Corvatsch trentottesima parte

di aeroporto2

  La protagonista entrò in camera da letto guardandosi attorno, con distacco osservava.

– Sono i vestiti di mio marito, – guardò al centro del letto dove c’erano i vestiti e continuò: – la stampa antica raffigurante il Corvatsch, in tutta la sua maestosa grandezza; i comodini di an­tico artigianato toscano, portati da me e per poco non rischiavo la galera; la libreria del settecento comprata a Zurigo, venti­cinquemila franchi; alcuni patetici libri sugli scaffali, mi pare riconoscere il nome dell’autore; l’armadio a muro comprato con il resto della casa; la mia nipotina; e qui, seduta sul letto, ab­biamo mia sorella che mi guarda con aria divertita, nonchè la mamma di questa bella ragazza, nonchè l’amante di mio marito. Co­sa vuoi che sia? Sciocchezze bazzecole, non c’è neppure a doverne parlare. Poi io sono sempre stata la solita, mica vorremo conti­nuare così? Per carità è una cosa superata, sono passati vent’an­ni e io che mi arrabbio a fare? E’ giusto, a tutti capita… un bel giorno sai che tuo marito tra una cosa e l’altra mette incin­ta tua sorella che vuoi che sia. Non c’è neppure bisogno di par­larne, non si è fatto per vent’anni e perchè mai volerlo fare o­ra? Giusto?

– Dove vuoi arrivare?

– Voglio sapere, voglio capire perchè l’hai fatto voglio capire come sei arrivata a tanto, se mai hai avuto dentro te stessa il benchè minimo rimorso.

  La sorella della protagonista la guardava: guardava il suo modo di girare per la stanza, guardava i suoi movimenti leggeri e di­stanti, sentiva la sua voce, guardava le sue mani, e mentre guardava d’un tratto capì quanto loro due erano differenti. Lei non provava nessun amore, non provava niente, era per lei come un’estranea.

– Il tuo atteggiarti, il modo con cui intervieni in questa fac­cenda, ha come premessa la tua arroganza nei miei confronti. Mi hai trattato con sufficienza fin quando eravamo bambine, hai riso del mio modo d’essere, mi hai giudicato come una donna debole, incapace di prendere decisioni, hai combattuto ogni mia iniziati­va, hai fatto in modo che io mi allontanassi silenziosamente, e ora entrando nella mia vita, pretendi di dividere ciò che non ti appartiene. Non mi sono mai sentita in colpa, non credo neppure che io abbia fatto qualcosa di cui pentirmi, perchè non provo vergogna. Di cosa dovrei vergognarmi? E’ il tuo modo di giudica­re, di prendere le cose, le persone.

– E allora scusami se mi sono permessa, figurati stiamo parlando di cose così naturali. Certo mi pare tutto normale. Ti sei senti­ta autorizzata, ero un’estranea.

– Cosa avrei dato per poter esser me stessa, per essere compresa nella mia sensibilità, nel modo con cui, vivendo, riuscivo a pe­netrare la vita. L’indifferenza delle persone, l’arroganza, il modo di vivere un’esistenza, mi ha fatto capire che non ero capa­ce di comunicare. Ho creduto in principi che erano distanti dalla folla. Tuo marito era differente, riusciva a capire il suo stato d’animo, la sua lotta contro una società incapace di comprendere il buon senso, un mondo senza ragione, stolto, ripetitivo, e con lui ho trovato una comunione d’anima, era come me. Lottava silen­ziosamente e ci siamo trovati, d’un tratto.

– Sì, d’un tratto vi siete trovati in un letto, come questo.

– Anche.

