Sigiriya quarantaduesima parte

di aeroporto2

 Usciti dal perimetro della dogana si trovarono in un edificio dove vi erano tutt’attorno negozi di vario genere. Agenzie di cambio dove c’erano cartelli con sopra scritto le valute, agenzie di viaggio con fotografie di localita` d’attrazione e altri negozi che vendevano articoli da regalo. Si diressero verso l’agenzia dove era esposto il nome del loro albergo. Il pittore si ricordo` dell’autista che li condusse in macchina e si ricor­do` della strada che percorsero per arrivare alla capitale Colom­bo. Era piccola e stretta e dava l’impressione al pittore che tutti in quel paese nello stesso tempo la stessero percorrendo. C’erano carri trainati da somari, con sopra ogni genere di cose, uomini a torso nudo che scalzi portavano sul capo enormi quanti­tativi di legname, donne con taniche di plastica, ragazzi in bi­cicletta, carretti trainati da biciclette con vecchi sudati ma serafici e dignitosamente affaticati, macchine di ogni eta` pron­te a dimostrare nervosamente la loro autorita` sulla gente che percorreva a piedi la strada. E ai bordi di ambedue i lati, ba­racche costruite con materiali di scarto, come vecchie insegne pubblicitarie a mo` di pareti oppure lamiere o tavole di legno, qualche abitazione, costruita in muratura, quasi sempre costeg­giata da biciclette, dove all’interno presumibilmente c’erano ri­storanti, bar, negozi. Poi bancarelle provvisorie, con generi a­limentari, come frutta o pezzi di carne, dove volteggiavano nuvo­le di mosche. Bancarelle su cui in bella mostra c’erano oggetti domestici moderni, palette, contenitori. Aveva il pittore l’im­pressione che tutta quella folla, come una fiumana di uomini, a­veva intrapreso un viaggio verso una meta irraggiungibile. Si fermo` a pensare a questo, mentre seduto poteva ora sentire chia­ramente, verso l’ultima curva del promontorio, il rumore del mo­tore dell’autovettura che sopraggiungeva. 

 L’albergo, il piu` grande di tutto lo Sry Lanka, era di concezione moderna. All’interno di esso un`enorme hall, al centro un pianista suonava musica classica, accompagnato da una graziosa violinista.  L’albergo a pianta quadrata aveva le stanze che se­guivano tutto il perimetro cosi` che all’interno rimaneva uno spazio vuoto dove, al soffitto erano appesi i piu grandi batik del mondo raffiguranti i segni zodiacali. La stanza con tutti i comfort, arredata in stile orientaleggiante, senza eccedere era grande e aveva la vista sul mare. Il quale, distante dall’alber­go, sembrava triste e spento, con un colore verdognolo di tonali­ta` opaca.

Senti` spegnere il motore e subito dopo un trillo lungo e acuto e penso` che il campanello s’era stufato di lavorare, aveva cambiato tonalita`, il cancello si apri` con il solito rumore di ferraglia arrugginita e aspetto` che l’amico sopraggiungesse, era sdraiato e non aveva voglia di quella visita. Voleva starsene comodo a pensare, si concentro` un attimo su quello che era accaduto tra i due amici e si ricordo` invece del cinghiale che trotterellava, sfregandosi contro il muro di cinta cercando da mangiare.

– Ah eccoti qua, il nostro eroe. – Lo vide dinanzi con delle buste appese che lascio` scivolare a terra. Il protagonista fece due passi indietro e si ando` ad accomodare di fronte al pittore, seduto sul muretto della terrazza, rimanendo in silenzio. Il pittore smise di guardarlo e penso` a sua moglie, quando si sentirono per l’ultima volta per telefono. 

“Come va?” chiese il pittore.

“Come vuoi che vada, mi hanno svuotata”.

“Sognavi, hai sognato durante l’anestesia?”

“Cosa vuoi che ne sappia, non so non ci ho pensato, adesso ho solo sete, e non posso bere. Quando vieni da me? Mi manchi”.

“Appena trovo le scarpe, e` mezz’ora che giro, sono vestito ma non trovo le scarpe”.

“Che vestito hai?”

“Quello verde di velluto”.

“Le scarpe, sono incartate… fuori sul terrazzo, nel mobiletto basso vicino al contatore del gas”.

“Ti fa male la ferita?”

“Mi hanno messo tubi di drenaggio, mi fa male”.

 Il pittore si desto` da quei ricordi e fissando l’amico gli domando`:

– Allora che fai? – Fece una breve pausa poi aggiunse con tono conciliante – rimani a Sabaudia, o torni questa sera a Roma?

– E` la mia lettera quella?- In terra strappata c’era la lettera. Il pittore annui` e fece un sospiro, poi delicatamente cambio` posizione.

– Ma che fai?

– Rimango.

 Si fece portare una coperta leggera dal salone, e socchiuse gli occhi. Il protagonista ando` in cucina portando con se` le buste.

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