Sigiriya quaratacinquesima parte

di aeroporto2

Il pittore voltandosi verso la vetrata di casa si rimboccò la co­perta avvolgendo i fianchi. Lasciando un buco alla cintura, svol­se la camicia e appoggiando le mani sui fianchi fece scivolare la maglietta di cotone sotto la camicia. Guardò l’amico scrittore allontanarsi verso la piscina e mosse la gamba. Prese la mira con il pollice del piede e con l’altro tirò la coperta verso l’altra gamba. Guardava il pollice e il muretto che cingeva la terrazza dove c’erano i cuscini di tela bianca, disposti in fila lungo il terrazzo. Ne mancava uno, girò lo sguardo e lo trovò sulla pol­trona dove si era appoggiato con la gamba. Oltre il terrazzo c’e­ra uno sbalzo di tre metri, dove una stradina di terra era co­steggiata da due roseti. Un rampicante, si adagiava al muro di contenimento fino a lambire il terrazzo, l’altro, a stelo lungo di qualità golden, delimitava uno steccato rinforzato da una rete metallica. Al di là del roseto dal gambo lungo e oltre il recin­to, fitta vegetazione spontanea copriva parte di un muro che do­veva essere l’inizio di un’altra proprietà, costituita da due lotti d’appartamenti mai ultimati, perchè non in regola con i vincoli del parco nazionale, imposti poi alla costru­zione della casa del pittore. I tracciamenti delle fondamenta, i ruderi, erano ora coperti da rovi, e svettavano, stretti tra due muri,  due alberi di rovere alti quasi fino al tetto della casa del pittore. In quel punto passavano spesso animali selvatici e, in inverno, si formava una pozza d’acqua all’interno della spia­nata di cemento. Così animali, in special modo volatili, si fer­mavano a bere; altre volte, quando c’era il sole, prendevano il bagno come spesso poteva vedere il pittore. Ora s’era già formata una piccola pozzanghera che, col tempo cattivo si sarebbe allar­gata fino a divenire una piscina artificiale dove, comodamente gli animali del posto, si abbeveravano. Il pittore ormai da due anni aspettava quell’evento per svuotare la sua piscina e coprir­la con un telo per l’inverno. La sua piscina non era un abbevera­toio per tutte le specie di animali, ma almeno, come pensava il pittore, alcuni uccelli se ne servivano assiduamente, e questo a lui piaceva ed era un piccolo contributo per il disturbo che pro­vocava ai legittimi abitanti  di quella zona.

Ogni inizio d’inverno doveva compiere questa operazione: girare le valvole in senso inverso, questo era semplice e poco faticoso, e stendere il telo con i tiranti, questo era semplice ma fatico­so. Approfittando della compagnia, decise di stendere il telo. I cavi di acciaio dovevano essere posti all’esterno del perimetro della piscina, a incrocio con al centro una sfera di gomma rigida per la pendenza. Attorno al telo impermeabile altri cavi fissava­no le estremità congiungendo i tiranti alla copertura. L’amico aveva già fatto altre volte questa operazione, e si apprestò a svolgere i cavi di acciaio, li attaccò  poi ai quattro ganci ai bordi esterni della piscina e li tese con i tiranti da formare così una “X” con al centro la sfera di gomma per tenere più alto il telo. Insieme svolsero la pesante copertura come una coperta sopra i cavi e il protagonista la chiuse legandola ai quattro ganci, strinse i bordi con le corde che correvano attorno al pe­rimetro del telo e legò queste ultime in modo da sigillare le e­stremità. Fatto questo il pittore guardò l’amico e un poco si in­tristì, pensò alla morte e al fatto che forse quella era l’ultima volta, malinconico si adagiò su una sedia. Il protagonista capì e si allontanò con la scusa di aprire le valvole di sfogo per l’ac­qua. Poco dopo fu di ritorno, mentre l’acqua iniziava a defluire, si sedette di fronte al pittore sui cuscini posti in fila sul li­mitare della terrazza.

– Hai aperto l’acqua? – Domandò il pittore.

Il protagonista fece cenno di sì.

 – Dalla capitale Colombo all’antica capitale Kandy, c’e` una stradina da fare, passa per la giungla, si arrampica verso l’en­troterra e Kandy e` pressapoco nel centro dell’isola leggermente spostata verso nord. La strada che porta in questa piccola citta­dina, dove pare si custodisca una reliquia del Buddha e precisa­mente un dente, se non ricordo male, e` splendida. A pochi metri dalla strada e ad appena pochi chilometri dal centro cittadino di Colombo, tutto attorno è giungla. La giungla, cosi` come sì puo` immaginare e` per il piu` incontaminata, a differenza dei nostri boschi. Ho fatto fermare la macchina e mi sono inoltrato nella vegetazione per un centinaio di metri. Mi dirai che cio` e` ridi­colo, ma bastano poche decine di metri dalla strada e non ha im­portanza se sei a pochi metri dalla macchina o nel centro della giungla. Mi sono seduto e dopo poco, sentendo la mia presenza, si sono avvicinati alcuni ragni, poi degli scorpioni, poi le scim­mie, che sono le piu` pericolose, perche` sono tante e aggredi­scono. Salendo verso Kandy, ci sono degli altopiani dove si col­tiva il riso, sono stati disboscati e continuamente e febbrilmen­te in modo arcaico uomini e donne lavorano con i piedi sempre in acqua. Ci sono questi altopiani cosi` dolci, dove su alcuni punti in lontananza scopri dei piccoli villaggi, e ai margini di questi alcune costruzioni in cemento. Ci fermammo in un ristorantino do­ve il nostro autista ci porto`. Era un ristorante dove anche i singalesi potevano accedere. Dove inoltre si stava celebrando un matrimonio. La sposa era vestita di bianco con i veli, all’occi­dentale, cosi` lo sposo. I parenti e gli amici erano vestiti tra­dizionalmente, con i sari le donne, gli uomini con una blusa bianca abbottonata al collo.

 

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