– Bene, sono contenta che hai trovato qualcosa di sensato, anche se apparteneva a me. L’hai rubato, ti sei divertita, e sei torna­ta per la tua strada, intanto io facevo la mia parte, andavo a­vanti senza sentire le chiacchiere di quel “mondo incomprensibi­le”, cercavo di diventare donna, di augurarmi una buona salute, quella c’è stata, e cercavo di dimenticare quello che era possi­bile dimenticare. Mi sono portata dietro le conclusioni per molto tempo e ho fatto un bell’ordine in giro. Ho provato a cambiare qualcosina, ma ho dovuto tirare fuori gli artigli e qualche sor­risetto. Sono stata una donna, nonostante tutto, e non mi sono nascosta facendo la mamma, e sapessi come mi hanno fatto pagare questo, mi portavano il conto tutti i giorni, ma sono stata chia­ra, logica, efficiente. Mi parli di buon senso, quindi comprendo che hai delle priorità, che sei la donna dei buoni sentimenti, sei sempre stata la cocca di mamma, ma sei sempre stata quella che sei, mentre io non ho avuto tempo per essere un sogno, un de­siderio, e questo non perchè sono avida o cinica, ma perchè ero a galla e cercavo di rimanerci. Siamo tutti bravi alle confessioni, sono una che ne ha sentite tante e ne ha viste tante, il nostro ambiente è pieno di assassini, alcuni si avvicinano con il col­tello, altri, come te, aspettano che le cose succedano. Ma io ora ho capito, che salvando me, ho salvato voi, perchè siete una ge­nerazione perduta, annoiata, viziata, senza il minimo senso della natura. Prendete come sciacalli, e andate in branco come iene ri­dacchiando. Sempre con le mani pulite, ben profumate, e con una riflessione che ha goduto dell’inattività, e mentre predicate, giustificate voi stesse, dico a tutt’e due. Anzi siete di animo troppo nobile per scendere in giustificazioni, con la servitù non ci si giustifica. Ero in cucina e vi ho fatto da mangiare, adesso siete sazie e non avete più bisogno di una come me. Avete deciso di vendere e allora vendete anche me, ma per questo dovete prima ammaestrarmi, rendermi innocua e vi siete organizzate per benino, povere vittime, povere donne sole. Ecco voi due siete la negazio­ne della nostra condizione. Urlate ai quattro venti. Emancipazio­ne, ma al primo rumorino dietro quella porta, correte davanti al camino, vi rinchiudete per paura di una società cattiva. Siete ridicole, tu che non hai saputo crescere e tu, nipote, che hai abortito perchè hai paura di essere quella che devi essere, dove­vi pensarci prima, dovevi essere consapevole, e invece piangi e ti disperi, e dai la colpa a un padre inesistente, ma quando eri te stessa con il tuo corpo, hai scoperto che dinanzi al vuoto, alla morte, non esisti che te e il tuo schifo, e hai cercato, co­me ha fatto tua madre, di dimenticare, non il vuoto, ma te stes­sa. Invece di vedere le cose per quelle che sono, costruite men­zogne e il facile piacere, la prima felicità che capita.

– Irene, – la nipote prendendo le distanze – è vero quel che di­ci, per quello che riguarda me. Non è stato piacevole nascondersi dietro un forse, non sapevo coscientemente, non ho parlato con la mamma di quello che tu ora dici che abbiamo costruito, ho capito, tutto qui. Ma cerca di comprendere, ho dovuto capire me stessa. Non sapevo di essere la figlia di tuo marito, non l’ho mai sapu­to, ho sperato che da qualche parte ci fosse mio padre. Non un simbolo, ma un padre in carne e ossa, e quando sono venuta a Ca­pri, ho capito che qualcosa di terribile era successo. Ma dinanzi alla verità, assai cruda, ho preferito accettare. Non accusarci di infantilismo, quello che dici l’ho ucciso, è vero, ma ora sei tu che inventi una storia che non mi riguarda. Mio padre è tuo marito, neppure tu volevi che questo fosse vero, ma un padre è un uomo che posa il proprio seme su un corpo. E mio padre per vent’anni è stato solo questo. Capisci? Io non ho avuto la di­gnità che ogni donna sa di avere. Io non ho avuto le radici ben salde in terra, come simbolicamente tuo marito direbbe. Il punto ora è solo che ho trovato casualmente la verità dopo aver sentito tu e Roberto a Capri litigare in stanza. Un modo ridicolo di fi­nire, un pettegolezzo, moralmente quasi un incesto. Invece non è così, io sono figlia di mio padre, il fatto che tu sei la sorella di mia madre non cambia nulla. Bisogna che tu agisca secondo quel che sei, e non rimproveri una donna, anche se giovane, perchè non accetti una realtà sconcertante. A questo punto bisogna solo ac­cettare la realtà e ognuno di noi si deve separare e andare nella propria strada. Dividendo questa famiglia, spezzando questa unio­ne troveremo veramente noi stessi. E’ opportuno che noi si cre­sca. Mi dispiace, ma è il solo modo per uscirne fuori. Non si tratta di altro. Il rapporto con tuo marito è finito e per sem­pre, c’è solo da augurarsi che, “responsabilità verso noi stes­si”, non costruisca un pretesto isterico alla distruzione. Non ero d’accordo nel dividere il patrimonio familiare, questa idea è stata di mio padre, io volevo solo avere materialmente qualcosa che mi portasse alla dignità di figlia, al fatto che mi si accet­tasse inequivocabilmente da tutti, dai vostri due figli e da te. Non è stata nessuna manovra, nessun raggiro, mi sono comportata per la semplice ragione che esisto, e sono cosciente delle mie azioni e voglio vivere una vita. Non starò a sentire un’altra pa­rola nè da te, nè dalla mamma. E’ tutto qui, quello che farai e quello che farete non mi riguarda, ora vi lascio, preparo le mie cose e torno giù, a Roma, come eravamo d’accordo.

– Come eravate d’accordo?

– Sì dovevo venire su con la mamma per un periodo breve, eravamo già d’accordo all’inizio dell’estate, poi è successo quel che sai, e mio padre mi ha seguito, nel tragitto abbiamo deciso di chiarire a voi tutti la verità, poi mi ha promesso che saremo an­dati a vivere assieme, non so se questo serva a qualcosa, staremo a vedere.

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