Corvatsch trentasettesima parte

di aeroporto2

– Cosa vi siete messe a fare? – Domandò la protagonista, vedendo la nipote e la sorella in camera, dividersi i panni del marito.

– Lascia in pace mia madre, lasciala in pace, non hai il diritto, tu non vuoi altro che fare del male, lasciala stare.

– Cosa vuoi che faccia? Che stia a vedere, mentre vi dividete i vestiti di mio marito?

– L’hai sempre accusata di tutto, l’accusi senza mai capire, cosa credi che sono, cieca?

– Ma cosa sta succedendo, volete spiegarmi cosa succede in questa casa? Cosa hai da nascondere? Cosa state nascondendo?

– Ma non vedi che la mamma sta male? Non vedi come è confusa?

– E’ la sua crisi isterica. E no! Adesso è troppo, si è nascosta una vita dietro questa scusa, ma adesso… basta.

– A me pare zia, che di isteriche qui ce n’è più di una.

– Basta, Eleonora! – Interruppe la madre seduta sul letto.

– Tua zia ha ragione, mi sono nascosta per una vita. Ma questo non significa nulla Irene. Ho sempre avuto queste crisi di nervi, e ormai ci convivo, ho imparato come si fa. – Questo lo disse con aria ironica, così facendo voleva rammentare una circostanza che successe molti anni prima, quando erano ragazze, quando appunto la sorella maggiore, in un litigio sostenuto davanti ai genitori, quasi beffeggiandosi di lei, sottolineava la sua isteria, la sua irrazionalità nonostante i fatti.

  Una loro parente anziana con demenza senile, non poteva essere neppure considerata una parente in quanto era la moglie di un cu­gino alla lontana del nonno paterno, dipendendo completamente dalla famiglia, era stata raggirata da un nipote, il quale, aven­dola rinchiusa in casa e impaurita con ogni mezzo, l’aveva spo­gliata di ogni bene. La sorella più piccola Carla, all’epoca ave­va quindici anni, cercava di alleviare le sofferenze dell’infer­ma, andandola a trovare. Questo le veniva sembre più difficile a causa delle angherie del nipote, il quale, per impaurire la ra­gazza l’aveva denunciata di furto. Ed era stata persona così abi­le, così menzognera, che persino la famiglia della protagonista per un certo periodo ne aveva dubitato. Quella vecchia donna, do­cile, dagli occhi turchini, dai lunghi capelli bianchi, era per la sorella della protagonista più di una “nonna”, era il suo i­deale di donna. Fin da piccola, per una speciale inclinazione, le due si erano subito trovate. Le aveva insegnato il cucito, la ma­glia, il ricamo, le raccontava della sua vita, con una incredibi­le capacità di narrazione, la ragazza nella sua casa si trovava bene e le piaceva trascorrere qualche ora alla settimana in sua compagnia. Fino al giorno in cui fu denunciata. I fatti si svol­sero così: in una delle sue abituali visite la donna anziana le aveva donato una collana; passarono giorni, altre visite, ma più passava del tempo più l’atmosfera, attorno all’anziana si irrigi­diva, fino al punto che negli incontri che seguirono le fu proi­bito di stare da sola con la ragazza, sempre una persona era con loro. O la moglie del nipote, o il nipote: la donna anziana era sempre più impaurita, e questi incontri che aveva con la ragazza erano sempre più tesi. Ella, moralmente ricattata con angherie di ogni tipo, aveva sì con la ragazza l’unico affetto rimasto, ma doveva pagarlo a caro prezzo. La ragazza si lamentò di questo con il padre, con la madre, e nei mesi che seguirono cadde in uno stato di sconforto. Vedeva cosa succedeva in quella casa, e si sentiva impotente, fino al giorno che convinse il padre a fare qualcosa. Il qualcosa fu il seguente: il padre andò con la ragaz­za in casa della donna, e fu accolto con sollievo, con frasi “fi­nalmente è qui, siamo contenti che lei sia venuto”. Il nipote e il padre si appartarono per parlare, quando il padre uscì dalla porta dello studio era bianco in viso. Pregò la figlia di seguir­lo, e andarono via verso casa. Nel percorso di strada che fecero, il padre le raccontò cosa si erano detti. “In effetti, è il paren­te più vicino”, diceva tra sè il padre per strada “è il parente più vicino e mi ha fatto vedere i suoi conti, quanto gli costa in danaro mantenere la donna anziana, quanti sacrifici lui e la sua famiglia devono fare, non può rimanere mai sola e le cure mediche costano molto, la vecchia pare che non abbia più soldi, e lui…”

  “Non è vero”. Diceva la figlia: “Non è vero”.

