Romancero

di aeroporto2

Immagine

Di qual misura parli se non quella delle tue stesse rime?
Sei stata qua, angelica, si angelica
(frenetico mio andare).
Traggo da me il vento sufficiente per salpare.

E ora mentre un lascivo vento
– maledetto so che è maledetto-
m’implori (l’inferno della colpa inesistente)
io qua e tu nel vascello
(maledetto vento)
m’implori, nella menzogna.

Ho avuto modo, passo dopo passo
di superare  pozzanghere.
Senza neppure scalfire la vernice:
il brillante nei miei passi.
E ora, nella polvere sul molo
– sono felice-
(credevo  contrariarmi)
solo maledico  quel fantasma inutile
quel suono giovane che ha un nome.

Il riverbero è forse più lusinghiero
e meno, della ragione.
Come s’infrange il torpore!

E d’improvviso (nella memoria)
–Siamo tutti marinai perduti-
Su zattere senza ricovero
portati..
Felici d’accatastarci l’uno sull’altra
per quel tepore bagnato che ci accomuna.
Chi s’alza
a sbilanciar (l’imbarcazione)
è destato dalla frusta
che si fa gelida
(veniam tirati giù).

Questi sono solo pianti di sciocchi.
La verità, mia amata
è che non ci si desta da nessun sonno.
Si può solo,
-qualora si voglia amare-
rimaner vicini per il tempo che corre.
Se non in una vita, cosa questa ridicola
tra un onda e solo sopra questa
per il tempo di sapere che
io sono  un uomo
e tu sei  una schiava.

Altro a te che sei donna non ti è dato come felicità.
E quando ti sarà sciolta la catena
-se questo accadrà-
inizierai ad aver timore di perdere  chi t’inchioda.
Cosa?
Domandano gli stolti.
Non esiste forse la Luna e tutte le sue combriccole fatte di minuti?
Ma non è questo.
Il fatto è, che disperi
e  costruisci da te la tua prigione
–l’unica, pensi che può salvarti-

Guai a chi non ti frusta a dovere
finiresti a morirti sola
non  c’è al mondo nulla di più solo di un dio.

da: I quaderni dell’Impostore

Annunci