Corvatsch trentaseiesima parte

di aeroporto2

Nella casa a St Moritz, la nipote della protagonista, la protagonista e la sorella, si guardavano e accennavano discorsi. La so­rella era appena arrivata, con le scarpe ancora sporche di terra e un maglione posato sulle spalle, la figlia e la protagonista erano sedute in silenzio, dopo aver consumato dei pasticcini e preso del thè.

– Sono stata in riva, poi su per la salita, sono accaldata mi le­vo le scarpe. – E si slacciò le pesanti calzature, mentre le al­tre due donne rimanevano in silenzio. – E’ doloroso ma è meglio così, è nulla in confronto a quello che abbiamo passato. – Allu­dendo alla situazione, con il corpo ora eretto e il viso accalda­to.

– Mi vado a sciacquare la faccia. – Così entrò nel bagno e si sentì l’acqua.

– Le unità di misura le lasciamo da parte. – La moglie del prota­gonista alzandosi e avvicinandosi come volesse stare da sola con la sorella, davanti alla porta del bagno.

– Sono curiosa, una curiosità che parla di interrogazioni, il tuo volto! Vediamolo ora e parlami dei tuoi dolori! Con che faccia poi, vieni qui su con mio marito, per recitare una parte. Mia ca­ra, sono passati ventidue anni, non crederai mica di trovarmi smarrita e tremante solo per le pagliacciate, come ho già detto a tua figlia, che state inventando.

– Non trovo saggio zia, che assali così la mamma, neppure ascol­ti, continua con l’ironia se vuoi, ma di quella poi ti devi ac­contentare, se invece vuoi la verità, perchè non ti siedi e la lasci un poco in pace.

– Tua madre è sempre stata in pace, non è vero?

– Cara zia, credo che sia opportuno che il tono della tua voce cambi, perchè non vedo tutto questo tono, non lo vedo perchè non siamo in colpa di nulla e se anche la mamma lo fosse, esisto io. E visto che ci sono a questo mondo, pretendo che mi si rispetti, senza alludere a niente.

– Tu parli a proposito, è una questione di prima ancora che tu nascessi. La tua mamma ha avuto sempre un debole, insinuandosi con i suoi sorrisini e gli smarrimenti, con i suoi occhietti per­si a fare la gatta morta. Fortuna vuole che non ha più l’età.

– Smettila zia, e tu non dici nulla? – Rivolta alla madre.

– Voglio sapere. Qual’è stato il tuo piacere nel vedermi qui? Sa­pevi e sapevi da sempre, anch’io sapevo o almeno non volevo. – Quasi distratta, poi con un lampo negli occhi. – Ma eccomi qui e allora è vero? Ma addirittura dire che è figlia di mio marito, mi sembra esagerato, i conti non tornano.

– Zia smettila, non ti permetto, non ti permetto.

– Anche per te c’è la parte anche tu sai come stanno le cose.

Rivolta alla nipote, poi voltandosi verso la sorella. – Un conto è una scopata, un conto è architettare tutto.

– Eleonora, non ho bisogno dei tuoi interventi. Comunque, – la madre si sedette su una sedia di legno, vicino al tavolo prenden­do un pasticcino, – non esagerare, fatti passare la tua crisi e piantala di fare la triviale. Ho avuto una relazione con tuo ma­rito, più profonda di quanto tu possa immaginare, non è stato fa­cile, ma è finita ventidue anni fa, come hai detto. Non c’è altro da aggiungere, almeno che tu non voglia continuare apostrofando in modo tanto volgare da mancare di rispetto persino a te stessa. Finì mangiando il pasticcino ricoperto di cioccolato, si pulì le mani con un tovagliolo, con delle iniziali incomprensibili sgual­cite e tagliuzzate e si alzò per prendere dalla borsa un fazzo­letto, dove con cura si pulì gli occhi dal rimmel che con il ven­to e il sudore e poi con l’acqua, si era allargato fino a quasi al sopracciglio.

– Ora, fai pure la tua toilette, con calma tanto per farmi scop­piare.

La ragazza non aveva mai visto la madre così, e neppure la zia aveva mai visto, così. Era stupefatta, sembrava a lei di non es­serci, sembrava, pensava la ragazza, che fossero tornate due ra­gazzette litigare per un fidanzatino e sentì collera per tutte e due, quasi come nella sua assenza avessero costruito assieme, in complicità, un alfabeto a lei incomprensibile dove, dagli atteg­giamenti, poteva capire nervosismo, paura, gelosia, sentimenti questi che non servivano, perchè nel suo intimo voleva capire, sentì che persino lei stessa, ora inconsciamente, era messa in di­scussione e il loro atteggiarsi era privo di comprensione. Era privo di un qualcosa che lei si aspettava, ma non sapeva cosa e­sattamente, ma l’atmosfera che si era creata non faceva altro che ridurre tutto a dei banali e superficiali atteggiamenti; dove le sorelle rimanevano senza voler essere veramente loro stesse, qua­si come ne avessero l’impossibilità. Un qualcosa di estraneo, di invisibile a rompere quella diffidenza, che ella detestava in tutti i rapporti. Quell’egoismo la tormentava, detestava il loro atteggiamento.