  “E cosa né sai tu?”.

  “Lo so me l’ha detto Carima”. Era il nome della donna anziana.

  “E cos’altro ti ha detto, visto che si è lamentata di te”. Fer­mandosi per strada.

  “E di cosa si è lamentata?” Sbalordita.

  “Di una certa collana, e di altre cose”. Guardandola fissa ne­gli occhi.

  “Della collana? Cosa c’entra la collana?” Impaurita perchè già intuiva il raggiro e non sapeva come fare.

  “Mi è toccato chiedere scusa”. Con viso adirato.

  “E per cosa?” Era incredula, come poteva il padre credere a quell’uomo falso, a quell’uomo che opprimeva la donna, che piano alla volta le aveva portato via tutto, questo lo capì ora, ora capiva la donna sempre più impaurita, sempre più silenziosa e te­meva per lei, sapeva che le stavano facendo del male e ora ne a­veva la certezza, odiava con tutte le sue forze quell’uomo, e il padre aveva creduto a quell’impostore.

  “Ho chiesto scusa perchè tu hai preso la collana di Carima co­ntro la sua volontà”. Con aria di sfida cercando di intuire le e­mozioni della ragazza.

  “E hai creduto a questo? Tu hai creduto…”

  Il padre la interruppe: “Siamo andati in camera di Carima, pas­sando per la porta del soggiorno, e ho visto l’imbarazzo della donna, alla domanda del nipote, non sapeva cosa dire, poverina non voleva ferirmi, mi guardava e non voleva ferirmi, è rimasta zitta e si è vergognata di te”.

La ragazza non poteva pensare che il padre credesse a quella storia, che non si fosse accorto che Carima era impaurita, che le incuteva timore solo sentire i passi del nipote camminare, e di­nanzi agli occhi vide il volto della donna, i suoi occhi, quasi come se dinanzi al nipote non avessero il coraggio di vivere, si spegnessero e, appena ella rammentava, provava una pena e un do­lore per quella donna, adesso veramente sola. Ancora più sola do­po quello che era successo, dopo che anche il padre era caduto nel raggiro, non si capacitava, non sapeva più cosa fare, era di­sperata.

  Questa disperazione in famiglia fu presa per senso di colpa, e un clima sordo, di incomprensione seguì per un periodo lungo, fi­no a quando non venne a galla la verità, che naturalmente avvenne alla morte della donna. Alla morte uscirono come funghi parenti, chiedendo prima l’eredità, poi facendo causa al nipote, visto che alla morte della donna ella non possedeva più nulla. Così salta­rono fuori tutte le proprietà della defunta, i libretti e i conti correnti ormai estinti, i terreni e le case, che la povera donna non aveva mai realmente posseduto, nè goduto dei frutti, i gioielli, (persino la collana era menzionata) furono elencati con memoria da tutti i parenti, uniti contro il nipote. Il nipote fu condannato, ma le proprietà non si salvarono: una parte, la più cospicua, fu venduta per pagare le tasse di successione, una par­te fu venduta per pagare gli interessi sulle imposte di succes­sione anticipate dalle banche, una parte sparì con il nipote, il restante fu spartito tra gli avvocati per gli onorari. Quello che rimase per la sorella della protagonista fù il ricordo di quella donna, sopraffatta da tutti, così come si poteva intuire dai rac­conti che faceva, la rabbia per non essere stata creduta, e le angherie della sorella che, ostinandosi sempre, la condannava per quel fatto inesistente con ironie e battute.

 

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