Sigiriya quarantatreesima parte

di aeroporto2

 Passeggiavano sul lungo mare di Colombo, quardavano i battelli da carico disposti in fila, con le reti e le casse sui moli. I facchini tra le casse, erano magri e quasi tutti con delle barbette canute. Alcuni bambini pescavano e dei corvi gracchiando saltellavano su degli scogli affioranti; alcuni uomini in mezzo al mare, su dei pali di legno appollaiati come galline, con un bastone di legno tra le mani, pescavano, altri alle loro spalle li seguivano chiedendo l’elemosina. Fermarono un taxi, e si fece­ro portare in giro. Alcune strade erano affollate altre semi de­serte, videro uscire da una scuola, recintata con grossi muri, dei ragazzi in divisa, le ragazze erano tutte ben pettinate, con camice bianche linde, stridevano con il resto della popolazione che avevano potuto vedere fino a quel momento. Dopo poco entraro­no in un viale alberato con un prato verde e ai margini della terra rossa e polverosa, in lontananza oltre il prato una casa colonica, poi altre case sempre ben tenute, ville un tempo abita­zioni di inglesi, penso` il pittore. Fece a mente il percorso e mentre cercava di orientarsi il conducente si fermo` davanti al museo naturale. Scesero e fecero aspettare li` la macchina. Nien­te di interessante, all’interno era rimasto cosi` dal tempo della colonia, tutto era ormai decadente. Una tigre imbalsamata in una posa improbabile, ormai spellacchiata, dava il benvenuto all`en­trata, le sale erano polverose e vuote, con solo resti di quello che un tempo era stato un museo. Uscirono e ritornarono in alber­go.

– Ho avuto queste uova da un contadino che conosco, sono preparate con le mie manine, assaggia.- Roberto porgendo un piat­to al pittore, e quest’ultimo, accigliandosi, rispose facendo con la mano un gesto brusco.

– Ma non ho voglia adesso, ho mangiato gia`. Insomma non voglio essere brusco, ma non capisco. Non condivido nulla di quello che e` successo, e finiamola. Non ho voglia di parlare di pettegolezzi. Hai buttato al vento una vita, bene se il fuoco distruttore ci fa crescere. Ma guardati, sei un bambino. Dove sei finito? Non mi sembri un granche` in forma, ti muovi come una donnetta, e non mi guardare così, non m’inganni.

 Lo guardo` fisso poi prendendogli una mano disse:

– Sono le mani di un uomo, quanti anni hai? Sono mani che hanno lavorato, sono forti, ma ora sono bianche e lisce.

– Lo so che non ho piu` una casa.

– E allora? Non ti ci sei messo d’impegno?

– Non dico questo, e` che non ho piu` una famiglia.

– Ah! Che frescone che sei, ma cosa dici? Eri cosi` pimpante nella lettera, forse sara` la tua coscienza a salvarti, non a­scoltarla mai e… siediti, adesso la mangio la tua frittata e portami da bere.

  

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