La protagonista avrebbe non solo voluto, ma ora ardentemente desiderava, chiarezza, e tutto lucidamente doveva essere chiaro. Avrebbe voluto dividere, chiarire, liberarsi, e mentre fino a po­co tempo prima riusciva con abilità a trovarsi in tutte le situa­zioni, mediando e riuscendo a trovare i giusti equilibri e in questo sapeva d’essere una specialista, ora trovava insopportabi­le il benchè minimo compromesso. E dentro se stessa sentiva d’es­sere estranea a quel mondo, e mentre prima credeva, con terrore, di dover perdere la casa editrice, ora voleva disfarsene solo per il fatto di doverla dividere con la sorella. E questa questione era chiara, ma non era pronta a sentirsi dire quello che aveva sentito: “Una relazione con tuo marito più profonda di quanto tu possa immaginare”. Così si voltò verso la camera da letto dove vide pure il maglione della sorella che prima era sulle spalle, e lo vide sopra la camicia del marito e questo la tormentò, tanto che stava per entrare nella camera con l’intento di levare quella camicia, e nel contempo voleva formulare una domanda diretta, al­lusiva per quella situazione. Si fermò all’uscio, girò per ritor­nare sui suoi passi e carpì lo sguardo della sorella. Capì che si sentiva anch’ella turbata, e il suo viso indicava smarrimento per la situazione ambigua che si era creata, più forte di cento di­scorsi chiarificatori. Il maglione della sorella sulla camicia del marito, posato a caso dopo che ella era rientrata in casa, riproponeva una situazione che non poteva essere sostenuta, nè dalla sorella, nè dalla moglie. Si riproponeva una situazione di venti anni prima, e come in sovrapposizione, la camicia del mari­to con sopra il maglione della sorella, loro due amanti anni ad­dietro, tutto nel presente, era insostenibile.

Per la sorella lo era dinanzi alla figlia, dinanzi alla sua ani­ma. Così aveva detto poco prima al protagonista: “Non credere di fare ciò che tu voglia, con la semplicità delle sole tue decisio­ni”. Era ormai estranea nell’intimo a ciò che era avvenuto venti anni prima, ma sentiva pure un qualcosa che, affacciandosi nella sua anima, pur spaventandola, le donava una speranza che poteva sembrare sentimento di felicità.

Per la protagonista, era la rabbia, l’infinito dolore, il disono­re verso se stessa, fino al punto di avere come scopo l’annienta­mento. Ma era anche sentimento di non “rassegnazione”, dinanzi a qualcosa che riteneva nel profondo falso, che non appartenendole pensava impossibile.

– Riderei volentieri, qualcuno potrà raccontare che combinazioni e meccanismi ben oliati producono effetti certi, ma l’unica cer­tezza è la dissoluzione di noi stessi, io per prima vorrei scom­parire dalla faccia della terra, piuttosto di essere la protago­nista di un racconto simile. Volentieri rido nel mio intimo, perchè non so nulla e non mi sono preparata, convinta che in que­sta vita di certe cose non bisogna saperne niente, invece eccoci qua a dividere quello che spetta ad altri, invece rido. Rido, perchè mi sono persuasa che dinanzi a situazioni “così, tanto normali da antologia psicologica”, bisogna meravigliarsi e voi due mi sbalordite.

Un’immagine persistente avvolgeva la sorella della protagoni­sta. Ella aveva la sensazione che la sua anima era fatta di bian­chissima nebbia. Così quando tentava una analisi di coscienza, uno stato confusionale l’assaliva e più cercava di uscirne, più s’accorgeva che il malessere si impadroniva della sua volontà. Aveva imparato che dinanzi a questo stato nulla poteva.

Ella parlando del suo stato, dell’immagine che l’assillava, una volta disse: “E’ strano spiegare una sensazione forse comune a tutti, forse chiamata semplicemente angoscia o paura, ma in me ci sono visioni che stento a raccontare, sento d’essere ridicola. Sono consapevole che ciò che dico è simile a tutti noi, ma è il dolore che provo, per quel che sono, che rende penosa la mia si­tuazione. E’ come se un demonio si impadronisse dei miei istinti, come se con furbizia mi assalisse riempiendomi di nebbia, che poi spingendo dentro me, provoca la sensazione di soffocare, ma non sono io, quella che sta per soffocare, è un altro me, un’altra persona, come se mi vedessi allo specchio, e allora la persona che io sono si spegne e divento un’altra”.

La sorella della protagonista, andò in camera dal letto pren­dendo le sue cose che lì aveva deposto, accanto a quelle del ma­rito della protagonista.

Poteva vedere le sue mani staccate dal suo corpo allontanarsi per piegare indumenti, sentì vicino la figlia, la vide e si guar­darono negli occhi. La figlia la fermò, prese le cose di suo pa­dre e fu lei ad allontanarle, ma ammucchiandole come se spingesse la stoffa verso un centro e, buttandole sopra il letto, si apri­rono sulle coperte.

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