa vuoi che faccia, tutti ormai sanno che non basta avere la salute e delle braccia forti, ci so­no i trattori, ci vuole istruzione, e non chiacchiere davanti l’uscio”.

Così lei lavorava in campagna, era semplice che lavorasse nel pomeriggio dopo la scuola e per tutta l’estate. Era semplice, perchè così sentiva di essere viva, e sapeva che quel che faceva era anche per non sentir dire, nè a tavola, nè nei bisbigli, al­cunchè sul suo conto.

In estate, quando finiva la scuola, lavorava tutto il giorno, seguendo le indicazioni delle anziane. E svolgendo a volte man­sioni che non le competevano, solo per cortesia e per rispetto, ella faceva solo quel poco che capiva, con semplicità, senza ec­cedere e sempre con la consapevolezza di ciò che doveva. Era ap­punto “il dovere” che non era pesante, ma in lei era il moto, il fare, il termine che le dava felicità. Il termine era legato alla magia dei colori, in essa vi erano inaspettate combinazioni, così i colori, le procuravano quelle allucinazioni “divertenti” che nascevano dal significato di verità, che ella coglieva nella na­tura.

Il mondo esteriore non rappresentava la simbologia, tanto oscu­ra e in parte incomprensibile per alcuni uomini, che non cono­scendo le cose, dalle piccole alle grandi, si dirigono fra esse con ansia in cuore. Ma per la ragazza era un mondo non affatto difficile e pauroso; il partecipare alla natura, così come essa era, non rappresentava differenza nel suo essere; perchè ella, senza saperlo, apparteneva al genere fortunato delle persone che hanno il dono di comprendere la natura, come ella si mostra. Riu­scendo a penetrarla, quasi a confondersi con essa, come si dice, con “mimesis”. Così grazie alle sue doti, espresse con semplicità e serenità, il modo con cui, fino ad allora, era stata gestita l’azienda cambiò rapidamente, e le cose che parevano incomprensi­bili e difficili per il figlio del proprietario andarono per il verso giusto, e quasi come legati da una magia positiva, tutto tornava sorprendentemente.

Dapprima vi era la proprietà: cinquanta ettari a vigna, quaran­ta ettari a ulivo e venti a sementi. Le cantine per il vino e le cantine con le giare per l’olio. I depositi, la casa e l’ufficio. La problematica contabile, la commercializzazione, la gestione e il rendiconto. Questioni che avevano priorità, rapporti commer­ciali instaurati con paesi esteri, corrispondenza e imballaggi, pagamenti e “conti sacrificali”. Come potare per migliorare la produttività dell’anno venturo, i ricambi in magazzino dei mac­chinari, l’impiego della mano d’opera nelle stagioni di poco la­voro, il raccolto, subito confrontato con la commercializzazione. L’etichettatura, i controlli sanitari, le verdure fresche. Il ta­glio degli asparagi e la firmatura, cioè l’impacchettatura per la vendita ai supermercati. I camion per il trasporto, le continue riparazioni. Ogni questione, così, riguardava un problema a sè stante, trascurando di vedere la globalità, l’interezza della questione. I problemi per i quali bisognava trovare soluzione si accavallavano e le questioni di fondo, la necessaria ristruttura­zione, venivano rimandate. In effetti, le questioni così viste avevano il bisogno d’essere seguite e non vi era altra alternati­va, agli occhi del figlio del proprietario, che correre dietro a tutto.

Ma non era così per la ragazza. All’inizio per i modi diversi di porsi vi era discussione e ciò a lui sembrava folle, irragio­nevole e addirittura fuori da ogni cognizione logica.

Davanti a un trattore fermo, piegato, con un differenziale bloccato, e tre uomini lavorarci sotto, sopra, spostando e poi trainando fino a sopra un carrello, dinanzi a questo, le faceva notare il figlio del proprietario: “Cos’è se non mezza giornata di lavoro perso, e la verdura ancora sui campi?”.

“La verdura doveva essere colta prima, e il trattore non biso­gnava muoverlo da dove era, bisognava raccogliere, e per questo bastava un piccolo mezzo, e cinque persone svelte la mattina pre­sto, gente di fuori e un operaio nostro a controllare. E i trat­tori”, aggiungeva con disappunto ma con tono rispettoso, “non possono essere usati quando non servono, solo per pigrizia si ac­cende quello più vicino, ci sono troppi trattori grossi e nessuno che li sappia usare con accortezza. E poi si rompono e neppure si rompono, vengono messi fuori uso”.

“Vuoi dire che i nostri operai sabotano i trattori?”.

“No, ma non si sentono responsabili, questo sì, tre uomini e tutti cretini, ne basta uno in gamba invece di tre che non sanno neppure guidare”.

“Mi sono stati raccomandati per questo lavoro”.

“E da chi? Bisogna far lavorare i carrelli, e bisogna cambiare le strade, e bisogna piantare in modo diverso, e bisogna dare piccole percentuali per chi cura le sementi, e per chi controlla, o almeno stare dietro all’acqua, che si apre secondo nessun cri­terio. E troppi fertilizzanti e alla fine lo sterco, quello buono che rimane, viene usato per recinto, come quello dell’anno scor­so”. Si riferiva a una partita di letame che alla fine fu accan­tonata, fino a divenire quasi un recinto ai margini della pro­prietà.

“Non parliamo dell’anno scorso”.

Queste semplici conversazioni, con una ragazza da poco arrivata a condurre l’azienda, dapprima suscitavano in lui una completa disapprovazione, ma era vero, si ripeteva dentro sè, quel che succedeva. E alla sera, prima di coricarsi, passeggiando lungo i viali bui e deserti, di tanto in tanto sentendo solo qualche uc­cello, o della selvaggina fuggire verso il bosco, si rammentava la giornata. “Devo mettere a posto le cose”, pensava camminando lungo il viale principale che costeggiava la vigna, “La ragazza sa come stanno le cose, e conosce gli operai, sta facendo un la­voro incredibile, ha ridotto il personale della metà e il raccol­to è veloce del doppio, sta dietro alla scrivania e si sa muovere con gli operai, sposta gli uomini per quel che serve, e sa come stanno le cose”.

 

 

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