Sigiriya quarantunesima parte

di aeroporto2

Il pittore dopo aver rammentato la telefonata con la protagonista senti` il desiderio di dipingere. Si sentiva un poco in colpa, negli ultimi giorni non aveva potuto lavorare.

  Cosi’ con la mente, porto’ davanti a se` un’immagine che ri­guardava un dipinto che aveva visto durante l’ultimo viaggio che fece con la moglie nell’isola di Ceylon, avvenuto dieci anni pri­ma. E mentre si ricordava il dipinto che voleva riprodurre, gli vennero a mente le immagini della partenza, si ricordo` che tutto era stato fatto di corsa, la corsa all`aereoporto, la corsa per prendere i biglietti, la corsa nel fare le valige. Si ricordo` pure di quando era in aereo e nel voltarsi verso la compagna che dormiva, vide dal finestrino il buio della notte, il riflesso dei suoi occhi e il profilo della moglie addormentata.

 Gli scossoni dell’aereo, che fecero muovere la compagna, e il senso d’inquietudine che serpeggio` tra i passeggeri, qualche vocettina in una lingua sconosciuta.   All’arrivo mentre l’aereo scendeva, dal finestrino vide una distesa d’acqua, poi la sabbia scura o forse non rammentava bene: terra; poi come fosse un sogno ricordo` le piante di noce di cocco, alcuni bambini correvano in uno spiazzo vicino a delle capanne fatte di paglia e fango, una strada sterrata cingeva il piccolo villaggio primitivo e una macchina con sopra un portapacchi pieno di legna, la percorreva. Ancora dell’acqua, ma questa volta come ricordava, era un fiume, dove ai margini, conficcati sul fondo, c’erano dei pali come un reticolato, “sì era un fiume” si disse fra sé. Dei bufali pa­scolavano: alcuni tra il fango, altri immersi in acqua, altri an­cora immobili, con lo sguardo verso uno spiazzo di vegetazione piu` alta e, su un argine coperto da cumuli di detriti, come tronchi marci e lamiere arrugginite, c’erano degli uomini intenti al lavoro con un elefante, i quali, trascinando una specie di slitta, portavano ancora detriti. Dopo poco, un campo di riso con l`acqua che rifletteva l’immagine dell’aereo che, scendendo re­pentinamente tocco` la pista d’atterraggio.

 Così si ricordò della meraviglia che provò quando, affacciandosi al portellone d’uscita, trovò l’estate ad aspettarlo. Il sole era alto, c’erano le ombre nette sotto le tettoie, alcuni operai la­voravano sull’aereo, dei poliziotti dai volti infantili con divi­se scure intonate alla carnagione abbracciavano fucili, come dei bambini innocui, il sorriso antipatico delle hostess, la sca­letta ripida con la gente, quasi tutti ragazzi vocianti e meravi­gliati che un poco spingevano. Si rammento` che guardando il gruppo turistico, si sentiva giovane e avrebbe voluto correre at­torno all’aereo come un cane felice.   Aspetto` la compagna sotto la scaletta che tardava a scendere, un poco si indispetti`, ve­dendo uscire dalla porta tanti volti, ormai conosciuti dopo le ore passate nell’aereo. Quando comparve, e ora la rivide nel ri­cordo come la prima volta, ella sorrise come per dire, “mi fai portare tutto a me”, aveva le borse da viaggio e a tracolla la sua personale e con quest’ultima non riusciva a passare dal por­tellone.

 Dentro sè aveva questi ricordi e ora erano più forti del quadro che voleva riprodurre. Si lascio` andare volendo partecipare an­cora una volta a quei momenti, con le sensazioni e i ricordi di quel viaggio. Si rammento` con divertimento per quello che era accaduto alla dogana, come cortesemente li perquisirono, control­lando prima le borse da viaggio mettendo in disordine le medici­ne e facendo uscire da un flacone una pillola che, sobbalzando sul piano in acciaio, fini` per essere presa al volo da un doga­niere e, con un sorriso di circostanza, reinserita nel flacone leggermente scheggiata; poi scossero il contenuto all’interno di una borsa rigida, dove la moglie teneva in bell’ordine i trucchi e le creme e, mentre un altro doganiere sopraggiunto faceva le domande di rito, cercando tra gli abiti con le mani, passavano senza neppure un controllo un gruppo numeroso di giovani: solo venivano fermati per sovrapporre sul passaporto il visto d’entra­ta.

 Mentre a mente percorreva il suo viaggio, senti` il frusciare del vento tra i rami piu` insistente, fino a quando un rumore secco d’un ramo non lo desto` completamente. Due merli dal folto di un cespuglio uscirono cinguettando e poi, guardandosi attorno, rientrarono tra la bassa vegetazione, scomparendo dalla vista del pittore. Sul ramo in alto si era posato un grosso uccello, pesan­temente appollaiato e alla vista del pittore poteva essere un fa­giano. Senti` ancora rumore tra la vegetazione, foglie secche smosse, penso` a dei cani, poi il rumore era diverso: un fruscia­re continuo. Capi` che era il cinghiale, che veniva spesso a man­giare le ghiande. Si ricordo` di quando lo vide con i suoi picco­li, a pochi metri, che passava tranquillo sotto un cancello di una casa vicina alla sua, e penso` che ormai dovevano essere cre­sciuti i figli. Infatti, era il cinghiale che girava tranquillo sotto la terrazza con quattro figli. Aspetto` di vedere se ne u­scivano degli altri, ma erano sempre quattro. Fecero un giro per­lustrativo e trotterellando andarono via, oltre la sua vista. Un altro colpo di vento e anche il fagiano che riconobbe con certez­za, volo` pesantemente verso il promontorio, facendo oscillare il ramo da dove era partito e puntualmente ancora i due merli usci­rono dal cespuglio saltellando e dopo aver fatto un’altra rico­gnizione rientrarono.

  Senti` il rumore di una macchina salire sulla strada e capi` che era il suo amico Roberto, lo scrittore.

 

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